La fine del Medio Oriente che abbiamo conosciuto

01/05/2026

Badate bene a questo numero: 550. È il numero di missili balistici e da crociera che l'Iran ha lanciato contro gli Emirati Arabi Uniti durante l’attuale guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio. Aggiungete 2.200 droni: un numero superiore a quello dei droni lanciati dall'Iran contro Israele. Gli Emirati hanno subito più attacchi iraniani di quanti ne abbia subiti l'Iran da tutti i paesi nemici. E mentre l'Arabia Saudita ospita un vertice del Golfo a Gedda per ostentare unità, Abu Dhabi ha annunciato martedì che, a partire dal 1° maggio, uscirà dall'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), dopo quasi 60 anni, senza consultare nessuno. I due fatti sono una stessa cosa.

I titoli dei giornali inquadreranno il ritiro degli Emirati Arabi Uniti come una questione energetica, ma la questione è politica. Ammettiamo innanzitutto l'ovvio: gli Emirati Arabi Uniti hanno una capacità produttiva inutilizzata che le quote OPEC hanno soppresso per anni. Dunque gli Emirati traggono vantaggio dal pompare liberamente più greggio. Ma perché hanno scelto di annunciare il loro ritiro dall’OPEC proprio ora, nel giorno in cui l'Arabia Saudita si esibisce in una dimostrazione di fratellanza del Golfo, ad uso delle telecamere? Il ministro emiratino dell'Energia Suhail Al-Mazrouei ha detto pubblicamente: "Gli Emirati Arabi Uniti non si sono consultati direttamente con altri Paesi prima di prendere la decisione, nemmeno con l'Arabia Saudita". Prova che l’OPEC è obsoleto già da tempo, non occorrevano neppur più parole.

Perché ritirarsi proprio ora? Innanzitutto perché l'Iran ha lanciato 550 missili contro Abu Dhabi e i partner dell’OPEC non avevano nessuna forma di aiuto da offrire. In secondo luogo perché l'ordine regionale che l'Arabia Saudita ha impiegato decenni a consolidare (l'attento calcolo delle quote OPEC, la solidarietà sunnita e il tacito accordo con Teheran) è diventato irrilevante nel momento in cui l'Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz e la produzione emiratina è crollata del 44% in un solo mese. In terzo luogo perché durante la guerra gli Emirati si sono guardati intorno e hanno visto la situazione con chiarezza. Qatar e Oman hanno sussurrato scuse agli Ayatollah da dietro le quinte. Arabia Saudita e Kuwait hanno indossato la maschera dell'indignazione un giorno e l'hanno tolta il giorno dopo. L’OPEC è ormai una finzione mascherata. Gli Emirati hanno scelto di smettere di fingere.

Ricordiamo che lo scorso dicembre, mesi prima della guerra con l’Iran, l'Arabia Saudita ha bombardato quello che ha definito un carico di armi destinato ai separatisti yemeniti sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti. È accaduto tra due paesi nominalmente alleati! L'annuncio dell'uscita non fa altro che confermare ciò che era già realtà sul terreno.

Nei primi giorni di guerra il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed ha chiamato al telefono il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e Israele ha inviato per la prima volta un'intera batteria Iron Dome in un paese straniero, con intercettori, con decine di soldati israeliani per gestirla, e l'ha schierata sul suolo emiratino. Pare che quella singola batteria abbia abbattuto decine di missili iraniani. Un funzionario emiratino ha dichiarato ad Axios: "È stato un momento rivelatore per capire chi sono i nostri veri amici".

Dopo gli Accordi di Abramo gli Emirati hanno costruito infrastrutture e aperto banche, anche in Israele. Hanno condannato l'attentato terroristico al consolato israeliano a Istanbul e ogni anno, in occasione della Giornata della Memoria, rilasciano una dichiarazione di solidarietà. Tra Israele e gli Emirati si va costruendo una vera alleanza. Gli iraniani lo capiscono. I media statali iraniani ogni giorno definiscono gli emiratini traditori. Dal punto di vista di Teheran, gli Emirati Arabi Uniti hanno commesso un peccato imperdonabile: hanno invitato lo Stato ebraico nel Golfo Persico, patria rivendicata dal regime iraniano, e hanno dato a Israele un inaspettato punto d'appoggio. L’Iran degli Ayatollah non lo può accettare. Gli Emiratini non si sono intimiditi. Il loro ambasciatore alle Nazioni Unite ha sfruttato la guerra per riaffermare pubblicamente la rivendicazione degli Emirati Arabi Uniti sulle tre isole occupate dall'Iran nello Stretto di Hormuz.

L'Arabia Saudita, invece, continua a cercare di gestire gli iraniani, ospitando ancora vertici in cui l'unità viene ostentata davanti alle telecamere. E’ esplosa la rivalità tra Mohammed bin Zayed (principe degli Emirati) e il principe saudita Mohammed bin Salman, silenziosamente giocata in Yemen e Sudan per anni.

La guerra non è finita. Il cessate il fuoco di aprile regge solo in parte. Lo Stretto di Hormuz è ancora in gran parte chiuso, con sei navi che lo attraversano ogni giorno, laddove prima ce n'erano 130. Il regime iraniano è ferito, ma resiste. Ciò che verrà costruito nei prossimi sei mesi definirà il prossimo decennio. Il grande progetto di cui nessuno voleva parlare durante i combattimenti è improvvisamente tornato al centro dell'attenzione: il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), il corridoio commerciale che coinvolge India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e Giordania. Gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato una joint venture da 2,3 miliardi di dollari con la Giordania per costruire una linea ferroviaria di 360 chilometri dal cuore della regione mineraria al porto di Aqaba, sostituendo di fatto l'Arabia Saudita come principale partner infrastrutturale della Giordania, visto che Riyadh ha lasciato il progetto bloccato per cinque anni.

Quasi sei anni fa furono firmati gli Accordi di Abramo. All'epoca furono liquidati come un progetto vacuo, un accordo tra élite che non sarebbe sopravvissuto al contatto con la gente comune del mondo arabo. La guerra ha messo alla prova i rapporti fra israeliani ed arabi nel modo più brutale immaginabile. Non si sono rotti, si sono rafforzati.

Il vecchio Medio Oriente – organizzato attorno alla solidarietà sunnita, alla pacificazione con l'Iran e all'ostilità rituale verso gli ebrei – sta morendo davanti ai nostri occhi. Cosa lo sostituirà non è ancora chiaro. Ma per la prima volta da un secolo, il Paese che costruisce il rapporto più forte con Israele è uno stato arabo nel Golfo Persico.

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