La via della schiavitù
e la primavera araba

12/07/2011

Di Fouad Ajami, pubblicato sul Wall Street Journal l’8 luglio 2011

I dittatori saliti al potere fra gli anni ’50 e ’60 hanno impoverito i loro paesi. E le rivolte attuali ne sono il risultato. 

Il grande economista F.A. Hayek avrebbe capito subito gli aspetti economici della ‘Primavera Araba’. Per generazioni gli Arabi si sono spogliati della libertà politica in cambio di protezione economica. Si sono ribellati quando hanno capito che lo scambio non è equo, che il sistema di sussidi, la promessa di uguaglianza fatta dagli autocrati al potere era un fallimento totale.

Quella che Hayek avrebbe definito la ‘via araba verso la schiavitù’ ebbe inizio quando l’ordine dei vecchi mercanti e proprietari venne stravolto negli anni ’50 e ’60 da una classe di politici e militari che instaurarono  regimi assolutistici. Gli ufficiali andati al potere in Egitto, Siria, Iraq, Libia, Algeria e Yemen erano uomini che disprezzavano il mercato e la libertà economica: provenivano per lo più dalle classi meno abbienti e non avevano nessun rispetto della ricchezza e della proprietà. Immediatamente si preoccuparono di livellare l’ordine economico inducendo i mercanti alla fuga e perseguitando i difensori del libero mercato. Negli anni ’50 le minoranze straniere che si erano distinte durante il boom economico del cotone in Egitto – a partire dal 1860 circa – e che avevano condotto il paese sulla via della ricchezza furono costrette a fare le valigie. I militari e i socialisti fabiani che li ispirarono non avevano fiducia nel libero mercato e nel commercio, ed erano determinati a comandare […] anche senza di loro.

Dopo l’esempio egiziano anche negli altri stati della regione l’equilibrio mutò. Ad esempio in Iraq gli Ebrei che vivevano lì da oltre 2000 anni furono spogliati delle loro ricchezze e cacciati fra il 1950 -51. Si erano sempre dedicati al commercio ed erano la comunità più attiva di Baghdad. Alcuni mercanti sciiti tentarono subito di sostituirli, ma non ebbero vita lunga.Gli ufficiali dell’esercito e gli intellettuali del Partito Baath del ‘Triangolo Sunnita’ (Siria, Egitto e Iraq) – uomini avidi di ricchezze e di potere – si impossessarono del paese e delle ricchezze petrolifere. Come […] in Egitto credevano nella pianificazione e nell’uguaglianza sociale. Già prima degli anni ’80  Saddam Hussein, nato in una famiglia estremamente povera, considerava le ricchezze del paese come una sua proprietà personale. In Libia Gheddafi fece altrettanto, forse meglio. Dopo il colpo di stato distrusse il settore privato e nel 1973 instaurò il ‘socialismo islamico’. Gheddafi di fatto nazionalizzò l’intera economia e i Libici, cui venne negato l’accesso al capitale e la possibilità di mettere alla prova le proprie abilità, divennero un elemento superfluo della società.

Nel suo capolavoro del 1944 ‘La via della schiavitù’ Hayek scrisse che nelle società totalitarie che uccidono la libertà ‘i peggiori salgono al vertice’. Con parole che descrivevano la situazione europea del tempo, e che descrivono perfettamente la situazione araba attuale,  disse: “per essere un bravo discepolo in uno stato totalitario non è sufficiente essere preparati ad accettare giustificazioni ingannevoli per le azioni più vili; si deve essere anche preparati a liberarsi di ogni regola morale per […] raggiungere l’obiettivo prefissato. Siccome è solo il leader supremo a stabilire questo obiettivo, […] i suoi strumenti non possono avere rimostranze morali di nessun tipo’. Queste parole descrivono perfettamente la situazione  sotto la brutale dittatura del leader siriano Hafez al-Assad, e ora di suo figlio Basher.  Si dice che Hafez abbia iniziato la carriera con poco più che un salario da ufficiale; presto però ha messo le mani su una pletora di ricchezze: i Makhlouf, suoceri degli Assad, hanno ottenuto il controllo dei settori cruciali dell’economia siriana. Gli Alawiti, minoranza religiosa cui appartiene il clan Assad, erano contadini e raccoglitori poveri, ma dopo essersi impossessati del potere politico e militare si arricchirono grandemente. I mercanti di Damasco e Aleppo e i proprietari di Homs e Hama furono costretti a sottomettersi al nuovo ordine: non avevano altra scelta che sottostare alle estorsioni, permettere agli Alawiti di impossessarsi di aziende di lunga data, e farsi da parte. Ma una decina di anni fa questo sistema, basato su sussidi e redistribuzione, e sull’obbedienza in cambio di ‘protezione sociale’, ha iniziato a scricchiolare. La popolazione delle zone rurali ha avuto una grande crescita demografica, ed è diventato impossibile garantire un lavoro a tanti giovani e ai ragazzi poco scolarizzati.

Il nazionalismo economico e la guerra contro il mercato hanno tradito gli Arabi, che ora hanno i tassi di disoccupazione più alti nei paesi in via di sviluppo e il più basso tasso di partecipazione femminile all’economia. L’ordine politico arabo degli scorsi decenni viveva a credito e si reggeva  in piedi solo grazie al terrore. Sono stati fatti tentativi per ‘riformare’ il sistema, ma nelle economie arabe l’economia è ormai proprietà privata dei membri del regime: furono infatti figli, generi e nipoti dei dittatori a guidare la transizione al mercato quando vennero privatizzate le imprese in perdita. Ovviamente questo processo non fu nemmeno lontanamente simile a quanto accade di solito nei sistemi trasparenti. Si è così creato un capitalismo del peggior tipo, riconosciuto come tale dalle stesse popolazioni arabe. Infatti è proprio questo disastro economico ad aver reciso il rapporto di fiducia fra Mubarak e gli Egiziani, da sempre noti per la loro pazienza e per il loro  stoicismo. […] Le riforme liberali attuate in Oriente e in America Latina negli ultimi decenni non hanno raggiunto il mondo arabo. Questa è la grande sfida della Primavera Araba e delle forze che l’hanno resa possibile. Il libero mercato ha davvero pochi difensori, forse nessuno, fra gli Arabi. Se i movimenti che guidano il cambiamento nel mondo arabo hanno come obiettivo soltanto la conquista del potere, la rivoluzione produrrà gli stessi esiti del passato.

In Yemen un insegnante di nome Amani Ali, logorato dalla povertà e dall’anarchia di uno degli stati arabi più poveri, ha recentemente dato voce a un sentimento che, ahimè, è il pilastro dell’ autocrazia: “Non vogliamo un cambiamento, […] non vogliamo la libertà, vogliamo cibo e sicurezza!” La vera saggezza che eviterà agli Arabi la via della schiavitù verrà soltanto quando i cittadini del mondo arabo capiranno che il legame fra libertà politica e libertà economica è inscindibile.

Ajami è membro dell’Istituto Hoover dell’Università di Stanford, co-presidente del Gruppo di Lavoro su Islamismo e Ordine Internazionale dell’Istituto Hoover.

 

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