I Curdi, il petrolio,
la Turchia

27/12/2013

Per secoli Turchi, Persiani, Arabi, Russi ed altri Europei si sono spartiti l'area corrispondente al Kurdistan senza curarsi della popolazione autoctona. Così i Curdi si sono sempre trovati a cavallo tra due o più imperi, come quando il trattato di Zuhab del 1639 stabilì che i monti Zagros – il luogo di origine dei Curdi − avrebbero separato l'impero Ottomano da quello Persiano.

Ancora oggi il Kurdistan è il campo di battaglia della rivalità turco-persiana: la differenza è che i contendenti non si affrontano più con la cavalleria, ma a suon di oleodotti. Durante una recente conferenza sull’energia ad Arbil, nel Kurdistan iracheno, Ashti Hawrami, ministro delle risorse naturali della regione autonoma del Kurdistan, ha dichiarato che l'oleodotto che collega i giacimenti della regione alla Turchia è stato completato e sarà operativo entro la fine dell'anno, con o senza il consenso di Baghdad. Questa presa di posizione suona come una dichiarazione di indipendenza da parte della regione autonoma del Kurdistan, e una dichiarazione di guerra da parte dei Curdi − sostenuti dai Turchi − a Baghdad, appoggiata invece dagli Iraniani.

Il Kurdistan va dai monti Tauro in Turchia agli Zagros – tra Iran e Iraq – e comprende il nord-est della Siria, il sud-est dell'altopiano anatolico turco (mappa a lato). È abitato da 25 milioni di Curdi. Il territorio del Kurdistan è diviso tra quattro stati − Turchia, Iraq, Iran e Siria − tutti impegnati a reprimere le aspirazioni indipendentiste dei Curdi e a comprometterne l'integrità territoriale facendo leva sulle loro tendenze fratricide. Anche in occasione dei cambi di potere e di regime – dall'impero alle potenze coloniali, dalla monarchia al regime bahatista, dal secolarismo all'islamismo – i Curdi furono sempre troppo deboli e divisi per approfittare della situazione e fondare uno stato sovrano. Li dividevano confini geografici, tribali, linguistici, politici ed ideologici.

Ma negli ultimi dieci anni una serie di circostanze ha permesso l'affermarsi della Regione autonoma del Kurdistan, un'entità politicamente coerente e semi-indipendente nel nord dell'Iraq. La catena degli eventi è stata innescata dalla destituzione di Saddam Hussein nel 2003. Saddam aveva tentato di sterminare la popolazione curda con attacchi chimici alla fine degli anni Ottanta, in un'operazione nota come Anfal. Durante la prima guerra del Golfo gli USA imposero una no-fly zone nel nord dell'Iraq, per evitare altri possibili stermini. Alla caduta del dittatore, i Curdi iracheni protetti dagli USA riuscirono a istituire il Governo Regionale del Kurdistan. Dopo il ritiro delle truppe americane dall'Iraq il Kurdistan iracheno si è rivolto direttamente alle grandi aziende petrolifere, intuendo che la loro presenza nella regione avrebbe potuto garantirne l'incolumità. Fino a quando i colossi dell'energia avranno interessi da difendere nel nord dell'Iraq, la regione avrà le spalle abbastanza coperte per fronteggiare il governo di Baghdad, a maggioranza sciita.

Quando si sono inasprite le tensioni con Baghdad per la ridistribuzione dei ricavi provenienti dal petrolio, i Curdi hanno inaspettatamente ricevuto il sostegno di Ankara. Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere in Turchia sta tentando una nuova strategia nelle relazioni con i Curdi. Invece di reprimerne l'autonomia col pugno di ferro, Ankara è passata dal considerare i Curdi come “Turchi di montagna” al riconoscere i loro diritti linguistici e culturali e a lanciare un negoziato con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. La Turchia ha deciso di applicare la stessa strategia al Kurdistan iracheno, ricco di quel petrolio e gas naturale che potrebbe soddisfare il fabbisogno turco e rendere Ankara meno dipendente dalla Russia.

Mentre Turchia e Kurdistan iracheno si avvicinavano, Iran e Iraq affrontavano altre situazioni difficili. Il regime iraniano doveva difendere i propri alleati in Siria e Libano e gestire le turbolente relazioni con gli USA. Baghdad doveva risolvere le tensioni infra-sciite e contrastare il jihadismo sunnita, più vigoroso dopo il ritiro delle truppe americane. 

In questo contesto nel 2012 nacque il progetto – segreto − del nuovo oleodotto che dal Kurdistan iracheno arriva direttamente in Turchia (mappa a lato). Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di un gasdotto che avrebbe soddisfatto soltanto il fabbisogno di una centrale energetica curda. I lavori, estremamente spediti, non si fermarono quando la centrale fu raggiunta, ma proseguirono verso il confine con la Turchia, a nord. Il gasdotto fu poi subito riconvertito in oleodotto e collegato a oleodotti sul lato turco. La Turchia e il governo regionale del Kurdistan avevano trovato il modo di esportare il petrolio iracheno senza l’autorizzazione del governo iracheno, che ora chiede ai Turchi di pagargli qualche royalty. Ma l’oleodotto è già in grado di funzionare, è al di fuori del controllo del governo iracheno ed è difeso dai Peshmerga curdi che tengono alla larga lo svilito esercito iracheno. A Fishkhabor, vicino al confine turco, è stata completata una stazione di pompaggio e misurazione, anch’essa al di fuori del controllo di Bagdad. Si stima che circa 250000 barili di petrolio proveniente dal Kurdistan iracheno potrebbero essere pompati da Fishkhabor nell’oleodotto turco, per raggiungere il porto di Ceyhan. Nonostante l'oltraggio subito, il governo di Bagdad è rimasto colpito dalla velocità e dalla caparbietà con cui l'oleodotto è stato completato.

Il riavvicinamento fra Iran e USA potrebbe però ridare all’Iran la possibilità di tornare a difendere gli interessi del governo di Bagdad. L’Iran potrebbe anche rispolverare la secolare rivalità tra Turchi e Persiani, e destabilizzare la zona di frontiera.

Ma l’arma più efficace a disposizione di Iran e Iraq per ostacolare l'alleanza tra la Turchia e il Governo Regionale del Kurdistan sono i Curdi stessi. Negli ultimi dieci anni i Curdi hanno raggiunto una maggiore coesione, ma si tratta di una condizione anomala e precaria. Non occorre andare tanto indietro nel tempo per capire quanto profonde possono essere le divisioni tra i Curdi: tra il 1994 e il 1996 il Partito Democratico del Kurdistan e l'Unione Patriottica del Kurdistan si sono fatti guerra. Le divergenze sono state sanate dopo la caduta di Hussein, ma ora che grandi quantità di denaro provenienti dalla fornitura di petrolio andranno a finanziare una leadership già corrotta e frazionata, crescerà lo squilibrio di potere tra i principali partiti curdi, e la rivalità tra Turchia e Iran metterà sotto pressione la loro precaria unione.

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