Quali differenze
fra i diversi islamismi?

18/03/2014

È raro che nei reportage giornalistici e persino nei seminari di taglio accademico si chiariscano le differenze politicamente e socialmente significative fra i vari gruppi islamisti – armati o non armati. Anche persone bene informate, inclusa la maggior parte dei giornalisti, non hanno perciò una visione sufficientemente chiara delle alleanze e degli interessi in gioco nel mondo islamico in generale e nel Medio Oriente in particolare.

Cerchiamo di chiarirci le idee, semplificando moltissimo, riducendo all’osso i punti di divergenza e di comunanza che possono determinare se fra i gruppi è possibile un’alleanza di fondo oppure no.

Chiamiamo Islamisti coloro che credono che lo stato debba essere retto dalla legge islamica e che soltanto gli islamici abbiano diritto alla piena cittadinanza nelle terre islamiche: gli altri possono essere in vario modo accolti, tollerati, protetti, e aver diritto di residenza e libertà di culto, ma con limiti che non si applicano ai cittadini islamici.

Fra gli Islamisti la prima divisione netta è quella fra Sciiti e Sunniti: le differenze dottrinarie di base rendono impossibile un’alleanza strategica, anche in caso di gruppi che condividono la visione islamista dello stato. Sono però possibili alleanze tattiche per contrastare nemici comuni – come quella fra Hamas a Gaza, che è sunnita, e gli Hezbollah in Libano, che sono sciiti.

All’interno del mondo islamico sunnita si distinguono poi i due grandi filoni dei Salafiti (cui sono affini i Wahabiti), e i Fratelli Musulmani.

I Salafiti sono fondamentalisti e tradizionalisti: credono che il vero islam sia quello delle origini, da applicare alla lettera, e che ogni successiva interpretazione sia eretica. Sono molto più interessati all’applicazione delle norme islamiche antiche e ‘pure’ che alla presa e alla gestione del potere, perché non hanno un’agenda politica propria al di fuori dell’applicazione della morale islamica. Accettano perciò sia il potere monarchico sia quello repubblicano, senza sottilizzare sulla legittimità del potere, purché applichi la shari’a nella versione tradizionale.

I Fratelli Musulmani, nati all’inizio del XX secolo in Egitto con lo scopo di ricondurre l’islam al centro della vita sociale e politica nei paesi islamici, hanno un’agenda sovranazionale: vogliono ricreare il Califfato, che unisca di nuovo tutti i paesi del mondo islamico in un unico ‘commonwealth’, caratterizzato dall’adozione della legge islamica come fonte del diritto. I Fratelli Musulmani considerano che il diritto al potere politico si basi sul consenso dei cittadini (islamici), perciò sono repubblicani e ‘democratici’, ma di solito non in senso liberale, perché non riconoscono pieni diritti ai non islamici e alle minoranze.

Dal seno dei Fratelli Musulmani si sono sviluppati attraverso i decenni movimenti che oggi sono molto diversi fra di loro: dai jihadisti transnazionali di alQaeda al movimento Hizmet (Servizio) di Fethullah Gulen, che riconosce i diritti della persona, promuove il dialogo ecumenico e concentra l’attenzione sulle opere di carità, di assistenza sociale, di educazione dei giovani. Come già fecero i Gesuiti nel mondo cristiano, Hizmet fonda e gestisce scuole in tutti i paesi in cui c’è una presenza islamica. Fethullah Gulen vive negli USA, e di lì gestisce l’organizzazione. Il suo appoggio e quello della fitta rete di scuole e organizzazioni sociali aperte in Turchia furono fondamentali per il successo del partito AKP di Erdogan. Ora però Hizmet ha girato le spalle a Erdogan, dopo la sua dura repressione delle proteste popolari, ed Erdogan per ritorsione ha chiuso tutte le scuole di Hizmet nel Paese.

Tutti i partiti e i gruppi combattenti che si ispirano ai Fratelli Musulmani, per quanto diversi fra di loro, hanno in comune un obiettivo transnazionale e sovranazionale, e la convinzione che il potere politico sia legittimato dal consenso popolare. Sono perciò visti con grande sospetto dai Sauditi, che detengono il potere assoluto su base dinastica. La dinastia giordana e quella marocchina invece negli ultimi anni sono venute a patti con i partiti politici locali ispirati alla dottrina della Fratellanza Musulmana e li hanno cooptati al potere.

In tutti i paesi dove sono scoppiate ribellioni durante la cosiddetta ‘primavera araba’ ci sono anche gruppi politici e milizie armate che hanno base settaria locale, non hanno un programma sovranazionale, non sono islamisti, anche se sono composti da islamici, perché non perseguono la creazione di uno stato regolato dalla shari’a. 

Capire il gioco di interessi, ideali, alleanze tattiche e differenze strategiche fra tutti questi gruppi attivi oggi in Medio Oriente è cosa estremamente difficile: di giorno in giorno le alleanze tattiche possono cambiare, e spesso cambiano.

C’è poi da considerare anche il ruolo del nazionalismo nei conflitti  che travagliano il mondo islamico. Il nazionalismo è radicato in quei popoli che hanno condiviso per molti secoli una storia comune anche indipendentemente dall’islam, perché hanno sempre occupato uno stesso spazio geografico. Il nazionalismo è una forza attiva potenzialmente unificante in Iran, in Egitto, in Marocco, in Tunisia. Anche in Algeria, eccetto che nel sud, fra le tribù che vivono nel Sahara. Il generale al Sisi, per esempio, ha deposto Morsi e preso il potere in Egitto in nome dell’interesse nazionale del popolo egiziano, di tutto il popolo egiziano, non soltanto degli islamici. In Giordania si sta creando attorno alla monarchia una cerchia di forti interessi nazionali, che però non hanno ancora grande radicamento nella popolazione, ancora divisa per appartenenza etnica e tribale. In Iraq, in Siria, in Libano, in Libia non ci sono tradizioni e sentimenti nazionali potenzialmente unificanti: lo si è visto e lo si vede in questi anni di terribili guerre interne. 

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