Il gas da scisti
l'Europa, la Russia

17/09/2012

 

Un altro problema per l’egemonia di Mosca è la questione del gas da scisti che, come recentemente sostenuto da Aviezer Tucker (vicedirettore dell’Istituto di Energia dell’Università di Austin, in Texas), può essere l’origine di una “nuova guerra fredda”. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia questo gas “non convenzionale”,  estratto da scisti bituminosi, coprirà circa il 36% della domanda mondiale di gas nei prossimi 25 anni. Sebbene siano altre le regioni del mondo che ne dispongono in abbondanza, i depositi dell’Europa, se pienamente sfruttati, potrebbero coprire le necessità dei prossimi 25 anni, a livelli di consumo che oscillano tra i 600 e i 700 miliardi di metri cubi all’anno.

Ecco il perché dello scontro indiretto tra Russia e Stati Uniti: la Russia considera il gas da scisti un pericolo per il proprio monopolio sulle forniture di gas all’Europa centrale e orientale, che crea dipendenza economica e permette ricavi elevati. Gli USA favoriscono la produzione del gas da scisti, già prodotto su larga scala in America, anche in Europa, proprio perché sia più indipendente dalle forniture e dai ricatti energetici russi. 

Polonia, Francia, Norvegia e Ucraina sono i maggiori detentori europei di riserve di gas da scisti, ma molti altri paesi del Vecchio Continente ne hanno un po’ e potrebbero sfruttarlo per emanciparsi da Mosca.  Proprio come durante guerra fredda, la contrapposizione tra le due potenze si ripropone paese per paese in Europa, anche se in questo caso non riguarda l’adozione di un regime politico, ma il grado di indipendenza dal gas russo. 

Tra i paesi più attivi nel campo del gas di scisti ci sono la Polonia, unico paese in cui c’è un aperto sostegno pubblico al gas da scisti, e l’Ucraina, in ritardo nell’attirare investimenti stranieri rispetto alla Polonia, a causa della debolezza del suo sistema legale e regolatore, ma convinta che il gas non convenzionale sia la chiave per l’indipendenza.

Sono invece Francia e Bulgaria a guidare le fila dei paesi che contrastano l’estrazione di gas da scisti, perché temono l’inquinamento delle falde acquifere e dell’ambiente nelle regioni di estrazione. Mentre in Francia l’opposizione della società civile e dei gruppi ambientalisti è stata subito forte, il no bulgaro ha seguito un percorso più tortuoso. Le proteste pubbliche organizzate da ONG ambientaliste hanno indotto il governo a cancellare la licenza di esplorazione e produzione della Chevron (che una settimana dopo ha annunciato di voler perforare appena oltre il confine, in Romania) soltanto dopo anni di sostegno statale al progetto, per liberarsi dalla dipendenza russa. Il parlamento bulgaro ha poi votato quasi all’unanimità la decisione di vietare tutte le attività estrattive che implichino la fratturazione idraulica (fracking).

Nonostante i dibattiti di stampo ambientale e tecnico, a livello internazionale lo scontro sui gas da scisti in Europa risulta palesemente sopraffatto da quello politico. Il suo sviluppo resta dunque incerto, vincolato all’influenza di Stati Uniti e Russia, ma anche all’effetto trascinante di eventuali casi di successo locale e allo sviluppo di decisioni comuni in sede europea. 

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