Sanchez e l’antisemitismo travestito da lindore morale

01/05/2026

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha fatto dell’ostilità ossessiva nei confronti di Israele il tratto distintivo del suo mandato, per altro niente affatto brillante.

La sua ultima trovata – chiedere all'Unione Europea di rescindere l'accordo di associazione con Israele – è pura propaganda priva di possibilità di successo. La mossa di Sanchez non è politica estera, è rozzo teatro politico. È una recita deliberata, persistente e calcolata. Un atteggiamento spacciato per virtù umanitaria, volto a ottenere applausi in quei settori d'Europa dove l'indignazione viene scambiata per serietà e la retorica per responsabilità.

Sánchez non parla da una posizione di integrità o credibilità, parla dall'interno di un ecosistema politico che si sta corrodendo giorno dopo giorno. Nell'aprile del 2026, dopo un'indagine durata anni, sua moglie, Begoña Gómez, è stata accusata di appropriazione indebita, traffico di influenze, corruzione e malversazione. Non si tratta di accuse banali o infrazioni formali. Riguardano il nocciolo della questione: se la vicinanza politica sia stata sfruttata per profitto personale, se le istituzioni pubbliche siano state utilizzate come strumenti per l'avanzamento personale. Anche il fratello di Sanchez è stato indagato per presunto traffico di influenze legato al suo ruolo pubblico. Altre figure di spicco nella cerchia politica di Sánchez sono state coinvolte in indagini per corruzione riguardanti tangenti, appalti pubblici e mazzette. Non si è arrivati a condanne, ma le accuse sono abbastanza gravi da gettare un'ombra sull’autorità morale di Sánchez, sulla sua credibilità di leader. Credibilità che Sánchez cerca di riconquistare quando impartisce lezioni di moralità a Israele.

Sánchez parla come se presiedesse una democrazia modello: fiducioso, retto, indifferente all'odore di decadenza che emana dal suo governo. Condanna Israele come se la Spagna fosse un faro di buon governo. È una messa in scena trasparente, ma serve a uno scopo. La retorica anti-israeliana di Sánchez si intensifica in perfetta sincronia con le pressioni politiche interne: titoli di giornale sulla corruzione, instabilità della coalizione, calo di popolarità. In questi momenti, la politica estera diventa un palcoscenico e Israele una mera scenografia. Israele è un bersaglio particolarmente comodo. Condannarlo non comporta alcun costo alla coalizione di Sanchez, porta soltanto vantaggi. Galvanizza la base di estrema sinistra del suo partito, lo allinea all'opinione pubblica europea più in voga e gli permette di atteggiarsi a paladino della moralità senza rischiare nulla di concreto. Pochi bersagli offrono un'opportunità così vantaggiosa e a basso rischio per un esibizionismo morale.

Le ragioni sono strutturali. Israele si trova all'incrocio tra ideologia, emozione e distorsione. È abbastanza piccolo da poter essere individuato, abbastanza visibile da essere sottoposto a un'incessante analisi e abbastanza frainteso da poter essere oggetto di caricature senza conseguenze. Sánchez ha abbracciato questa dinamica con entusiasmo, rivelando la sua mancanza di serietà morale e la sua superficialità.

 

Israele si trova ad affrontare nemici che ne invocano apertamente l'annientamento (stati, milizie e organizzazioni terroristiche impegnate nella sua distruzione), ma Sánchez non bada a sfumature: non parla di complessità, non riconosce le minacce all’esistenza dello stato d’Israele, non cerca di comprendere la realtà strategica. Ha soltanto roboanti parole di condanna, che puzzano di antico antisemitismo. La Spagna lo conosce molto bene, dato che il paese è stato costantemente ed ufficialmente antisemita da quando ha espulso gli ebrei nel 1492.

La posizione di Sánchez normalizza un discorso in cui Israele viene demonizzato in modo univoco, rafforzando antiche narrazioni che non rimangono confinate alla politica estera. Si insinuano nei media, nella coscienza pubblica, negli atteggiamenti culturali verso gli ebrei in generale. Così la retorica politica diventa realtà sociale.

L'autorità morale non si dichiara, si conquista. Richiede coerenza, integrità e la volontà di applicare gli stessi standard in modo equo, soprattutto a se stessi. Sotto la guida di Sánchez, la Spagna non mostra nessuna di queste qualità. Tiene lezioni all'estero mentre inciampa in patria, proiettando certezze laddove dovrebbe mostrare moderazione.

Né la Spagna ha il peso strategico per giustificare simile atteggiamento. La Spagna non è un attore decisivo in Medio Oriente, non plasma l'architettura di sicurezza della regione e non subisce le conseguenze delle minacce che Israele deve affrontare. Il suo contributo in termini di potenza militare è minimo, ancor meno in termini di responsabilità strategica.

Ciò che Sanchez offre è soltanto un commento insensato: rumoroso, moralistico e in gran parte irrilevante. Anche controproducente, sebbene Sánchez non paia rendersene conto. Più Sánchez inasprisce la sua retorica, più attira l'attenzione sulle proprie contraddizioni. Più condanna Israele, più emergono i suoi scandali irrisolti in patria. Più si presenta come arbitro morale, più fragile appare tale pretesa. Ciò erode la credibilità della Spagna, distorce la comprensione pubblica del conflitto e diminuisce ulteriormente l'influenza dell'Europa nel suo complesso.

In definitiva, l'ossessione anti-israeliana di Sánchez non segnala altro che fragilità politica e incoerenza etica. La Spagna merita di meglio di un leader che tratta il suo paese – e la verità - con tanta leggerezza.

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