Da Sarajevo 1914
all’attuale crisi europea

02/07/2014

Da un articolo di George Friedman per Stratfor . 

Nel 1878 Otto von Bismarck lanciò un monito severo e lucido alle élite europee riunitesi a Berlino per discutere della riorganizzazione dei Balcani, dato il declino dell’Impero Ottomano. L’anziano Cancelliere disse che il continente era sull’orlo di un tremendo conflitto, e che la miccia sarebbe stata un qualche “stupido avvenimento nei Balcani”. Ciò che non disse è che non era il declino dell’Impero Ottomano a minacciare la pace in Europa – anche se certamente contribuì ai problemi – ma l’unificazione della Germania, in larga parte dovuta proprio al lavoro di Bismark. Nel 100° anniversario della Prima Guerra Mondiale è meglio ricordare che le motivazioni che portarono ai massacri del XX secolo sono tuttora esistenti.

Circa trent’anni dopo, il 28 giugno 1914, un giovane serbo sparò due colpi a bruciapelo all’arciduca Francesco Ferdinando, innescando un processo che avrebbe modificato la vita e il pensiero europeo, che avrebbe portato alla fine dei grandi imperi e alla morte di decine di milioni di persone. Si è detto molto sull’assassinio dell’Arciduca e di sua moglie. L’episodio fu la scintilla che portò alla formazione di una rete di alleanze militari europee, fu soltanto la scusa per una guerra inevitabile fra le potenze del Continente.

La questione più importante in Europa dopo l’unificazione tedesca nel 1871, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945, fu il ruolo che la Germania avrebbe avuto in Europa. La rapida creazione di una grande potenza militare ed economica tedesca nel cuore d’Europa cambiò profondamente gli equilibri di potere nel vecchio continente. Nonostante la sua forza, la Germania unita continuò a sentirsi vulnerabile, avendo la Francia e la Russia ai confini.

All’inizio del XX secolo la potenza egemone sul Continente, sul piano politico e demografico, era la Francia, che si era ripresa dalla crisi seguita alle guerre napoleoniche e poteva competere con la Germania, allora occupata a investire grandi risorse per costruire una flotta che spezzasse il monopolio dell’Impero Britannico sul Mare del Nord. A Est, la Russia aveva avviato le riforme che le avrebbero permesso di utilizzare ricchezza e popolazione per la creazione di una forza militare di rilievo. Ma ogni chilometro di ferrovia russa verso l’Europa rappresentava una potenziale minaccia per Berlino. La guerra era inevitabile agli occhi della Germania: sia la Russia che la Francia dovevano essere neutralizzate il prima possibile.

Anche il pretesto utilizzato dalla Germania per entrare in guerra ci aiuta a capire la situazione: Berlino voleva tenere l’Impero Britannico fuori dalla guerra, perciò non poteva attaccare direttamente la Francia, e tanto meno la Russia, senza aver subito provocazioni. Gli avvenimenti nei Balcani furono un’occasione eccellente per scatenare la guerra, grazie a un effetto domino preparato da decadi di paranoia e preoccupazioni dell’élite tedesca. Berlino aveva cercato a lungo di aiutare l’impero austroungarico a contenere il nazionalismo crescente nelle province balcaniche dell’ex Impero Ottomano, dove la Russia sosteneva la causa degli Slavi e degli Ortodossi.

Le previsioni di Berlino sul coinvolgimento degli attori internazionali si dimostrarono sbagliate e il prezzo da pagare fu salato: gli Inglesi entrarono in guerra, i Francesi inventarono la guerra di trincea che mandò all’aria tattica e strategia tedesche, l’Austria Ungheria si dimostrò ancora più incapace del previsto, gli Stati Uniti decisero di rompere la loro tradizionale politica isolazionista. Ma questo non deve farci perdere di vista il fatto che le mosse tedesce scaturirono dall'acuta percezione della propria indifendibile posizione geografica, in mezzo a due grandi potenze.

La Prima Guerra Mondiale non risolse il dilemma tedesco e dopo una tregua difficile di circa vent’anni la guerra si impadronì nuovamente dell’Europa. L’occupazione e la divisione della Germania fra le due potenze egemoni nel 1945, durata per tutto il periodo della Guerra Fredda, illustra ulteriormente il difficile ruolo della Germania in Europa: è la nazione più forte, ma non può sottomettere le altre nazioni al proprio controllo. Rischia anzi di essere smembrata e controllata dai vicini.

I leader americani ed europei dopo la seconda guerra mondiale sanarono le divisioni e puntarono sulla crescita economica per ottenere la pace, grazie alla creazione del Mercato Comune. I problemi militari vennero aggirati lasciando agli USA l’onere di provvedere alla fetta principale della spesa difensiva. Questo nuovo accordo permise al Vecchio Continente di mantenere l’unità negli ultimi sessant’anni.

Questo contratto sociopolitico regge se la Germania ha molto da guadagnare a parteciparvi. Finché l’Europa ha continuato a crescere e l’UE ha continuato a espandersi, questo accordo è stato più che vantaggioso per la Germania. La crisi finanziaria del 2008 è stato il primo segnale negativo, perché ha portato la fine della prosperità.

A differenza degli USA, l’Unione Europea non è riuscita a evitare che alla crisi economica e finanziaria seguisse una crisi sociale acuta, con livelli di disoccupazione nei paesi nel Sud Europa paragonabili a quelli della Grande Depressione. Per ora la Germania è stata risparmiata, ma il mercato europeo su cui ha potuto contare per tutto il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale è in declino. occhio del ciclone, se non riesce a riformare gli onerosi programmi di spesa sociale. economica epocale in Europa: nessun altro ha la forza di sobbarcarsi un peso simile.

Per ora l’accordo europeo ha ancora una certa valenza, ma se le cose cambiassero l’orologio potrebbe tornare indietro al pre-1914: il contratto si spezzerebbe e la Germania ritornerebbe nella situazione del passato.

La speranza che il contratto tenga non è svanita. L’UE potrebbe cercare di gestire la crisi per un periodo di tempo indefinito, infilandosi in una fase di stagnazione come il Giappone. Oppure potrebbe progredire verso l’unione politica e tornare a essere una grande superpotenza. Ma gli ultimi otto anni di difficoltà, segnati dalla nascita di partiti nazionalisti, non lasciano ben sperare.

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