da un articolo di George Friedman su Geopolitical Futures del 16 giugno 2026
L'accordo raggiunto tra Iran e Stati Uniti non pone fine alla guerra. Si tratta essenzialmente di un accordo di cessate il fuoco di 60 giorni, durante il quale verranno negoziate le principali questioni del conflitto. Due fattori determineranno il successo di questi negoziati:
- Il primo è la capacità delle due parti di raggiungere un compromesso.
- Il secondo è la disponibilità dell'opinione pubblica in generale, e delle fazioni all'interno di ciascun Paese, a riprendere la guerra qualora i colloqui fallissero.
Il grado di solidarietà nazionale riguardo a una guerra influenza sempre l'esito, ma in questo caso è fondamentale.
Tre nazioni sono coinvolte in questa guerra: Stati Uniti, Iran e Israele. I negoziati durante il cessate il fuoco saranno fortemente influenzati dalla politica interna, con ogni nazione che presenta divisioni interne di diversa natura e orientate in direzioni diverse.
Negli Stati Uniti il disaccordo sull'opportunità della guerra e sul prezzo economico che si sta pagando è sostanziale. La giustificazione si basava sulla pericolosità del programma nucleare iraniano. Ma molti nel Partito Repubblicano hanno visto la guerra come una violazione del principio su cui il presidente Donald Trump aveva basato la sua campagna elettorale, cioè la fine delle infinite guerre che gli Stati Uniti hanno combattuto negli ultimi 80 anni. Altri Repubblicani concordano sul fatto che la guerra valesse la pena di essere combattuta per impedire all'Iran di diventare una potenza nucleare. I Democratici si sono opposti alla guerra essenzialmente per avversione nei confronti di Trump. Alcuni critici della guerra, in entrambi i partiti, credono che non sia nell'interesse americano, ma sia stata condotta a causa dell'influenza israeliana su Trump. Molti sono diventati ostili alla guerra quando si sono iniziati a sentire i costi economici, in particolare l'aumento dei prezzi del petrolio. A questo punto, con i dettagli del programma nucleare iraniano – ragione fondamentale della guerra – ancora da negoziare, la pressione dell'opinione pubblica su Trump e i timori per le elezioni di mid-term, hanno messo il Presidente in una difficile posizione negoziale.
In Israele la guerra è stata combattuta per due motivi. Il primo è la minaccia della potenza nucleare iraniana. Il secondo è il sostegno e il finanziamento di Hezbollah da parte dell’Iran. Pertanto l'obiettivo di Israele nella guerra è il crollo del regime iraniano. A ottobre del 2024 Israele ha invaso il Libano meridionale, dove sono schierate ingenti forze di Hezbollah, nel tentativo di distruggere il gruppo. Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran riguarda anche il Libano, ma gli Israeliani per ora si sono rifiutati di accettarlo, dato che considerano Hezbollah una minaccia fondamentale per Israele. Ciò ha portato a una possibile rottura con gli Stati Uniti nei prossimi negoziati. Per Israele la perdita del sostegno americano sarebbe pericolosa, se non catastrofica, ma lo stesso si potrebbe dire di una fine prematura della guerra con Hezbollah, che non sradicasse il pericolo. In Israele esiste già una significativa opposizione a Netanyahu, e la possibilità che rischi una rottura significativa con gli Stati Uniti sta generando un'ostilità ancora maggiore. Questo mette Netanyahu in una posizione difficile, che potrebbe porre fine alla sua carriera politica.
L'Iran stesso si trova in una difficile situazione interna. Le massicce manifestazioni che hanno preceduto l'inizio della guerra hanno rivelato una significativa e diffusa ostilità nei confronti del governo. Il vero governo dell'Iran è il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, che ha represso brutalmente le manifestazioni. Ma ora anche le Guardie Rivoluzionarie stesse sembrano profondamente divise tra coloro che sono disposti a raggiungere qualsiasi accordo con gli Stati Uniti, per quanto limitato, e coloro che lo considerano un tradimento dei principi fondamentali che li guidano. È più difficile individuare la forza relativa di queste due fazioni rispetto alle divisioni all'interno degli Stati Uniti e di Israele, ma le divisioni esistono, la fazione che ha represso le manifestazioni ha chiaramente valori diversi da quella disposta a raggiungere un cessate il fuoco con gli Stati Uniti e a negoziare.
Nei conflitti in cui la popolazione è profondamente divisa la capacità di continuare a combattere è limitata. A questo punto, sembra che tutte e tre le nazioni belligeranti presentino profonde divisioni politiche. Pertanto la dimensione geopolitica – la forza che spinge le nazioni a fare la guerra e a porvi fine – si manifesta in tutte e tre le nazioni, e fronteggia potenti forze politiche interne che potrebbero rimodellare gli equilibri geopolitici.
La richiesta degli Stati Uniti di porre fine al programma nucleare iraniano – un imperativo geopolitico – è più forte della realtà politica interna?
Il bisogno geopolitico di Israele di distruggere Hezbollah è maggiore del suo bisogno geopolitico di stretti legami con gli Stati Uniti, e quale dei due è più importante per i suoi cittadini?
Il bisogno geopolitico dell'Iran di essere più sicuro come potenza nucleare prevale sulle divisioni ideologiche della nazione – sia tra le Guardie Rivoluzionarie e la popolazione, sia tra la fazione delle Guardie Rivoluzionarie che vuole continuare la guerra e quella che, temendo la sconfitta, vuole porvi fine?
La politica interna influenzerà pesantemente le politiche e le strategie di ogni paese. Nel tentativo di gestire il dissenso interno, ciascuna parte adotterà posizioni che costringeranno le altre due a rispondere – con dinamiche che sicuramente mineranno il processo negoziale. Mentre le considerazioni geopolitiche sono più facili da prevedere, gli esiti politici sono più inaffidabili, soprattutto perché tutti e tre i paesi sono sempre più divisi politicamente. Ci troviamo in un momento particolare in cui le esigenze di tutte e tre le nazioni sono in continua evoluzione e il processo decisionale è plasmato dalla dissonanza tra le rispettive élite.
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