Il disordine del mondo islamico, dalle tensioni fra sciiti e sunniti al disimpegno americano.

05/11/2026

(Da un saggio di Kamran Bokhari del 3 novembre 2026)

La guerra in Iran e la decisione americana di trasferire gli oneri di sicurezza ai partner regionali sta influenzando profondamente la tradizionale lotta tra paesi sunniti e paesi sciiti nel Medio Oriente islamico. Oggi le potenze prevalentemente sunnite giocano in difesa: non cercano più di contenere l'espansione iraniana, ma di gestirne le conseguenze.

Il 26 ottobre 2026 il capo della sicurezza nazionale iraniana Mohsen Rezaei ha ospitato il Ministro della Difesa saudita, il Principe Khalid bin Salman, il capo dell'intelligence turca Ibrahim Kalin e il capo delle forze armate pakistane Asim Munir per proseguire trattative per una possibile pace, mentre l'Egitto mantiene l’impegno a fornire aiuto militare all'Arabia Saudita contro gli attacchi degli Houthi, sostenuti dall'Iran e non partecipa direttamente alle trattative.

La divisione tra sunniti e sciiti ebbe inizio come disputa politica su chi avrebbe dovuto guidare la comunità musulmana dopo la morte del profeta Maometto nel 632. Nel corso dei secoli successivi le contrastanti concezioni di legittima autorità politica evolsero in distinte tradizioni religiose con diverse dottrine, istituzioni e identità collettive. La dimensione geopolitica della divisione sunnita-sciita è stata storicamente plasmata dalle lotte per l'autorità politica, il territorio e la distribuzione del potere all'interno del mondo musulmano. Si tratta di un processo simile alle divisioni in seno al cristianesimo dapprima fra cattolici e ortodossi, poi fra cattolici e protestanti: una serie di scismi su base teologica, che però nascono da una lotta per il potere geopolitico regionale e da una diversa concezione della legittimità del potere.

La prima grande ondata di potere sciita arrivò nel X secolo con il califfato abbaside (750-1258), con capitale Baghdad, che però perse progressivamente la capacità di esercitare un'autorità centralizzata su gran parte del mondo musulmano. Il suo declino portò all'ascesa di diverse potenze sciite di breve durata: il califfato fatimide in Nord Africa ed Egitto (909-1171), la dinastia buyide in Mesopotamia e Persia (934-1062), lo stato dei Qarmati nell'Arabia orientale (c. 899-1077). Invece in Yemen l'imamato zaydita (897-1962) governò a fasi alterne. Tutte queste formazioni politiche concorrenti sfidarono l'ordine sunnita esistente e stabilirono centri di influenza sciita in una vasta area geografica. Il potere sunnita si riprese con l'ascesa dell'impero selgiuchide (1037-1194), della dinastia ayyubide (1171-1250 in Egitto) e del sultanato mamelucco (1250-1517), limitando la precedente espansione del potere politico sciita.

Una seconda grande ondata di potere sciita ebbe inizio con la fondazione dell'Impero safavide (1501-1736) in Persia. I Safavidi istituzionalizzarono lo sciismo duodecimano come tradizione religiosa dominante del loro impero e sfidarono l'ordine geopolitico sunnita, in particolare l'Impero ottomano (1299-1922). Quasi cinque secoli dopo, la Rivoluzione iraniana del 1979 inaugurò una terza ondata di potere sciita con la nascita della Repubblica islamica dell'Iran.

Questi episodi evidenziano uno schema ricorrente in cui la frammentazione delle potenze sunnite ha creato opportunità per l'espansione geopolitica sciita. Lo sciismo è storicamente concentrato nei territori dell’Asia occidentale che circondano il nucleo di popolazione araba, sulla quale le potenze politiche sunnite e sciite si sono ripetutamente contese l'influenza. In tale contesa c’è una forte componente etnica più che teologica, esemplificata dal caso dell'Azerbaigian, paese a maggioranza sciita che faceva parte dell'Impero safavide, ma il cui orientamento geopolitico si è sviluppato in modo diverso da quello dell'Iran. L'Azerbaigian è etnolinguisticamente turco e ha una cultura politica marcatamente laica, plasmata dalla sua incorporazione nell'Impero russo durante il XIX secolo e, successivamente, nell'Unione Sovietica. L'allineamento strategico dell'Azerbaigian con la Turchia e il suo rapporto conflittuale con l'Iran dimostrano che la comune identità sciita non si traduce necessariamente in solidarietà geopolitica. Etnia, esperienza storica, interessi statali e istituzioni politiche sono i fattori che giocano il ruolo più importante.

Il potere dell'Iran deriva storicamente dalla sua abilità nel saper sfruttare la frammentazione del sistema statale arabo, prevalentemente sunnita. La grande opportunità di espansione per Teheran si è aperta con l'invasione statunitense dell'Iraq del 2003, che eliminò il suo principale contrappeso militare arabo. Il successivo indebolimento degli stati arabi, in particolare durante i disordini che seguirono le rivolte della Primavera araba del 2011, creò ulteriori opportunità per l'influenza iraniana. Teheran ha creato in tutto il mondo arabo una vasta rete di movimenti politici e organizzazioni armate che le ha permesso di proiettare il proprio potere ben oltre le sue capacità militari convenzionali.

La strategia regionale dell'Iran è politica, come dimostrano le sue relazioni con le organizzazioni islamiste palestinesi sunnite, da Hamas al Jihad islamico. Ma l’identità religiosa è lo strumento principe per mobilitare le basi elettorali, legittimare l'autorità politica e mantenere i rapporti con le comunità sciite in tutto il mondo arabo. L'influenza di Teheran è stata particolarmente significativa in Iraq, Siria, Libano e Yemen, dove la debolezza delle istituzioni statali e i conflitti prolungati hanno permesso alle organizzazioni sostenute dall'Iran di acquisire potere politico e militare. L’attuale guerra in Iran sta modificando radicalmente questo scenario, indebolendo le sue capacità militari e le sue reti regionali. A ciò si aggiungono le difficoltà economiche, le pressioni politiche interne e l'incertezza sul futuro del suo apparato di governo. Ciò non significa affatto che Teheran non sia più una minaccia per la sicurezza dei paesi vicini. Le istituzioni e le fazioni politiche che oggi competono per il potere interno in Iran potrebbero avere comportamenti poco razionali e poco prevedibili.

L’incertezza si estende agli alleati dell'Iran in Libano, Iraq e Yemen. Con l'indebolimento dell'Iran, Hezbollah, le milizie sciite irachene e gli Houthi faticano a riorganizzare le proprie posizioni in un ordine regionale in cui non possono più contare sull’abituale alto livello di sostegno politico, finanziario e militare da parte di Teheran.

L'emergere dell'accordo della Mecca riflette sia la più ampia trasformazione in atto, sia gli sforzi di Washington per ridistribuire la responsabilità della sicurezza regionale. L'accordo di agosto tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan riunisce tre grandi potenze a maggioranza sunnita con capacità militari, economiche e geopolitiche complementari. L'Arabia Saudita possiede ingenti risorse finanziarie e una notevole influenza religiosa, la Turchia contribuisce con la sua forza militare convenzionale e un’industria della difesa molto forte, mentre il Pakistan apporta significative capacità militari e la deterrenza nucleare. La loro cooperazione rappresenta il tentativo di creare un quadro di sicurezza regionale in grado di rispondere alle minacce senza dipendere dall’intervento diretto americano.

L'accordo è particolarmente significativo perché coinvolge potenze al di fuori del mondo arabo. L’accordo della Mecca riunisce stati sovrani che cercano di coordinare le proprie capacità preservando al contempo la propria autonomia strategica, con l’ambizione di sviluppare un assetto regionale duraturo. Ma Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno priorità strategiche distinte, relazioni diverse con Teheran e interessi divergenti riguardo al più ampio equilibrio di potere regionale. Riyadh è principalmente preoccupata di proteggere il proprio territorio e la trasformazione economica. Ankara cerca di preservare la flessibilità strategica espandendo al contempo la propria influenza regionale. Islamabad deve bilanciare la sua relazione con l'Arabia Saudita con le proprie esigenze di sicurezza lungo il confine con l'Iran.

Il significato di questo nuovo assetto risiede nella sua potenzialità di coniugare deterrenza e impegno diplomatico, nella consapevolezza che una debolezza dell’Iran potrebbe generare problemi che il solo contenimento militare non è in grado di risolvere. Un periodo di incertezza in Iran richiederebbe cooperazione in ambiti quali la sicurezza delle frontiere, la gestione di milizie armate non statali, i conflitti regionali e le possibili ripercussioni di un’instabilità politica interna al Paese. L’accordo della Mecca segna dunque una nuova fase nelle relazioni interne al mondo islamico, in cui le potenze a maggioranza sunnita potrebbero assumersi la responsabilità collettiva nella gestione dei rapporti con l’Iran sciita. Il conseguente equilibrio di potere sarà probabilmente caratterizzato da una contrazione dell’influenza geopolitica iraniana, cui l’Iran potrebbe reagire con un riavvicinamento diplomatico, oppure con una rinnovata contrapposizione asimmetrica o con comportamenti incoerenti durante un prolungato periodo di incertezza politica interna. L’incertezza rende molto complesso lo sviluppo di un quadro coerente per la sicurezza regionale.

Sebbene l’indebolimento dell’Iran possa ridurre una fonte di pressione di lunga data sugli Stati a maggioranza sunnita, ciò non elimina i loro interessi divergenti né risolve le debolezze strutturali del sistema statale arabo. Al contrario, la ridistribuzione del potere regionale potrebbe generare nuove tensioni, nel momento in cui i vari Stati cercheranno di plasmare l’architettura di sicurezza in funzione delle proprie priorità.

C’è inoltre una tensione ineludibile tra il desiderio dell’America di ridurre i propri impegni in materia di sicurezza regionale al di fuori del continente americano e il suo costante interesse a impedire l’emergere di un egemone regionale molto forte e molto ostile. Washington non potrà disinteressarsi davvero agli sviluppi regionali, nonostante i desideri degli elettori americani.

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