In Siria come in Afghanistan
quali conseguenze?

04/02/2013

La campagna militare in corso per liberare il nord del Mali dagli islamisti e il recente sanguinoso attacco a un impianto di estrazione di gas in Algeria sono alcune conseguenze impreviste sia dell’intervento straniero in Libia che rovesciò il regime di Gheddafi nel 2011, sia del non-intervento in Mali quando un colpo di stato militare rovesciò il regime lo scorso marzo, lasciando via libera all’espansione dei jihadisti e di al Qaeda. 

Le conseguenze regionali di ogni intervento  dall’estero sono sempre presenti nelle decisioni delle cancellerie internazionali. 

In Siria gli interventi dall’estero ci sono, ma cauti. L’occidente in Siria ha optato  per una via di mezzo fra l’intervento internazionale armato e l’astensione: il sostegno logistico alle fazioni ribelli in Siria. Ma a quanto si vede ultimamente negli ultimi mesi si è andati oltre.

Da più di un anno Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e alcuni Stati europei  forniscono apertamente aiuti ai ribelli siriani sotto forma di assistenza umanitaria, tende, cibo e medicinali per i rifugiati, e con  forniture militari non letali come radio e giubbotti  antiproiettile. Ma sta diventando chiaro che si forniscono anche armi ai ribelli. In molti filmati si vedono ribelli siriani usare lancia-granate M79 Osa, RPG-22, fucili M-60, lancia-granate multipli RBG-6. Si tratta di armi che non erano presenti nei depositi siriani,  ma sono state acquistate durante la ribellione,  probabilmente in Croazia. Ci sono foto di ribelli con fucili austriaci Steyr Aug e bombe a mano svizzere  provenienti dagli Emirati Arabi Uniti. La diffusione di nuove armi provenienti dall’estero nel corso degli ultimi mesi è la prova di un effettivo rifornimento bellico. Oggi il sostegno esterno in Siria è simile a quello dato ai Talebani in Afghanistan negli anni ’80 contro l'Unione  Sovietica. E come allora in Afghanistan, oggi in Siria i grandi sostenitori esterni dei ribelli sono Washington e Riyadh, in collaborazione con alcuni paesi confinanti con la Siria.

In Afghanistan i Sauditi e gli Americani lasciarono al partner pachistano la decisione su quali gruppi finanziare e armare, e i Pachistani armarono quei gruppi che pensavano di poter gestire e usare come strumento di egemonia in Afghanistan e i gruppi più forti sul campo, che erano quelli jihadisti. Cosa ovvia, perché i jihadisti non temono la morte ma la considerano un premio.   

Un processo simile avviene da due anni in Siria. I gruppi più forti sul campo di battaglia sono quelli di orientamento jihadista come al-Jabhat Nusra, che applicano le tattiche apprese durante la guerriglia terroristica in Iraq. I Sauditi – insieme al Qatar e agli Emirati – finanziano i gruppi jihadisti proprio per i loro successi in battaglia. Nella confusa opposizione siriana l'unità d'intenti e i successi sul campo di battaglia dei jihadisti hanno attirato molte nuove reclute. 

La guerra – soprattutto se brutale ed estenuante - tende sempre a trasformare i ribelli in estremisti. Pensate a Stalingrado, all’America Centrale durante la guerra fredda o alla pulizia etnica nei Balcani dopo la dissoluzione della Jugoslavia: brutalità e sofferenza tendono a rendere le persone schiave dell’ ideologia. In Siria molti musulmani laici sono già diventati jihadisti convinti. I ribelli che avevano riposto le loro speranze nell’intervento della NATO sono delusi e offesi per essere stati ignorati. Fra i combattenti si sente dire: "l'Occidente – che cosa ha fatto per noi? Ora abbiamo solo Dio". Aggiungere ai fattori ideologici le iniezioni di denaro e di armi ai gruppi jihadisti ha fatto sì che i laici siriani sul campo di battaglia non si sentano più. Quali saranno le conseguenze?

La politica saudita è chiara. I Sauditi sperano di spezzare l’influenza sciita nella mezzaluna che dall'Iran raggiunge Siria e Libano attraverso l’Iraq, e mirano a installare un regime alleato sunnita in Siria. Sostenere il jihad in Siria migliora anche il prestigio saudita fra i fedeli islamici che accusano i Saud di essere troppo filo americani, troppo legati all’occidente. Inoltre mandare i giovani radicali a combattere  e morire in Siria allontana il pericolo di ribellioni  jihadiste nella penisola arabica, vicino a casa. I Sauditi agevolano lo spostamento dei giovani radicali  yemeniti nei campi di addestramento in Turchia, prima che vadano a combattere in Siria. Ma prima o poi quelli che sopravvivranno torneranno a casa, e saranno probabilmente i più feroci e i più determinati. Che succederà allora?

L’esperienza  fatta in Afghanistan, in Iraq e in Libia  dice che i gruppi jihadisti che sopravvivranno  porteranno ferocia e distruzioni e guerra civile nella regione dopo che in Siria sarà instaurato un nuovo regime. Prepariamoci ad un ulteriore e prolungato peggioramento nella vita sociale e politica del mondo arabo. 

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