Gli Houthi, chi sono e che cosa vogliono

21/09/2026

(parzialmente estratto da un saggio di Hilal Khashan )

Il gruppo Houthi è una derivazione del Movimento (islamico) per la Rinascita dell'Imamato Zaidita, emerso nei primi anni '90. Il primo leader, Hussein Badr al-Din al-Houthi, guidò una ribellione contro il governo nel 2004 e fu ucciso lo stesso anno. Suo fratello, Abdul Malik al-Houthi, è l'attuale leader. Il loro padre, Badr al-Din al-Houthi, era un eminente studioso zaidita e una figura influente. Tutti e tre appartengono alla Jarudiya, una delle sette zaidite più estremiste dell'Islam, che considera la discendenza dalla stirpe del Profeta un requisito imprescindibile del potere. Per loro gli imam sono sullo stesso piano dei profeti, in quanto scelti da Dio. Credono inoltre che il loro diritto divino a governare si estenda non solo allo Yemen, ma all'intero universo.

Hanno il controllo della parte montagnosa della costa occidentale dello Yemen, benché il governo ufficiale da decenni cerchi di disarmarli. In quest’area hanno instaurato uno stato di polizia teocratico. Il gruppo venera il suo fondatore come il portavoce del Corano e il suo attuale leader come la guida della "marcia coranica", espressione con cui si indica il programma politico e religioso del movimento. Il documento fondativo afferma che Dio ha scelto i discendenti del Profeta Maometto in generale, e il leader del gruppo in particolare, per guidare la comunità islamica e preservare il Corano. Abdul Malik al-Houthi è definito l'“emblema della guida”, dunque di natura sacra, il che impone un'obbedienza assoluta da parte dei suoi sudditi. La convinzione degli Houthi nella propria missione deriva dalla credenza – condivisa con altri gruppi islamici sunniti e sciiti – che il Profeta Maometto abbia annunciato ai suoi compagni l'avvento, prima del Giorno del Giudizio, di una figura della sua famiglia nota come Mahdi, che guiderà il suo esercito a Gerusalemme, dove instaurerà un califfato islamico in preparazione all'avvento del Messia.

Gli Houthi ritengono che le loro azioni nella regione stiano aprendo la strada a tutto ciò. La loro capacità di sconfiggere gli avversari durante la guerra civile yemenita ha rafforzato la convinzione che Dio sia dalla loro parte. I loro attacchi contro Israele nel Mar Rosso sono diventati parte di una guerra santa per conto della comunità islamica, una battaglia per la quale il gruppo si prepara da decenni. Gli zaiditi credono che il Mahdi apparirà tra loro e strapperà Gerusalemme agli ebrei.

Un mese dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 gli Houthi hanno iniziato a lanciare missili e droni contro Israele, oltre a prendere di mira nel Mar Rosso le navi occidentali. Il leader del gruppo ha dichiarato che l'obiettivo è guidare la lotta contro Israele per conto degli Stati arabi e islamici. Gli Houthi si sono rifiutati di sospendere le ostilità anche quando gli iraniani hanno accettato la tregua per trattare con gli USA. Così facendo hanno dimostrato la propria resilienza e indipendenza politica, anche dall'Iran.

I loro attacchi non seguono logiche militari convenzionali. Sebbene abbiano costretto gli israeliani a rifugiarsi nei bunker e abbiano perturbato il traffico aereo, tali azioni si sono rivelate, sotto il profilo militare, in gran parte inefficaci. Ciononostante, gli Houthi hanno esaltato queste offensive – persino il lancio di un singolo missile o drone capace di violare lo spazio aereo israeliano – come prova della loro capacità di sfidare Israele.

Gli Houthi sanno bene che nessuna potenza straniera può vincere una guerra contro di loro, perché le aspre montagne di Saada li proteggono dalle invasioni straniere e garantiscono la loro indipendenza. Di fatto, la mancanza di informazioni di intelligence precise sull'ubicazione delle rampe di lancio missilistiche Houthi ha ostacolato gli attacchi aerei dell’aeronautica israeliana, che ha bombardato le infrastrutture del porto di Hodeida e la capitale Sana'a, senza tuttavia arrecare danni significativi alle risorse militari Houthi.

Gli yemeniti residenti nelle aree controllate dagli Houthi partecipano a manifestazioni di massa settimanali, quelli che vivono nelle zone controllate dal governo vero e proprio (quello riconosciuto a livello internazionale) hanno preteso dal governo di cessare le critiche agli Houthi ed esprimere invece gratitudine per gli attacchi contro Israele.

Il gruppo ritiene che proseguire e ampliare l'offensiva ne prolungherà la sopravvivenza politica, offrendo il tempo necessario per raggiungere l'obiettivo ultimo: il dominio su tutto lo Yemen e sullo stretto di Bab el Mandeb, perciò il potere di controllo e tassazione sul transito di tutte le navi.

A livello internazionale gli Houthi hanno instaurato stretti rapporti con la Cina, che ha fornito loro attrezzature per l'identificazione delle navi, immagini satellitari e componenti per droni. La Cina considera lo Yemen e il Mar Rosso un banco di prova per l'ordine globale a guida statunitense e vede negli Houthi una forza strategica capace di ridisegnare le alleanze regionali. Pechino non valuta in modo negativo l'instabilità generata dalle azioni Houthi, soprattutto se mina la credibilità degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso. La Cina trae vantaggio dal perdurante coinvolgimento militare statunitense in Medio Oriente, che impedisce a Washington di concentrarsi su scenari di maggiore importanza per Pechino, come il Mar Cinese Meridionale e Taiwan. Anche la Russia ha fornito sostegno agli Houthi, inviando esperti militari a Sana'a come consiglieri.

Gli Houthi si sono tenuti fuori dalla recente guerra degli USA e di Israele contro l’Iran, ma ne utilizzano le conseguenze per rafforzare le proprie posizioni in Yemen. Nelle prime settimane di settembre 2026 si sono impossessati di un tratto ulteriore di costa, in direzione dello Stretto di Bab el Mandeb. Questo crea un pericolo per l’oleodotto saudita East-West, che porta il petrolio sul Mar Rosso per aggirare lo stretto di Hormuz. Se gli Houthi bloccano Bab el Mandeb, le esportazioni saudite si trovano di nuovo intrappolate. Gli USA sono restii a intervenire, per non trovarsi a loro volta intrappolati in conflitti senza fine nell’area petrolifera più importante al mondo, di cui però gli USA non hanno alcun bisogno, perché producono autonomamente l’energia che consumano. Gli USA sperano perciò che saranno gli stati della regione a intervenire e risolvere la questione.

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