L’Europa senza Unione:
quali scenari?

09/03/2016

Il britannico Mark Fleming-Williams, analista di Strategic Forecasting, scrive che “il progetto europeo era destinato al fallimento sin dall’inizio. L’Europa è un continente diviso al suo interno da barriere naturali. Per due millenni la sua storia è stata attraversata da guerre interne […], dall’ascesa e dal declino di grandi imperi che hanno lasciato in eredità popolazioni con storie, lingue e culture diverse (mappa a lato). I tentativi degli ultimi settant’anni di unire queste differenti culture in un’entità monolitica non poteva non incontrare insormontabili resistenze di stampo nazionalistico, e prima o poi il progetto si doveva arenare. Oggi il momento è arrivato”.

Le crisi attuali dell’Unione Europea sono molte e di diversa natura, ma sono accomunate da un fattore: la tendenza dei cittadini europei ad ancorarsi alle identità nazionali o alla religione, più che al sogno di un’entità sovranazionale. La crisi greca e l’imminente referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sono due esempi. Un altro è la questione dei migranti: i governi tentano di placare le paure dei propri cittadini infrangendo le regole europee e tornando a disporre controlli alle frontiere. Le reazioni dei paesi europei a tutte queste crisi sono mosse innanzitutto dagli interessi nazionali. Se tutto ciò era piuttosto prevedibile, ben più complicato è intuire che cosa potrebbe accadere d’ora in poi. Lo scenario più probabile è che l’Unione Europea sopravviva, ma come fantasma di se stessa, costretta ad accettare che le sue leggi siano sempre meno vincolanti per i paesi membri, e che ogni paese o gruppo di paesi persegua i propri interessi.

Il primo ovvio gruppo regionale è il Benelux: Belgio, Olanda e Lussemburgo hanno avuto a lungo un ruolo chiave nella geopolitica europea, dato che si trovano nella pianura tra le due grandi potenze continentali, Francia e Germania. Proprio nel Benelux è nato il progetto europeo, poiché Belgio e Lussemburgo formarono un’unione economica già nel 1921 e nel 1944 iniziarono i negoziati per un’unione doganale con l’Olanda. Ma fu la Seconda guerra mondiale a dare origine all’Unione Europea, quando i paesi del Benelux si unirono alle due potenze vicine e all’Italia per creare un blocco che potesse prevenire l’insorgere di altri conflitti. Se l’UE che conosciamo oggi si sfaldasse, il Benelux avrebbe comunque interesse ad assicurare l’amicizia di Francia e Germania e a coltivare il processo di integrazione di questo blocco centrale europeo. Ma stavolta l’Italia non verrebbe invitata. Non solo perché, essendo protetta dall’arco alpino, non si trova nella stessa situazione geopolitica, ma anche perché il blocco, in primis la Germania, sarebbe riluttante a restare legato a un paese così indebitato. A ereditare l’euro – se la moneta continuasse a esistere − sarebbe un gruppo di stati composto da Francia, Germania e paesi del Benelux, il vero centro di gravità del continente in futuro.

Se l’UE si sfaldasse, il Benelux avrebbe interesse ad assicurare l’amicizia di Francia e Germania e a coltivare il processo di integrazione di questo blocco centrale europeo. Spagna e Italia dovranno lottare per restare unite al cuore dell’Europa, e probabilmente dovranno tornare a essere libere di svalutare le loro monete per riguadagnare competitività.

La Germania continuerà a dominare l’Europa per decenni. La sua egemonia si basa in gran parte sul commercio (mappa a lato). Negli ultimi vent’anni il paese ha potenziato enormemente il settore industriale: compra moltissimi semilavorati dai paesi vicini, che mandano in Germania fino al 20% delle loro esportazioni, e li trasforma in prodotti finiti ad alta tecnologia, che poi esporta con successo. Nel 2014 la Germania è stata il primo paese d’esportazione di 14 stati dell’UE e il principale paese d’importazione per 15. Di questi rapporti economici hanno beneficiato soprattutto i paesi dell’ex blocco comunista, che hanno attirato grandi investimenti tedeschi, olandesi e austriaci, con conseguente grande crescita economica. Questi paesi hanno bisogno che i rapporti commerciali con la Germania restino invariati, anche indipendentemente dall’Unione Europea. Ma ci sono anche profonde divergenze di interessi tra Europa Orientale e Occidentale, soprattutto riguardo l’immigrazione e la politica nei confronti della Russia. 

Il Gruppo di Visegrad (composto da Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia), è accomunato dall’opposizione alla volontà tedesca di stabilire quote per ridistribuire i migranti tra i diversi paesi europei. Vogliono la libera circolazione di merci e capitali, ma intendono limitare quella delle persone. La seconda divergenza d’interessi riguarda i rapporti con la Russia.

Nel prossimo decennio la politica russa – tanto quella estera quanto quella interna – sarà travagliata da importanti cambiamenti. Già da qualche tempo la Russia ha un atteggiamento molto più aggressivo alla sua periferia. Questo ha forti ripercussioni sui paesi vicini. Mentre i paesi dell’Europa Centrale (Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Bulgaria e Slovacchia), protetti dalla barriera naturale dei Carpazi, possono concentrare le proprie energie nello sviluppo economico attraverso il commercio con l’Europa occidentale e la Germania, la Polonia – totalmente esposta alla Bielorussia, alleata della Russia − e i Paesi Baltici − ancora meno protetti e di dimensioni decisamente inferiori − non hanno il lusso di fare altrettanto. L’incombente presenza russa unirà di più la Polonia e i Paesi Baltici, spingendoli a cercare alleanze difensive, soprattutto con gli Stati Uniti. Il commercio non si arresterà, ma l’identità di questo blocco sarà incentrata sulla resistenza alla minaccia russa.

A nord, la Scandinavia formerà un blocco a se stante. I paesi scandinavi hanno una storia di imperi comuni, libero commercio, accordi di libera circolazione e un tentativo, fallito, di unione monetaria: sono alleati naturali. Questo blocco sarà probabilmente integrato quanto quello franco-tedesco, col quale avrà certamente importanti rapporti commerciali e diplomatici.

Uno dei paesi che potrebbero trarre maggior vantaggio dalla nuova situazione è il Regno Unito. Dopo aver a lungo cercato di impedire la costituzione dell’Unione Europea, il Regno Unito fu costretto a parteciparvi quando questa divenne una realtà indiscutibile. Ma con un Continente nuovamente diviso, tornerà alla sua strategia preferita: mantenere l’equilibrio tra le potenze europee, cercando di sviluppare una rete commerciale che sia al contempo regionale e globale.

Spagna e Italia saranno probabilmente lasciate indietro. Entrambe dovranno lottare per restare unite al cuore dell’Europa, cioè Francia e Germania. Probabilmente dovranno tornare a essere libere di svalutare le loro monete per riguadagnare competitività. Dal punto di vista del blocco centrale, saranno probabilmente motivo di tensione, con la Francia che spingerà per la loro inclusione e la Germania e l’Olanda che cercheranno di opporvisi.

È improbabile che l’UE si sgretoli d’un tratto e un nuovo ordine si formi immediatamente, senza tensioni o conflitti. Con paesi come l’Italia e la Spagna che combatteranno per evitare l’isolamento, la Francia si troverà nella difficile posizione di dover scegliere tra la Germania e gli alleati mediterranei e farà di tutto per mantenere il sistema attuale, senza essere costretta a scegliere. Insomma, ci sono ancora molte cose incerte, ma dietro gli attuali strappi dell’Unione si intravede un’Europa diversa da quella che conosciamo. 

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