Tenere in equilibrio i radicalismi sciiti e sunniti

21/05/2013

Un’analisi di Robert D. Kaplan e Kamran Bokhari per Stratfor, che farà discutere, forse a molti non piacerà: la pubblichiamo per stimolare le riflessioni dei lettori.

Gli USA non devono sconfiggere l’Iran: lo sciismo non è nemico degli USA. Sostenere i Paesi arabi sunniti contro l’Iran, o viceversa, non giova agli Americani nel lungo periodo, in quanto genera uno squilibrio di potere nella regione, come è avvenuto dopo il crollo del regime irakeno conseguente all’invasione americana del 2003. Allora l’Iran riuscì a crearsi una sfera di influenza dall’Afghanistan occidentale al Mediterraneo, bloccata soltanto dall’arrivo della Primavera Araba in Siria.

La crisi siriana, in corso da due anni, vede ora l’Iran sulla difensiva, dato che la sua presenza in Libano e in Iraq è a rischio. Ma il fatto che Washington discuta con Mosca per cercare di raggiungere un accordo condiviso sulla crisi sembra indicare che questa volta gli USA non vogliono permettere che la situazione sfugga di mano.

Gli USA hanno già avuto a che fare con la dominazione sunnita del Medio Oriente, ed è stata un’esperienza lungamente negativa. La dominazione sunnita, durante la quale gli sciiti non erano abbastanza temuti, portò al potere in Egitto, Arabia Saudita e altri paesi dittatori che non avevano alcun interesse a calmare i sentimenti anti-americani delle masse. Leader quali Hosni Mubarak in Egitto e Re Fahd in Arabia Saudita favorirono lo sviluppo di un clima politico corrotto e stagnante, privo di riforme, ma tollerante nei confronti degli estremismi: non a caso il capo della cellula terroristica responsabile dell’11 settembre era egiziano e 15 degli altri 18 terroristi erano sauditi. Ma almeno dittatori come Fahd e Mubarak comandavano stati forti che cooperavano con le agenzie di intelligence occidentali, cosa che probabilmente non succederà più se gli islamici sunniti continueranno a guadagnare influenza e potere in Egitto e Siria. Nel peggiore dei casi, dal punto di vista occidentale, gli islamici sunniti radicali accresceranno il proprio potere in Siria per poi esercitarlo in tutta la regione, in particolar modo in Iraq.

Il regime semi-democratico del primo ministro irakeno Nouri al-Maliki è poco stabile, non privo di infiltrazioni criminali ed eccessivamente influenzato dall’Iran, ma almeno ha gettato le basi di uno stato che col tempo potrebbe svilupparsi nella giusta direzione – e di conseguenza influenzare positivamente lo sciismo iraniano: sarebbe allora l’Iraq a far sentire la propria voce in Iran. Se invece l’Iraq crollasse, non solo si creerebbe un ulteriore vuoto geopolitico che i jihadisti potrebbero riempire, ma si annullerebbero definitivamente gli sforzi americani volti a instaurare la democrazia nel paese. Dal punto di vista americano, il regime irakeno a maggioranza sciita funge da importante contrappeso ai salafiti che stanno accrescendo il proprio potere nel mondo arabo sunnita.

La minaccia salafita è ancora più grave se si considera che l’Arabia Saudita, guidata da una classe dirigente vecchia e immobile, con le riserve di acqua potabile in esaurimento, con un sovrannumero di giovani – il 40% dei quali disoccupati − si sta indebolendo. I Sette Sudairi, i sette figli che Ibn Saud ha avuto dalla moglie favorita − Hassa bint Ahmad al-Sudairi − sono più influenti che mai. I diciannove nipoti e i sedici figli viventi di Ibn Saud sono in lizza per il Consiglio della Fedeltà. Altri nipoti ricoprono incarichi di potere al di fuori del Consiglio. Un gruppo così ampio è coinvolto per forza di cose in complessi interessi di parte che prima o poi indeboliranno un regime che finora è rimasto immobile di fronte ai problemi. Non si deve sottovalutare l’artificialità stessa dello stato saudita, nato sull’altopiano del Najd, arido e conservatore, che ha sempre tentato di sottomettere le periferie marittime più cosmopolite, come Hijaz. Nel peggiore dei casi per l’occidente, il nuovo Medio Oriente graviterà intorno a un’Arabia Saudita in fase di grande incertezza, ma determinata a indebolire l’influenza iraniana in Medio Oriente anche a costo di rafforzare i jihadisti. Nell’impero iraniano invece, l’attuale regime sta affrontando una grave crisi, ma come stato è più solido dell’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita non è sinonimo di Penisola Arabica, invece l’Iran occupa quasi completamente l’Altopiano Iraniano, che si estende tra il Medio Oriente e l’Asia Centrale e tra due regioni ricche di fonti energetiche, il Golfo Persico e il Mar Caspio. L’Iran sciita – forte della sua posizione geografica – non è il frutto artificiale delle trame di una singola famiglia, ma è l’erede della storia millenaria dell’antica Persia, la prima superpotenza mondiale. La civiltà iraniana è ricca ed eclettica. Persino sotto l’attuale regime, in Iran sembra esserci un fondamento democratico che invece manca del tutto in Arabia Saudita. Il controllo dei religiosi su di una repubblica islamica non è eterno, e l’occidente è culturalmente molto più vicino all’Iran che all’Arabia Saudita. L’occidente si deve quindi preparare, negli anni a venire, a cambiamenti radicali a livello regionale, che modificheranno le alleanze.

L’Iran conta quasi 76 milioni di persone: dopo l’Egitto, è il paese mediorientale più popoloso, ma il suo tasso di istruzione e di istituzionalizzazione è più elevato. Il gelo tra USA e Iran è già durato più di trent’anni, un decennio in più rispetto al gelo tra gli USA e la Cina “rossa”. Ma non può durare per sempre. Washington non può permettere che l’Iran comprometta gli interessi americani nella regione. Gli USA dovrebbero tentare di creare le condizioni favorevoli per avviare un solido rapporto con l’Iran, e bilanciare le tradizionali relazioni con l’Arabia Saudita. Ciò potrebbe avere come conseguenza la caduta, o più probabilmente la trasformazione, del regime religioso. Ma è una transizione molto difficile: Marg bar Amrika (Morte all’America) fu lo slogan della rivoluzione iraniana e sarà l’ultima cosa cui il regime rinuncerà. Tuttavia, mentre stati artificiali come l’Iraq, la Siria e la Libia rischiano costantemente l’implosione e il futuro dell’Arabia Saudita è incerto, si spera che l’Iran si svilupperà mantenendo una leadership centrale forte e in evoluzione. Si spera, perché le sanzioni occidentali potrebbero aumentare il potere di forze rivoluzionarie in grado di controllare i clientelismi di un’economia in recessione. E un potere decentralizzato è potenzialmente molto più pericoloso di un potere centralizzato, quando si tratta di controllare una potenza nucleare. Questo è il timore espresso da Vali Nasr, studioso dell’Iran, autore di The Shia Revival (2006) e di The Dispensable Nation: American Foreign Policy in Retreat (2013).

È l’autorità centrale debole – non il mantenimento dell’autocrazia – il pericolo maggiore per la regione. Si ricordi che la stabilità in Medio Oriente non è mai dipesa dalla democrazia. Finora Israele e riuscita a firmare accordi di pace soltanto con autocrati arabi che dirigevano i propri stati con il pugno di ferro ed erano pronti a epurare i dissidenti dalle strutture di potere. L’obiettivo principale degli USA non dovrebbe essere l’instaurazione della democrazia, bensì l’equilibrio di poteri a livello regionale, che ridurrebbe il rischio di guerra.

Ora che l’Iran è indebolito dal declino del regime alawita di Bashar al Assad, la Siria sarà il fulcro della lotta di potere tra l’Iran e il mondo arabo sunnita negli anni a venire, impedendo forse a entrambe le parti di dominare la regione. Una guerra fredda si tollera proprio perché è fredda. Una nuova guerra fredda in Medio Oriente, a patto che la violenza settaria sia contenuta, potrebbe essere negli interessi americani. Una regione in equilibrio tra un bastione sciita – Tehran e Baghdad – e un lago di riviviscenza sunnita  dall’Egitto all’Iraq occidentale  può godere di una relativa pace. Per questo motivo l’amministrazione Obama non dovrebbe incoraggiare un gioco a somma zero in Siria.

 

Traduzione di Francesca Colla

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