Riassunto da un articolo di Vanessa Berg
Tutti gli esseri umani usano schemi di pensiero ripetitivi, meccanismi mentali predefiniti. Se non li riconosciamo in noi stessi, stiamo sopravvalutando la nostra lucidità. Molte persone che oggi nutrono convinzioni antisemite o razziste credono di avere le migliori intenzioni, quindi il punto è capire come si arrivi a tali convinzioni.
1) La scorciatoia mentale: credere prima di verificare
La maggior parte delle persone non si forma le convinzioni attraverso un'indagine, ma per semplice esposizione ai dati. Un post appare sui social, un video che mostra il caos intorno a un convoglio di aiuti a Gaza. La didascalia recita: "Israele sta facendo morire di fame i civili". È un video carico di emozioni, visivamente accattivante e scritto con sicurezza. Non c'è fonte, non c'è contesto, non c'è attrito. Il cervello fa quello per cui è stato progettato: registra, categorizza e passa oltre.
Ora immaginate che questo schema si ripeta migliaia di volte nel corso degli anni. Alla fine si forma una narrazione, perché la ripetizione è stata percepita come verità. Una persona esposta a contenuti ripetuti probabilmente li accetterà come una conferma, non li metterà in discussione. Questo non è un fenomeno esclusivo dell'antisemitismo. Così si diffonde la disinformazione su qualsiasi argomento: politica, medicina, guerre, aziende, paesi, religioni, gruppi etnici. È lo stesso meccanismo che alimenta la formazione di credenze antisemite o razziste: non l’analisi e la valutazione dei dati, ma la semplice ripetizione unita all'intensità emotiva.
2) L’errata identificazione di schemi: false connessioni.
Gli esseri umani sono macchine alla ricerca di schemi. È un grande punto di forza in contesti di sopravvivenza, ma una debolezza in sistemi sociali complessi.
Se X è vero e X è associato a Y in un momento visibile, il cervello lo trasforma silenziosamente in: "Y è probabilmente responsabile di X". Non sono necessarie prove, è sufficiente la prossimità. Qualcuno nota che gli ebrei sono presenti nel mondo della finanza, dei media o del mondo accademico. Separatamente, sente dire che "il denaro influenza la politica" o che "i media plasmano l'opinione pubblica". Il cervello associa rapidamente gruppo visibile + sistema potente = controllo intenzionale. Quindi giunge alla conclusione: gli ebrei devono "controllare" i sistemi finanziari o le narrazioni mediatiche. E’ un classico errore di categorizzazione: la visibilità non equivale al coordinamento, il successo non equivale a una strategia collettiva e la rappresentanza non equivale al controllo. Eppure, quando le persone si imbattono in frammenti, possono assemblarli in una storia di cause ed effetti. Non perché la storia sia corretta, ma perché è sufficientemente coerente da sembrare una spiegazione.
E’ l’errore cognitivo che alimenta il pensiero complottista in generale. Sostituite gli ebrei con qualsiasi altro gruppo e il meccanismo funziona comunque. Ecco la scomoda verità: in alcuni casi il pregiudizio è un'ideologia costruita in modo consapevole, ma per lo più è uno schema erroneo.
3) Ragionamento emotivo mascherato da analisi
Un'immagine ampiamente condivisa mostra un incendio in Medio Oriente che avvolge i campi, civili feriti. Nessun contesto, nessuna cronologia, nessuna distinzione. La risposta emotiva è immediata: "Questo è male. Qualcuno deve essere responsabile". Subito si verifica un cortocircuito morale: la sofferenza esiste, Israele è coinvolto e quindi Israele è crudele. Le persone non pensano come prima cosa: prima provano emozioni e poi razionalizzano. Se qualcuno è in ansia per le disuguaglianze, l'instabilità o la perdita di controllo, cercherà inconsciamente una spiegazione stabilizzante. La spiegazione che "resiste" è di solito quella semplice, incentrata su qualcuno da incolpare e già presente nel nostro ambiente informativo. Una volta che quell'ancora emotiva è stata fissata, le prove diventano secondarie. I dati contrari non scalfiscono la convinzione; vengono interpretati come manipolazione, negazione o cospirazione. Ecco perché "mostra loro i fatti" raramente funziona. La convinzione non è principalmente fattuale; è un'architettura emotiva costruita su una percezione selettiva.
4) Il ciclo di rinforzo sociale
Un utente interagisce con alcuni post critici nei confronti di Israele. L'algoritmo propone versioni più estreme: "stato di apartheid", "progetto coloniale di insediamento", "inquadramento del genocidio". Nel tempo il feed diventa internamente coerente. In questo contesto, rifiutare la narrazione equivale a rifiutare l'intera cerchia ‘social’. Allora le persone non verificano in modo indipendente, si conformano. Le convinzioni non vivono in isolamento, vivono in gruppo.
Online o offline, una volta che una narrazione viene rinforzata socialmente – apprezzata, condivisa, ripresa – diventa più difficile da scalzare. Non perché sia ??più vera, ma perché rifiutare diventa socialmente costoso. A quel punto, il disaccordo viene percepito come un tradimento dell'identità di gruppo piuttosto che come una discussione basata su prove.
Questa dinamica si manifesta nella polarizzazione politica, nelle sottoculture, nelle squadre sportive e persino negli ambienti professionali. Gli esseri umani delegano la convalida della verità all'appartenenza sociale più di quanto ci piaccia ammettere.
5) Collegamenti impropri fra ambiti diversi
Un politico ha legami con la comunità ebraica locale o nazionale. Un donatore è ebreo ed è anche attivo in cause civiche. Un personaggio dei media commenta la politica israeliana. Il cervello collega i punti: identità condivisa più allineamento politico equivalgono a un'agenda nascosta. Quindi emerge la convinzione: gli ebrei hanno una "doppia lealtà", oppure un'influenza politica coordinata.
Gli stessi schemi cognitivi si manifestano anche in altri contesti: vediamo un titolo e presumiamo di aver capito un argomento senza leggere oltre la prima frase; sentiamo una statistica e la consideriamo verità, senza verificarne la metodologia; associamo un singolo individuo negativo di un gruppo alla caratteristica distintiva del gruppo stesso; confondiamo la visibilità con il potere e il potere con l’intenzione.
Molte persone criticano uno specifico pregiudizio da cui vengono toccati personalmente, ma utilizzano regolarmente gli stessi schemi mentali in altri contesti.
Che fare? La domanda che dobbiamo porci non è: "Perché alcuni credono qualcosa di obiettivamente sbagliato?", ma: "Quale sistema produce quella convinzione in modo così coerente in persone, contesti ed epoche diverse?" Una volta individuato il sistema, smettiamo di considerarlo una patologia isolata e iniziamo a trattarlo come una vulnerabilità generale della cognizione umana. L'obiettivo non è l'empatia intesa come convalida emotiva. L’obbiettivo è la chiarezza. Perché quando riconosciamo con quanta facilità la nostra mente può costruire narrazioni convincenti ma incomplete, smettiamo di considerare queste convinzioni come estranee o inspiegabili e iniziamo a vederle come familiari fallimenti cognitivi, indirizzati in una direzione che non ci piace.
Online o offline, una volta che una narrazione viene rinforzata socialmente – apprezzata, condivisa, ripresa – diventa più difficile da scalzare. Non perché sia più vera, ma perché rifiutare diventa socialmente costoso. A quel punto, il disaccordo viene percepito come un tradimento dell'identità di gruppo piuttosto che come una discussione basata su prove.
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