L'Iran, l'Iraq
e il ritiro statunitense

26/04/2010

Liberamente tratto da un’analisi di George Friedman per Strategic Forecast, 20 aprile 2010.
 
Fino al 2003 l’equilibrio regionale del Medio Oriente era basato sulla contrapposizione fra Iraq e Iran. Invadendo l’Iraq gli USA pensavano di poter abbattere velocemente il governo di Saddam Hussein e rimpiazzarlo con un governo stabile e filoamericano. Nella prima fase dell’invasione l’Iran cooperò con gli Stati Uniti perché voleva abbattere il rivale regionale, Saddam Hussein. Ma Washington e Teheran avevano obiettivi divergenti: la Repubblica Islamica intendeva creare a Baghdad un regime vassallo guidato dalla componente sciita, mentre gli Stati Uniti volevano stabilire uno stato  forte, capace di contrastare l’espansionismo iraniano.
 
La strategia americana in Iraq è stata piuttosto incoerente. Il programma di de-baathificazione forzata relegò la comunità sunnita ai margini della vita politica del paese spingendo gli ex Baathisti all’insurrezione, anche in alleanza con il jihad internazionale ed al-Qaeda. Nell’arco di poco tempo l’Iraq fu trascinato nel caos e l’Iran ne approfittò per infiltrare le istituzioni del paese, grazie ai propri legami con gli Sciiti.
 
Gli Stati Uniti, consapevoli della situazione, sono rimasti in Iraq per stabilizzare la situazione e contrastare l’espansionismo iraniano. Anche a prescindere dalla questione nucleare, la presenza di un Iran fortemente espansionista e incontrollato rappresenta una seria minaccia per l’equilibrio del Medio Oriente.
 
Washington ha deciso di ritirare le truppe entro l’estate - anche se lascerà 50.000 soldati sul terreno per aiutare le forze di sicurezza irachene. Gli Stati Uniti devono necessariamente ritirare truppe da uno dei due teatri di guerra, perché non possono continuare a rimanere impegnati allo spasimo fra Iraq e Afghanistan, e non avere uomini e mezzi di riserva per intervenire altrove in caso di crisi.  
Gli Americani sanno di non poter abbandonare il Golfo Persico nelle mani dell’Iran, e dunque stanno facendo ogni sforzo per favorire la formazione di un governo iracheno coeso e di un esercito forte e capace di resistere alla minaccia iraniana.
 
Ma gli Iracheni riusciranno a formare un governo coeso? Senza la presenza di un governo unito e forte, il rafforzamento dell’esercito iracheno non basta - tutti gli sforzi rischiano di essere vanificati.  
 
Il  settarismo.
 
Gli Americani negli ultimi anni hanno addestrato a dovere decine di migliaia di soldati iracheni.
Ma  il problema della sicurezza non sta nella ‘professionalità’  dell’esercito, ma piuttosto nella sua ‘lealtà’.
Saddam Hussein teneva insieme lo stato grazie a un misto di terrore e di benefici, ma dopo la sua sconfitta le varie fazioni sono entrate in guerra fra di loro e contro gli Stati Uniti minando l’unità dell’Iraq. Purtroppo le forze di sicurezza - create grazie all’appoggio degli USA - riflettono le divisioni della società, e dunque rispondono (almeno in parte) a logiche settarie.
Le singole fazioni non hanno una visione comune del futuro dell’Iraq, e vi è il rischio che preferiscano difendere i propri interessi piuttosto che giurare fedeltà allo stato.
 
Gli Stati Uniti sono consapevoli di questi problemi, e dunque potrebbero decidere di bloccare il ritiro nel caso in cui le cose andassero storte. Non è però possibile prevedere se e quando il problema del settarismo sarà risolto, tanto più che l’Iran potrebbe cercare di destabilizzare l’ambiente iracheno ravvivando la ribellione e il terrorismo.
 
Sicuramente le truppe lasceranno il paese solo se il governo americano riterrà che il governo e le forze di sicurezza irachene siano capaci di reprimere le ribellioni, comprese quelle fomentate da Teheran. Ma questo avverrà soltanto se i grandi partiti iracheni avranno un’idea comune dello stato, e se saranno capaci di mettere da parte i propri interessi per dedicarsi alla costruzione della nazione – e se le forze di polizia e l’esercito saranno fedeli al governo e pronti a morire per la patria.
 
Altrimenti l’intera strategia statunitense per la regione potrebbe frantumarsi, il che costringerebbe gli USA a ripensare a tutte le relazioni costruite negli ultimi anni – a partire dal rapporto con la Repubblica Islamica.
 
A cura di Davide Meinero
 

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