Che fare
contro l’ISIS?

24/02/2015

Da un articolo di Audrey Kurth Cronin per Foreign Affairs

L’Occidente ha tardato a comprendere la vera natura del pericolo rappresentato dall'ISIS e a prendere le adeguate contromisure. In Siria, gli USA hanno puntato a lungo sul bombardamento delle cellule di alQaeda, favorendo di fatto l’ISIS e permettendo anche ad Assad di vincere contro i ribelli moderati che l’amministrazione americana intendeva favorire.

In Iraq, Washington continua ad appoggiare il governo di Baghdad sperando che riesca a riconquistare legittimità e sconfiggere l’ISIS con l’esercito nazionale. Ma è troppo tardi: sono state le politiche pesantemente pro-sciiti e filo-Iran del governo a spingere le tribù sunnite – precedentemente cooptate dall’abile diplomazia del generale Petraeus – nelle braccia dell’ISIS, e a far cadere di nuovo il paese nella guerra civile.

L’ISIS nasce da uno dei gruppi estremisti sunniti che nel 2003 attaccarono l'esercito americano e i civili sciiti con l'obiettivo di scatenare la guerra civile. All’epoca il gruppo era noto come alQaeda in Iraq (AQI) ed era guidato da Abu Musab al-Zarqawi, alleato di Bin Laden. Con la morte di al-Zarqawi, ucciso nel 2006 da un attacco aereo americano, e con il successo dell’operazione ‘Tribal Awakening’ del generale Petraeus, che cementò l’alleanza fra le tribù sunnite e gli Americani in chiave anti-jihadista, l’AQI venne spazzato via dalla scena. Ma nelle prigioni americane in Iraq l'AQI si riorganizzò, cooptò insorti e terroristi di ogni tipo e formò nuove reti, che si diedero un nuovo leader: Abu Bakr al-Baghdadi.

L’ISIS attualmente comprende i capi di alcune grandi tribù sunnite, alcuni ribelli genericamente anti-occidentali, ma anche molti ex ufficiali dell'esercito iracheno che vorrebbero riprendersi il potere e la sicurezza che avevano sotto Saddam Hussein. Dopo lo scoppio della guerra civile in Siria nel 2011 il gruppo conquistò porzioni di territorio nel nord-est del paese, trasferendovi la base operativa e assumendo il nome di Stato Islamico.

A differenza di al-Qaeda, che voleva innescare la rivoluzione globale contro gli stati secolari, l'ISIS ha creato uno stato islamico sunnita "puro", dove vige una versione brutale della sharia, con l’intenzione di mettere fine all’ordine politico – e ai confini – che gli Occidentali avevano tracciato nel XX secolo e imporsi come unica autorità politica, religiosa e militare sul mondo musulmano.

I classici strumenti dell’antiterrorismo non sono sufficienti a sconfiggere l’ISIS: miliziani e capi si nascondono nelle aree urbane – non sulle montagne e nei deserti come i membri di alQaeda – sono integrati nella popolazione civile, quindi difficili da individuare e colpire. Senza contare che l’eliminazione dei capi non distruggerebbe l'organizzazione, che ormai è una sorta di stato con una complessa struttura amministrativa e alcune decine di possibili capi sostitutivi. Ai vertici dell’organizzazione siedono al-Baghdadi e due vice, entrambi ex generali di Saddam: Abu Ali al-Anbari, capo delle operazioni in Siria, e Abu Muslim al-Turkmani, capo delle operazioni in Iraq.  Altri dodici capi dirigono i dodici distretti amministrativi costituiti in Iraq e Siria, che controllano le finanze, i mezzi di comunicazione, gli affari religiosi e le scuole.

Si stima che ogni giorno lo Stato Islamico incassi da 1 a 3 milioni di dollari vendendo il petrolio sul mercato nero in Iraq e Siria – e forse anche allo stesso Assad. Anche in Turchia e in Giordania tanti operatori acquistano il petrolio sottocosto dall’ISIS.

L'ISIS ha saccheggiato banche e sequestrato reperti storici da vendere sul mercato nero; ha requisito gioielli, auto, macchinari, bestiame alla popolazione conquistata. Poiché controlla le vie di transito nell’Iraq occidentale, può imporre gabelle sul transito delle merci. Vende frumento e cotone prodotti a Raqqa, in Siria, e impone tasse a produttori e imprese nei territori controllati.

Le accuse di violenza non indeboliscono affatto il gruppo che, al contrario, ha costruito la propria fama sul potere spettacolarmente brutale e sulla vendetta. Proprio questo attrae molti giovani musulmani. L'ISIS accoglie fra le proprie fila non soltanto fondamentalisti religiosi, ma anche moltissimi giovani in cerca di potere e di solidarietà cameratesca – come succedeva negli anni ’30 ai giovani tedeschi che si arruolavano nelle SA e nelle SS naziste. L’ISIS mette anche a disposizione dei combattenti maschi partner sessuali: alcune donne si offrono volontarie, ma la maggioranza sono costrette, sono schiavizzate.

L'ISIS preoccupa non soltanto i paesi vicini, ma anche Russia, Turchia, Iran, Arabia Saudita e i Paesi europei del Mediterraneo. Per ora nessuno pensa a un intervento di terra: dopo oltre 10 anni di guerre, la speranza di portare stabilità con interventi esterni è svanita.

L’unica strategia possibile oggi pare il contenimento attivo: chiudere le frontiere, colpire dall’aria i contingenti armati quando possibile, in collaborazione con i Paesi confinanti e con i gruppi locali che combattono l’ISIS sul terreno. Ma occorre un alto livello di collaborazione fra gli attori regionali e internazionali perché questa strategia funzioni. L’ISIS non ha amici nella regione, ma le inimicizie e i sospetti reciproci fra i Paesi che dovrebbero collaborare difficilmente permetteranno un coordinamento veramente efficace. 

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