La nazione biblica come problema per I filosofi

14/08/2025

Breve riassunto di The Biblical ‘Nation’ as a problem for Philosophy, di Steven Grosby, in Hebraic political studies vol 1 pag 7-23 Shalem Press 2005.

Nella tradizione politica ebraica la priorità della Legge, il consenso dei governati e la separazione dei poteri si sviluppano contestualmente al riconoscimento della legittimità della nazione, all’interno di una comune appartenenza all’umanità. Questa incorporazione di particolare e universale nella stessa tradizione costituisce il grande contributo della cultura ebraica al pensiero politico, ma rappresenta un problema per i filosofi abituati alla ricerca di valori universali, visti in necessaria contrapposizione agli interessi particolari.

Si penserebbe che a sviluppare il concetto di nazioni diverse siano stati i Romani politeisti, invece lo facero gli Ebrei monoteisti, che dal periodo del Primo Tempio (circa 1200 anni avanti Cristo) a oggi hanno sempre visto la nazione attraverso il prisma dell’universalismo. ‘Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza... per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe’.  (Deuteronomio 39:9 e 30:19-20). L’orientamento alla vita, valore primario universale, è la condizione che legittima l’appartenenza alla nazione e al suo territorio. La nazione ha necessità di uno stato e di una organizzazione politica per proteggere e sviluppare la vita - questo viene affermato costantemente nel Deuteronomio. Lo stato non è semplicemente il possesso di una terra, è l’organizzazione di un ordine di vita secondo la Legge di origine divina. Si veda Isaia 55:9-13 «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri… Sì, voi partirete con gioia e sarete ricondotti in pace; i monti e i colli proromperanno in grida di gioia davanti a voi, tutti gli alberi della campagna batteranno le mani. Nel luogo del pruno si eleverà il cipresso, nel luogo del rovo crescerà il mirto; ciò sarà per il SIGNORE un motivo di gloria, un monumento perenne che non sarà distrutto».

Particolare e universale coesistono antropologicamente e storicamente nell’ebraismo, sono i due pilastri dell’esperienza umana. Genesi 9:6 ‘Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo.’ Persino chi uccide è fatto ad immagine di Dio, e fra Caino ed Abele è Caino, l’assassino, a sopravvivere. Nella tradizione ebraica l’universalismo della Legge (il Decalogo) non è motivato dal pensiero filosofico, ma dall’esperienza storica, che insegna che ogni nazione ha bisogno di riconoscimento da parte delle altre, perché le nazioni abbiano reciproche relazioni costruttive, non distruttive.

Quando il Cristianesimo divenne religione dell’Impero Romano (anno 380 d.C., Editto di Tessalonica), legittimò il potere politico ‘universale ‘, imperiale, al di sopra del particolarismo delle nazioni, ma dopo il crollo dell’Impero fu la tradizione politica ebraica a costituire la base di partenza di tutti i pensatori, dal Medio Evo fino a tutto il XVII secolo. Fino a Hobbes (che morì nel 1679), tutto il pensiero politico del mondo cristiano accettò il principio espresso in Esodo 19:5-6, applicandolo a tutti i popoli cristiani, che si consideravano ‘novello Israele’: "'Ora dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa'. Queste sono le parole che dirai ai figli d'Israele”

 

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