Quale strategia per l’Occidente?

25/11/2015

Come possiamo affrontare la complessa realtà dell’economia globalizzata, della comunicazione globalizzata, del terrorismo globalizzato? Qual è la nostra strategia? Una strategia non è un progetto, non è neppure una politica, è la visione d’insieme della complessa dinamica che coinvolge tutti gli attori a tutti i livelli.

Come in ogni conflitto, l’avversario colpisce dove siamo più deboli, e colpisce di sorpresa. Oggi l’Occidente è relativamente debole nell’organizzazione statale e nelle regole che legittimano le azioni dello stato, perché il concetto di stato è in fase di transizione. Lo stato nazionale, sviluppatosi nel corso del 1800 in parallelo con la società industriale, è in fase di transizione verso un nuovo ordine, che non è ancora stabilizzato. È un ordine più decentrato, in cui lo stato deve affidarsi molto di più a organizzazioni private esterne anche per la sicurezza interna e per la difesa da attacchi esterni. È un nuovo ordine in cui emergono grumi di intenso nazionalismo all’interno di società multietniche, con sacche di grande povertà in un mondo globalmente molto più ricco del passato. È un mondo di comunità che cercano l’isolamento nell’affollamento di spazi geografici ridotti e di comunicazioni immediate, e non hanno regole certe e condivise su come è lecito o non è lecito interagire.

Riguardo la pianificazione sappiamo che dobbiamo rafforzare, come sempre, le nostre strutture, le nostre capacità, le nostre alleanze. Dobbiamo proteggere le nostre risorse e la nostra sicurezza, migliorando la nostra tecnologia in ogni campo. Dobbiamo consolidare ed estendere le nostre alleanze. Ma per avere una strategia di fondo che ci permetta di affrontare decenni di incertezze e di conflitti dobbiamo prima di tutto chiederci: in che cosa consiste la guerra oggi, su che piani e in che modo si combatte? Come identifichiamo chi ci è nemico, in base a quali principi? In base a quali principi identifichiamo gli alleati e consolidiamo le alleanze?

François Hollande ha definito un atto di guerra gli attacchi terroristici per le strade di Parigi di venerdì 13 novembre e ha risposto con bombardamenti su Raqqa, la città roccaforte dell’ISIS. È un cambiamento radicale rispetto a quanto sostenuto dagli Europei negli anni scorsi, quando ritenevamo ‘ovvio’ che attacchi terroristici non potessero legittimare ritorsioni militari né contro uno stato, né contro le popolazioni che sostengono i gruppi terroristici. Quante sono state le condanne di Israele perché si difende militarmente contro gli attacchi terroristici sul proprio territorio organizzati a Gaza e nel West Bank, con l’aiuto delle autorità e della popolazione? Quanto sono stati criticati gli USA per le campagne militari in Afghanistan e Iraq?

Come l’Iran degli Ayatollah, come la Germania nazista, lo Stato Islamico intende creare un proprio ordine costituzionale. Il Califfato Islamico vuole creare uno stato-mercato che definisce il proprio territorio sulla base delle risorse da controllare e da gestire (non su base storica o culturale o etnica) e non intende inserirsi nell’ordine internazionale esistente, ma vuole distruggerlo, sovvertirne le regole per sostituirle con regole proprie. Non possiamo combatterlo utilizzando le regole condivise da chi accetta e rispetta l’ordine esistente. I governi ‘democratici’ creati in Afghanistan e in Iraq durante l’occupazione americana non stanno in piedi perché Afghani e Iracheni non intendono seguire le regole democratiche. Non le condividono, non le rispettano, perciò nelle loro società non funzionano le regole istituzionali che pure funzionano in Nuova Zelanda o in Canada, persino in Sudafrica.

Non vinceremo gli islamisti che intendono creare il Califfato Islamico con il terrorismo interno ed esterno se utilizzeremo nei loro confronti le regole che loro non rispettano e che intendono sovvertire. Dobbiamo darci nuove regole chiare e condivise per affrontare e vincere guerre di nuovo tipo, contro nemici di nuovo tipo, nel nuovo mondo globalizzato, ma frammentato e instabile. 

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