Guerra, petrolio e politica americana

30/07/2026

Da un’analisi di George Friedman per GPF del 20 luglio 2026

Le riserve globali di petrolio stanno raggiungendo i limiti. I prezzi del petrolio salgono alle stelle perché una reale carenza di petrolio inizia a diventare una possibilità concreta. Ciò è dovuto, ovviamente, alla guerra in Iran.

La strategia dell'Iran in questa guerra è chiara: chiudere lo Stretto di Hormuz per creare una crisi economica. L'obbiettivo militare è provocare una crisi politica negli Stati Uniti; la crisi economica globale è un ‘danno collaterale’.

Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi gli Stati Uniti hanno combattuto guerre per libera scelta, non perché fossero direttamente sotto attacco, fatta eccezione per l’11 settembre, che ha portato a guerre ‘necessarie’ in Afghanistan e in Iran. Nei conflitti precedenti in Corea, Vietnam e America Centrale, l'unico contraccolpo che Washington ha mai subito è stato quello di perdite umane.

All'inizio di una guerra l'opinione pubblica americana spesso si mostra pienamente a favore. Il presupposto è sempre che la potenza statunitense porterà a una rapida sconfitta del nemico. Se una guerra non si conclude con un successo immediato, il sostegno pubblico tende ad essere sostituito da un sentimento pacifista. Così avvenne per la guerra in Vietnam, combattuta dal 1965 al 1973, che creò negli USA una crisi politica e sociale tanto grave che Washington si ritirò. Ma la guerra in Vietnam non procurò nessuna crisi economica. Se crisi economica ci fu negli anni '70, fu causata dalle massicce importazioni di automobili e altri prodotti giapponesi che danneggiarono l'industria americana, oltre che dall'embargo petrolifero arabo del 1973-1974. La guerra di Corea addirittura stimolò la crescita industriale ed economica degli Stati Uniti.

La guerra in Iran doveva essere breve e decisiva, come tutte le guerre per scelta. Finora non è stata né l'una né l'altra cosa, trasformandosi così in una crisi economica e geopolitica. È diventata anche un problema politico per l'amministrazione Trump, la cui popolarità è calata significativamente, con indici di gradimento che si aggirano intorno al 30%. Un forte aumento del prezzo del petrolio – o persino una carenza di petrolio – avrebbe quasi certamente un impatto negativo sul gradimento di Trump, soprattutto alla luce delle sue promesse elettorali di porre fine a guerre inutili e prolungate.

L'unica opzione per Washington a questo punto è forzare militarmente l'apertura dello stretto. Ci sono però due problemi. In primo luogo, l'operazione richiederebbe probabilmente molto tempo e costerebbe molte vite. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) si è dimostrato una forza efficace, e verrebbe attivato anche l'Artesh, l'esercito convenzionale iraniano, che ha svolto finora un ruolo secondario. L'Artesh ha un ruolo in gran parte difensivo, ancorato al controllo della rete di difesa aerea iraniana. Ha subito pesanti perdite in mare, dove la sua flotta convenzionale ha portato il peso maggiore degli attacchi navali statunitensi. L'Artesh ha anche condotto azioni offensive isolate, tra cui attacchi con droni e una sortita che ha penetrato le difese aeree statunitensi in Kuwait.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha gestito praticamente tutte le operazioni di escalation della guerra, compresi gli attacchi missilistici contro Israele, gli attacchi contro gli stati del Golfo e la campagna per chiudere lo Stretto di Hormuz. Inoltre controlla i programmi missilistici e nucleari iraniani e domina l'alta leadership militare. 

Dieci anni fa un'operazione convenzionale di forze aeree, navali e terrestri avrebbe potuto conquistare le aree intorno allo stretto, ma la natura della guerra è cambiata. La semplice apertura di Hormuz e l'occupazione dell'area circostante non basterebbero a mantenere lo stretto aperto. L'esistenza di droni a lungo raggio permette agli iraniani di cedere eventualmente una grande quantità di territorio, ma continuare ad imporre al nemico un alto prezzo in termini di vite umane e risorse economiche. 

L'Iran avrebbe bisogno di informazioni sul passaggio delle navi, ma non possiede satelliti. Circolano voci che siano Cina e Russia a fornire a Teheran informazioni satellitari. Ma bastano commando adeguatamente addestrati e con una buona conoscenza del territorio per avvicinarsi abbastanza alle navi da poterle colpire via radio. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare le basi dei droni ma, come ha dimostrato la guerra in Ucraina, è estremamente difficile per entrambe le parti bloccare le operazioni dei droni.

A complicare la situazione c'è la riluttanza delle compagnie ad assicurare navi costose che attraversino lo Stretto. È improbabile che gli armatori siano disposti a rischiare le proprie navi senza assicurazione. Il problema economico sarebbe globale, ma negli Stati Uniti sarebbe politico. Gli Stati Uniti sono una democrazia e l’opinione pubblica si è dimostrata spietata nel giudicare i presidenti. Se gli interessi economici del popolo americano sono a rischio, lo è anche la presidenza.

Anche l'Iran ha problemi. Gli attacchi alle infrastrutture militari e industriali hanno inflitto danni considerevoli, ma non decisivi. Sebbene la situazione politica in Iran sia più difficile da valutare, circolano notizie di divisioni emergenti all'interno del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). 

La realtà è che il costo in termini di vite americane in un'invasione statunitense dell'Iran sarebbe considerevole. E, poiché l'Iran ha collocato i suoi impianti nucleari all'interno di montagne e altri luoghi ben nascosti, la semplice distruzione di tali impianti sarebbe teoricamente possibile, ma improbabile.

Washington si trova quindi di fronte a una scelta. Una è la drammatica, costosa e pericolosa espansione della guerra. L'altra è raggiungere un accordo che porterebbe a risultati ben inferiori alle aspettative. Molti si aspettano che la potenza americana sia sufficiente a risolvere la questione. Le guerre passate dimostrano che non è così. Questa realtà crea un problema politico per l'amministrazione Trump, un problema che influenzerà l'esito di questa guerra.

Lascia un commento

Vuoi partecipare attivamente alla crescita del sito commentando gli articoli e interagendo con gli utenti e con gli autori?
Non devi fare altro che accedere e lasciare il tuo segno.
Ti aspettiamo!

Accedi

Non sei ancora registrato?

Registrati

I vostri commenti

Per questo articolo non sono presenti commenti.