Ora che gli Stati Uniti scaricano le loro precedenti responsabilità sugli alleati regionali, Il Medio Oriente è in una fase di aggiustamento strategico. Le quattro potenze della regione – Turchia, Israele, Arabia Saudita e Iran – stanno ricalibrando i loro assetti di sicurezza, generando nuovi allineamenti e linee di frattura, perché ogni paese cerca di anticipare, evitare o sfruttare le reazioni degli altri tre.
Il 31 dicembre 2025 il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che Ankara non tollererà minacce ai suoi interessi nel Mediterraneo orientale, sottolineando l'importanza strategica della sua dottrina della "Patria Blu", cioè la Patria che estende sulle acque, come ai tempi del Califfato.
Il 30 dicembre ‘25 l'Arabia Saudita ha condotto attacchi aerei contro una spedizione di armi ai separatisti yemeniti che avevano preso il controllo di due province al confine tra Arabia Saudita e Yemen. Le armi sarebbero state fornite dagli Emirati Arabi Uniti, quindi l'evento ha segnato una rottura senza precedenti tra i partner arabi del Golfo.
Il 26 dicembre ‘25, Israele ha formalmente riconosciuto il Somaliland, una regione separatista della Somalia, come stato indipendente, una mossa che amplia la presenza di Israele nel Corno d'Africa, area strategicamente importante. Il 23 dicembre, durante un evento con i leader di Grecia e Cipro, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha lanciato un velato avvertimento contro i tentativi turchi di "ristabilire l’Impero".
In un saggio pubblicato sulla rivista Foreign Affairs il 22 dicembre ‘25, l'ex Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha dichiarato che l'Iran è pronto a lasciarsi alle spalle mezzo secolo di ostilità tra Stati Uniti e Iran, e che le riforme interne sono diventate la priorità per la sicurezza nazionale di Teheran.
Ma quali sono oggi le necessità e le aspirazioni delle quattro potenze regionali?
La Turchia ha visto la propria egemonia su Hamas e su Gaza annientata da Israele, ma ha aumentato la collaborazione economica e militare con Egitto e Libia.
Israele si è opposto all'inclusione delle forze turche nella forza internazionale di stabilizzazione per Gaza. L’espansione dell'influenza turca nel Mediterraneo orientale è per Israele una sfida strategica che deve essere contenuta. A questo scopo sfrutta le animosità turche di lunga data con Grecia e Cipro per rafforzare una rete regionale in grado di contenere le ambizioni marittime turche. Le opzioni di Israele in Nord Africa sono molto più limitate, da qui la decisione di stabilire legami formali con il Somaliland, che può offrire a Israele una potenziale presenza militare avanzata per monitorare e contrastare le attività turche, oltre a quelle degli Houthi yemeniti.
L’Arabia Saudita ha visto il forte indebolimento dell’Iran, suo secolare rivale strategico, dopo la guerra che ha visto Israele e USA bombardare l’Iran insieme. Ora che il pericolo iraniano è fortemente ridimensionato, i Sauditi ritengono che il modo migliore per promuovere i propri interessi è coordinarsi con la Turchia, in particolare in Siria, per limitarvi sia l’egemonia turca, sia un possibile ritorno dell’Iran. Questo spiega perché Riad stia collaborando con la Turchia per sostenere il governo di al-Shaara, nonostante la sua storica opposizione agli islamisti. Passano così in secondo piano gli Accordi di Abramo e cessa l’urgenza di normalizzare i rapporti diplomatici con Israele, tanto più che l’opinione pubblica interna e quella regionale vogliono qualche forma di riconoscimento di uno Stato di Palestina. Questo approfondisce la frattura fra i Sauditi e gli Emirati Arabi Uniti, che invece mantengono forti legami con Israele, temono l'influenza turca e hanno tolleranza zero nei confronti degli islamisti. Questi interessi contrastanti hanno raggiunto il culmine in Yemen, dove l'Arabia Saudita, già impegnata a gestire le minacce Houthi in tre province sud-occidentali, ha cercato di impedire agli Emirati Arabi Uniti di sostenere la fazione del Consiglio di Transizione Meridionale che controlla le restanti due province sud-orientali, evidenziando le frizioni operative e politiche generate dalle divergenti strategie del Golfo.
Per gli Emirati Arabi Uniti, lo stato unitario dello Yemen è di fatto defunto, quindi sostenere i separatisti del sud è il modo più affidabile per contenere sia gli Houthi filo-iraniani che le fazioni islamiste sunnite. Per l'Arabia Saudita, al contrario, consentire ulteriore instabilità lungo il suo confine meridionale è inaccettabile. In quanto potenza geopoliticamente conservatrice, avversa al rischio e militarmente inabile (ha abbondanza di armi e di mezzi modernissimi, ma non ha abbastanza soldati né abbastanza esperienza per usarli, per cui dipende da forze mercenarie egiziane e pachistane), l'Arabia Saudita non è disposta ad assumere da sola un ruolo dominante nella sicurezza regionale.
L’Iran ha appena subito un duro colpo a una strategia quarantennale di penetrazione nel mondo arabo, proprio in un periodo di evoluzione del regime, che sta spostando l'equilibrio di potere dal clero all'esercito. Ancora più importante, le forze armate regolari hanno preso il sopravvento sul Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. L'evoluzione è stata accelerata dalla guerra di 12 giorni con Israele, in cui molti leader chiave dell'IRGC sono stati presi di mira. Una coalizione poco consolidata di ufficiali, politici e religiosi pragmatici sta gestendo la complessa transizione interna, per trasformare la natura della governance attraverso un programma di riforme sociali, politiche ed economiche. Fondamentale per il successo di questa strategia è il raggiungimento di un accordo con gli Stati Uniti. Il saggio di Zarif su Foreign Affairs è rivelatore: sostiene che decenni di confronto con gli Stati Uniti non servono più agli interessi strategici dell'Iran e che, di fatto, creano più rischi che benefici. E inquadra le riforme interne non come una sfida all'ideologia della Repubblica Islamica, ma come una necessità strategica: uno Stato più competente, adattabile e legittimo rafforza la posizione internazionale dell'Iran. Zarif non avrebbe potuto pubblicare il suo saggio senza l'approvazione dei massimi leader iraniani.
Ora la crescente influenza della Turchia su più teatri è destinata ad aumentare l'attrito con Israele, mentre l'Arabia Saudita e l'Iran, vincolati in modo diverso da pressioni interne ed esterne, probabilmente rinunceranno alle decisioni strategiche che hanno definito il loro comportamento per decenni.
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