In questo saggio ( titolo originale No One left, Why the World Needs More Children) Paul Morland si interroga sulle cause che stanno portando la popolazione globale al decremento demografico, con pochissime eccezioni.
Per mantener stabile la popolazione, ogni donna dovrebbe avere almeno due figli. Un tempo ne occorrevano di più, perché il tasso di mortalità infantile era alto, e lo era anche quello delle persone in età fertile.
Il declino della popolazione avviene in tre fasi. Nella prima fase, il numero di nati per ogni donna scende sotto il livello di sostituzione; nella seconda i decessi superano le nascite, anche se questo dato può essere ritardato dal fattore immigrazione. Nella terza e ultima fase, il numero totale di persone scende nonostante i flussi continui di immigrati.
La contrazione demografica non riguarda soltanto l’Occidente, ma il globo. Esempi macroscopici sono Cina e India: la Cina è nella seconda fase, quella del deficit demografico, e si avvia alla terza fase; l’India è alla prima fase, ma tutto fa supporre che la seconda fase non sia lontana.
In Europa i dati sono allarmanti. In Italia il rapporto tra nati e anziani è oggi di 1 a 1, il che significa che ogni giovane si troverà presto a dover mantenere un vecchio, e che non ci sono abbastanza giovani in grado di fare abbastanza figli per evitare un rapido collasso demografico. Ciò porterà inevitabilmente all’aumento della tassazione, alla crescita del debito pubblico e alla fuga di cervelli.
Il Giappone continua a perdere popolazione condannandosi all’isolamento e a un futuro malfunzionamento statale.
Ma perché la popolazione dovrebbe continuare a crescere? La risposta sta nel potenziale creativo dell’essere umano. Un mondo con più persone istruite è un mondo più ricco, in tutti i sensi. I bambini, pur chiedendo risorse senza dare nulla in cambio alla società, sono i lavoratori e gli inventori ed i geni del futuro, coloro che garantiranno il corretto funzionamento della società evitandone lo sgretolamento civile.
Per quale motivo le persone scelgono di non avere più figli? Secondo diversi studi, vi sarebbe in primis il desiderio delle persone di godersi la vita senza preoccupazioni economiche. Un altro aspetto, non preponderante, ma comunque indicativo, è la secolarizzazione della società. Gli appartenenti alle religioni abramitiche (ebrei, cristiani e musulmani) hanno tassi di fecondità più alti rispetto ai laici o a chi professa altre religioni, come i buddisti della Tailandia o della Corea. Le minoranze etniche costituite da immigrati assumono rapidamente i tassi di riproduzione tipici della popolazione che si ha accolti. L’istruzione è un fattore importante. Quando le donne diventano più istruite, perseguono i propri obiettivi e la carriera, inoltre hanno accesso alla contraccezione e, curando meglio i propri figli, non sentono la necessità di metterne al mondo più di uno. L’economia è un altro deterrente importante, anche se, paradossalmente, le famiglie più numerose nascono spesso nei Paesi più poveri del mondo. Infine, l’anti-natalismo è una corrente di pensiero in rapida espansione, spesso sotto forma di preoccupazione per l’ambiente, che oggi tende ad assumere forme apocalittiche.
Quali sono i paesi che oggi costituiscono una eccezione al fenomeno della bassa natalità? Israele è la vera eccezione. E’ un paese moderno, sviluppato e dinamico e con un tasso di fecondità superiore rispetto a qualsiasi altro paese allo stesso livello di sviluppo. Quali possono essere i motivi di questa rara eccezione? A metà degli anni Novanta il tasso di fecondità israeliano è aumentato in modo esponenziale (circa 3 figli per donna), anche se Israele continuava ad assorbire immigrati provenienti da Paesi a basso tasso di fecondità (come nel caso degli ebrei russi provenienti dall’ex Unione Sovietica). Una prima riflessione è quella sul rapporto tra il tasso di fecondità e la religiosità, pur considerando che gli ebrei laici israeliani hanno comunque un tasso di fecondità superiore all’Occidente. Questo rapporto aumenta ulteriormente per gli ebrei che vivono negli insediamenti in Cisgiordania, che tendono ad essere più nazionalisti e più conservatori rispetto alla restante popolazione israeliana. Al contrario, nel distretto di Haifa, che ha una storia di laicità e di politica laburista, il tasso di natalità è il più basso di Israele. Un altro dato in controtendenza è quello relativo all’istruzione. In Israele vi sono molte più donne laureate rispetto agli uomini, eppure continuano a fare figli, speso durante il periodo universitario. Un’altra spiegazione può avere radici storiche e culturali, risalenti alla volontà ideale di “rimpiazzare” i 6 milioni di ebrei morti durante la persecuzione nazista. Un altro fattore può essere riconducibile a motivazioni belliche. Israele è in guerra con i suoi vicini dal primo giorno della sua creazione. A noi pare che chi è sotto assedio e minacciato costantemente non pensi a mettere al mondo figli, la cui esistenza è precaria fin dalla nascita. Invece le famiglie israeliane spesso fanno più figli per aumentare la possibilità che almeno qualcuno sopravviva ad attentati e guerre. Lo stesso pare valere per i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza rispetto agli altri arabi. In Israele non ci sono agevolazioni fiscali, aiuti economici e politiche pubbliche finalizzate a sostenere la natalità, ma la cultura pro-natalità e pro-vita è radicata nel sentire civile degli israeliani, è parte integrante della società.
Come possiamo riuscire ad incrementare la natalità? L’emancipazione femminile è imprescindibile, la possibilità che le donne coltivino la carriera al fianco della maternità. Si dovrà aggiungere il ruolo dell’uomo nella cura dei figli. E contrastare l’ambientalismo apocalittico. Scrive Morland: “È vero, la completa eliminazione dell’umanità porrebbe fine in un colpo solo alle emissioni di carbonio di origine umana e alle altre emissioni di gas serra, ma eliminare l’umanità sarebbe uno strano modo per salvarla”. Per poter salvaguardare la crescita demografica e la salute ecologica del pianeta dovremo sicuramente fare affidamento sull’innovazione tecnologica. Ma la società continuerà ad avere bisogno di persone e dietro l’innovazione tecnologica, dalla sua ideazione alla praticità della sua manutenzione, ci sarà sempre l’apporto umano. I robot, come anche l’intelligenza artificiale non sostituiranno, almeno per ora, la manodopera. L’immigrazione aiuta ma, più che favorire l’incremento della natalità, è perlopiù un’attività di spostamento di manodopera. Lo Stato può aiutare ma non risolvere del tutto il problema. Occorre sviluppare un clima sociale favorevole alla natalità, preservando la libertà di scelta individuale, integrando attivamente il ruolo dei nonni nell’aiuto fattivo della gestione familiare e, soprattutto chiarendo la responsabilità degli uomini nella cura dei figli. Se, infatti, la responsabilità biologica della gravidanza è della donna, quella della cura dei figli deve essere equamente suddivisa, abbandonando definitivamente tutte quelle attitudini patriarcali che hanno intossicato le società. Soltanto in questo modo la libertà della donna e il suo ruolo di madre potranno essere effettivamente preservate.
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