L'energia nucleare
in Europa

18/03/2011

Il 14,6% dell’energia totale consumata in Europa, nonché il 31% dell’energia elettrica provengono dal nucleare. Negli ultimi otto anni i paesi che avevano bloccato la costruzione di nuovi reattori (Svezia e Germania) e altri che avevano addirittura rinunciato al nucleare (Italia e Polonia) hanno pensato di aprire nuove centrali. Perché? Innanzitutto perché avevano quasi dimenticato l’ultimo grande disastro nucleare (Chernobyl, 1986), e perché le tecnologie attuali sono molto più sicure. E per una ragione geopolitica: per limitare la dipendenza dal gas e dal petrolio russo. Dopo il terremoto dell’11 marzo in Giappone che ha causato gravissimi danni alle centrali di Fukushima Daiichi e Daini, l’entusiasmo è calato nettamente.

Nell’incontro dei ministri dell’energia dell’UE del 15 marzo è stato deciso di effettuare una serie di stress-test –simulazioni di onde, tsunami, attacchi terroristici, etc. – sui reattori nucleari europei per vagliarne la resistenza.

I paesi europei sono molto diversi fra loro sia per quanto riguarda la disponibilità di centrali nucleari, sia per quanto riguarda l’opinione pubblica.

 

Germania

Benché la Germania abbia molte centrali nucleari, rimane il paese europeo con la più radicata paura del nucleare. Durante la Guerra Fredda la Germania fece da ‘cuscinetto’ fra il blocco occidentale e i paesi sovietici. I movimenti ambientalisti e pacifisti emersi nel 1968 criticavano le ingerenze straniere nella politica interna, soprattutto da parte degli USA, che avevano piazzato bombe nucleari in Germania mettendo a repentaglio il popolo tedesco. Il nucleare divenne il simbolo della sottomissione della Germania agli interessi degli Stati Uniti, e per questo acquisì una valenza negativa.

Gli incidenti di Three Miles Island (1979) e di Chernobyl (1986) rafforzarono il sentimento anti-nucleare, tant’è che dopo il 1986 non si costruirono altri reattori in Germania: ancora oggi i Tedeschi mostrano molto scetticismo verso la tecnologia nucleare. Quando i Verdi tedeschi  andarono al potere con l’SPD (partito social-democratico tedesco) fecero approvare una legge per chiudere tutte le centrali entro il 2021. Recentemente la Merkel ha deciso di rimandare la chiusura delle centrali di dodici anni, destando molto malcontento nella popolazione. Al momento non è possibile per i Tedeschi sostituire l’energia nucleare con fonti rinnovabili, se non aumentando ulteriormente le importazioni di gas dalla Russia. Frau Merkel sperava di convincere i Tedeschi con argomenti di geopolitica, ma dopo l’incidente in Giappone dovrà sicuramente fare un passo indietro.

Il governo si trova già in calo di consenso per i prestiti cocessi a Irlanda e Grecia, tant’è che alle prossime elezioni regionali la CDU rischia di essere sconfitta. Il ministro dell’ambiente del Baden-Wuttemberg (CDU) ha già affermato di voler chiudere due vecchie centrali entro l’anno, nella speranza di aumentare la propria popolarità in vista delle imminenti elezioni.

 

Italia

L’Italia è stata uno dei primi paesi a costruire reattori nucleari nel dopoguerra, ma dopo il referendum del 1987 tutte le centrali vennero chiuse. Nel 1988 la produzione di gas italiana riusciva a soddisfare il 40% dei consumi; vent’anni dopo questa percentuale è scesa a meno dell’11%. L’Italia è uno dei paesi più dipendenti dall’estero per l’energia, e per questo il prezzo dell’energia è più alto che negli altri paesi.

Oltre a importare il 14 % dell’energia elettrica dall’estero l’Italia importa il 29% di gas dalla Russia per alimentare le centrali termoelettriche – percentuale destinata a salire dopo la chiusura del gasdotto Greenstream che collega Libia e Italia.

L’Italia trarrebbe molti benefici economici da impianti nucleari, ma il movimento antinuclearista è sempre stato molto forte.  

 

Inghilterra

Laburisti e Conservatori sono d’accordo a investire sul nucleare se necessario per l’indipendenza energetica. Il governo ha intenzione di costruire dieci nuovi reattori entro il 2020. Dopo l’incidente di Fukushima il ministro per l’energia e il clima ha ordinato un’inchiesta per studiare l’incidente e trarne insegnamenti per il futuro. 

Il nucleare soddisfa per ora solo il 18% del fabbisogno energetico del Regno Unito: dal disastro di Chernobyl, infatti, è stata costruita una sola centrale, anche perché i movimenti antinuclearisti inglesi sono fra i più attivi in Europa.  

Le riserve di gas del Mare del Nord – con cui viene prodotta il 45% dell’energia elettrica del paese – stanno calando rapidamente (sono passate da 760 miliardi di metri cubi nel 1998 a 340 nel 2008) e in futuro Londra diventerà sempre più dipendente dalle importazioni provenienti dalla Norvegia.

 

Svezia

Il premier di centro-destra Fredrik Reinfeldt nel 2010 ha cancellato una legge del 1980 che metteva al bando il nucleare (con soli due voti di scarto) grazie all’appoggio dell’estrema destra, e anche dopo il recente incidente ha affermato che ‘il governo andrà avanti’.

A differenza degli altri paesi europei la Svezia aveva un programma nucleare militare già negli anni ’50: vista la prossimità di Germania e Russia, Stoccolma ha sempre mantenuto una posizione neutrale, investendo però molto nell’industria militare per tenere a bada  eventuali avversari. Il reattore di Agesta, chiuso da tempo, fu probabilmente creato per fabbricare armi al plutonio. Siccome in Svezia ‘nucleare’ era sinonimo di ‘sicurezza’ l’opinione pubblica non ha mai avuto timore dell’energia atomica. Metà dell’energia elettrica usata nel paese proviene dal nucleare, l’altra metà da centrali idroelettriche. La produzione però è rimasta invariata dall’apertura dell’ultimo reattore nel 1985: per far fronte al crescente fabbisogno la Svezia dovrà importare elettricità o gas da Norvegia, Russia e Finlandia.

 

Polonia

A giugno in Polonia si voterà per la costruzione di nuove centrali nucleari. I Polacchi non hanno mai avuto bisogno del nucleare perché potevano contare su ampie riserve di carbone – da cui proviene il 94% dell’energia elettrica tuttora. Però ora Varsavia vorrebbe ricorrere al nucleare per svincolarsi dalla dipendenza russa e per ridurre le emissioni di gas serra come richiesto dall’UE. La Polonia ha anche iniziato a puntare sui gas di scisti e sul gas naturale liquefatto. Per ora però la Polonia è costretta ad aumentare le importazioni di gas dalla Russia, in attesa di alternative fruibili. 

Dopo l’incidente, il premier Donald Tusk ha dichiarato di voler continuare sulla strada del nucleare.

 

Francia

La Francia è in assoluto il primo paese in Europa per l’energia nucleare, producendo il 74% della propria energia nelle centrali atomiche. Per Parigi non si tratta solo di una questione di indipendenza energetica, ma anche di rilevanza globale. Il suo arsenale nucleare è visto come un simbolo di indipendenza in politica estera.

Inoltre l’industria nucleare francese è molto prestigiosa: la Francia esporta energia ai suoi vicini (Italia compresa) per un valore di 3 miliardi di euro, e le aziende Areva e Alstom esportano tecnologia nucleare e know-how all’estero. Le centrali francesi sono le uniche a non aver mai avuto nessun incidente degno di nota – a differenza di Stati Uniti, Giappone e Russia).

L’opinione pubblica francese è però divisa: l’intenzione di conservare lo status quo è molto forte, ma il 37% della popolazione vorrebbe ridurre la dipendenza dal nucleare.  Ma la Francia non ha reali alternative: rivolgendosi alla Russia o ai paesi del Maghreb dovrebbe rinunciare alla sua indipendenza, pilastro della politica estera francese fin dalla crisi petrolifera del 1973.

 

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