La Bibbia può esser letta come il primo trattato di filosofia politica dell’umanità, in forma narrativa. Ogni episodio della narrazione è anche una lezione di politica.
La schiavitù d’Egitto insegna agli Ebrei che la ricerca di benessere economico anche a costo di dipendere da altri porta prima o poi alla schiavitù. La libertà non è negoziabile.
La fuga dalla schiavitù d’Egitto è seguita da 40 anni di peregrinazioni e attesa, perché il Patto con Dio deve avere il consenso di tutto il popolo, nessuno escluso, visto che tutto il popolo è responsabile del mantenimento del Patto da parte delle istituzioni e l’intero popolo paga come conseguenza del mancato rispetto della Legge. Il Patto (o Costituzione) è fra Dio e il popolo, non fra Dio e una classe di sacerdoti o di guerrieri o di re. Finché anche una sola persona non fu d’accordo ad assumersi la responsabilità di accettare e mantenere il Patto, non fu possibile agli Ebrei creare e mantenere lo Stato. Di conseguenza non c’è libertà stabile per i singoli individui, neppure all’interno del proprio stato, se non è responsabilità di tutti, nessuno escluso, mantenere istituzioni rispettose della Legge.
Ma quale Legge?
Di conseguenza non c’è libertà stabile per i singoli individui, neppure all’interno del proprio stato, se non è responsabilità di tutti, nessuno escluso, mantenere istituzioni rispettose della Legge.
Quando abbiamo costituito l’Unione Europea i governi dei diversi stati non sono riusciti a trovare un accordo per definire le radici della civiltà europea.
Sarà difficile trovare un accordo di difesa comune e di strategie comuni se non sappiamo che cosa abbiamo in comune, che valga la pena difendere.
La Legge che riguarda i doveri dell’individuo verso Dio e verso gli altri individui è la Prima Legge, il Decalogo. Ma nelle scritture ebraiche c’è una Seconda legge, il Deuteronomio, che Dio trasmise a Mosè oralmente e che fu messa per iscritto dalle generazioni dei secoli successivi. Questa indica come debbono essere articolate le istituzioni dello stato e pone forti limiti al potere di ogni istituzione per mantenere tutto il potere nelle mani del popolo. Soprattutto limita il potere del re. Il profeta Samuele addirittura scongiurò gli Ebrei di non accettare mai nessun re.
La Chiesa cristiana adottò in pieno la Prima Legge, il Decalogo, e ne amplificò la portata aggiungendovi il concetto di carità. Ma attribuendo al Papato il ruolo di ente supremo legittimante il potere politico lasciò in ombra la Seconda Legge, il Deuteronomio (che pure fa parte del Pentateuco, dunque anche della Bibbia cristiana) e aprì la porta all’autocrazia, come per altro avevano già fatto i Sadducei in Israele all’epoca di Gesù.
L’ebraismo rabbinico, la nuova forma di ebraismo che si salvò dalla distruzione dello stato e del tempio ad opera dei Romani nell’anno 70 d.C, mantenne invece la gestione democratica comunitaria, con l’elezione diretta da parte degli Ebrei dei capi che governano la Comunità.
Le correnti eretiche cristiane si ispirarono all’interpretazione ebraica della Bibbia per sostenere le proprie interpretazioni e non riconoscere l’autorità papale. Questo portò la Chiesa a sviluppare un forte antigiudaismo dal IV secolo in poi, con accuse terrificanti, che sono le stesse ripetute da allora in poi da ogni persecutore degli Ebrei e da ogni nemico di Israele.
Per contrastare le eresie (come quella dei Catari), il Sinodo di Tolosa del 1229 vietò ai laici il possesso di copie della Bibbia in lingua volgare. Nel 1559, per arginare la diffusione del Protestantesimo, l'Inquisizione vietò la traduzione, la stampa e la lettura della Bibbia in volgare senza una licenza speciale del Sant'Uffizio. Con le regole del Concilio di Trento (1594) la restrizione divenne più rigida. Nel 1596 l'Indice di papa Clemente VIII revocò ogni possibilità per i laici di ottenere un permesso per leggere la Bibbia in volgare.
Tuttavia non soltanto i protestanti ma anche i cattolici tornarono a leggere attivamente la Bibbia ebraica e interpretarla in chiave politica proprio nel tardo 1500. Durante i secoli della Riforma e della Controriforma, lo studio dell'antico Stato d'Israele diede vita a un vero e proprio genere letterario-politico noto come respublica Hebraeorum. Intellettuali protestanti e cattolici analizzarono i testi biblici e rabbinici non solo per motivi religiosi, ma per cercare modelli istituzionali ideali, forme di governo stabili e risposte ai conflitti civili del tempo, trattando la Bibbia non solo come testo teologico, ma come una vera e propria fonte storica e politica.
Il più celebre in Italia è forse il De republica Hebraeorum di Carlo Sigonio, cattolico, pubblicato nel 1582. E’ il primo trattato sistematico dedicato interamente all'analisi delle istituzioni politiche dell'antico popolo d'Israele.
Nei territori riformati, il modello ebraico venne usato soprattutto in chiave repubblicana e antimonarchica, vedendo nel governo dei Giudici o nel patto tra Dio e il popolo l'esempio di una costituzione mista o di una teocrazia tollerante.
Corneille Bonaventure Bertram (1531–1594): Teologo calvinista francese, fu in assoluto il primo autore a dedicare un'intera opera al genere con il suo De politia iudaica (1574). Influenzato dal pensiero di Giovanni Calvino, descrisse lo Stato ebraico come una "costituzione mista" in cui l'autorità civile e quella religiosa collaboravano senza sovrapporsi, offrendo un modello politico per le comunità ugonotte e ginevrine.
Petrus Cunaeus (1586–1638): Giurista olandese, scrisse il celeberrimo De Republica Hebraeorum (1617). Il suo lavoro divenne il manifesto politico delle Provincie Unite (Olanda) durante la guerra contro la Spagna. Cunaeus presentò la repubblica ebraica come il modello perfetto di Stato repubblicano e federale, lodandone le leggi agrarie (l'anno del Giubileo che ridistribuiva le terre) come rimedio contro l'avarizia e la tirannia.
Wilhelm Schickard (1592–1635): Ebraista e poliedrico scienziato tedesco (noto anche per aver inventato una delle prime calcolatrici meccaniche), scrisse il De jure regio Hebraeorum (1628), concentrandosi specificamente sul diritto pubblico e sul ruolo del re nel sistema giuridico ebraico antico.
In ambito cattolico, l'analisi dello Stato ebraico servì a controbattere alle teorie protestanti e a legittimare l'autorità del Papa e la subordinazione del potere politico a quello spirituale.
Giovanni Stefano Menochio (1575–1655): Gesuita e biblista italiano, pubblicò nel 1648 il proprio De republica Hebraeorum. Menochio utilizzò la storia delle istituzioni israelitiche per dimostrare la legittimità della struttura gerarchica della Chiesa cattolica e del potere pontificio, interpretando la teocrazia ebraica come il perfetto precursore del governo papale.
Jean Bodin (1529–1596): Pur non avendo scritto un trattato monografico intitolato alla repubblica ebraica, il celebre teorico francese della sovranità attinse a piene mani dalle istituzioni ebraiche e dalla legge mosaica nei suoi Six livres de la République (1576) e nel Colloquium Heptaplomeres per discutere i limiti del potere regio, la tolleranza e la giustizia divina.
Calvinisti, Ugonotti, Evangelici e Puritani sposarono in pieno l’idea della responsabilità collettiva di rispettare il Patto e del dovere da parte del popolo di rifiutare istituzioni e poteri che violano la Legge, fino al punto di considerare dovere morale uccidere il re, come fecero i Puritani in Inghilterra nel 1649 col re Carlo Primo, che aveva sciolto il Parlamento e imposto tasse senza l’accordo della popolazione che le avrebbe dovute pagare. Le repubbliche e le monarchie costituzionali del 1600 in Europa sono frutto dell’impegno politico di Calvinisti, Ugonotti, Evangelici e Puritani. I Puritani portarono il loro impegno politico in America.
L’orrore delle tremende guerre di religione che seguirono alla Riforma portarono gli Europei a stipulare il Trattato di Vestfalia (1648), che proclamava l’autonomia di ogni Stato dall’autorità di Papi o Imperatori sia nelle questioni politiche sia in quelle religiose. La visione dello Stato come un tutt’uno di Popolo e Patto (o Costituzione), indipendente da autorità che si pretendono universali e da classi dirigenti esterne al popolo dello stato stesso, realizzò nei fatti la lezione politica della Bibbia ebraica.
Ma il laicismo delle istituzioni europee/occidentali degli ultimi due secoli ci ha fatto dimenticare queste radici. Quando abbiamo costituito l’Unione Europea i governi dei diversi stati non sono riusciti a trovare un accordo per definire le radici della civiltà europea. La proposta di citare le comuni radici ebraico-cristiane fu subito bocciata dalla Francia. La proposta di comuni radici greco-romane appariva assurda agli europei del nord e dell’est. Così non abbiamo saputo definire quali sono le radici della nostra comune civiltà europea, che cosa ci unisce e ci caratterizza. Sarà difficile trovare un accordo di difesa comune e di strategie comuni se non sappiamo che cosa abbiamo in comune, che valga la pena difendere. Così come ci è sempre stato difficile capire la ragione politica dell’accanirsi di tutti gli autocrati della storia contro gli ebrei e contro la cultura ebraica. La risposta che ci permette di capire non è l’abituale ‘it’s the economy, stupid’ , ma ‘ it’s love of freedom, brother’.
I vostri commenti
Per questo articolo non sono presenti commenti.
Lascia un commento
Vuoi partecipare attivamente alla crescita del sito commentando gli articoli e interagendo con gli utenti e con gli autori?
Non devi fare altro che accedere e lasciare il tuo segno.
Ti aspettiamo!
Accedi
Non sei ancora registrato?
Registrati