Perché oggi le scuole inglesi sono le migliori

22/09/2026

(Da un'analisi di Sam Freedman, Comment is Freed)

Quando nel 2010 entrai a far parte del Dipartimento dell'Istruzione in qualità di consulente, non si parlava che della Finlandia. Nelle prime edizioni dei test PISA dell'OCSE – che sottopone i quindicenni di tutto il mondo a un test comparativo – i finlandesi ottenevano i risultati migliori, dopo alcune nazioni dell'Estremo Oriente. Alcuni di noi cercarono di far notare che il successo della Finlandia era probabilmente dovuto a politiche attuate negli anni '80 e '90, non alle nuove idee che si stavano sperimentando in quel momento. Ciononostante numerosi paesi decisero di adottare una svolta verso programmi scolastici basati sulle "competenze", cioè incentrati più su ciò che i giovani dovrebbero essere in grado di fare che sui contenuti da apprendere.

L'Inghilterra scelse un percorso diverso, mantenendo un programma che definiva le conoscenze fondamentali che tutti i bambini dovevano acquisire. Si pose inoltre maggiore enfasi sul comportamento, sulle valutazioni e sul metodo fonetico sintetico per l'insegnamento della lettura ai più piccoli. Molti consideravano tutto ciò un approccio anacronistico, rigido e meccanico, capace di demotivare gli studenti.

 

Nell'edizione 2025 dell'indagine PISA, pubblicata all'inizio del mese, l'Inghilterra è risultata il secondo paese al mondo per rendimento dopo l'Estremo Oriente. Soltanto l'Estonia ha fatto meglio. L'Inghilterra ha ulteriormente incrementato il proprio vantaggio rispetto alle altre nazioni del Regno Unito (una differenza di 20 punti nei punteggi equivale a un anno di apprendimento).

L’Inghilterra sta inoltre ottenendo risultati decisamente migliori rispetto agli altri paesi dell'Europa occidentale. La notizia ha avuto ampia diffusione, ma l'entità del divario è stata sottovalutata. Per esempio, nell'ambito della lettura, il 25% dei giovani inglesi provenienti dai contesti più svantaggiati ha ottenuto risultati superiori alla media di tutti gli studenti – immigrati e non - in Germania, Francia, Paesi Bassi, Norvegia e molti altri paesi.

Si tratta di un risultato straordinario, ma scomodo per chi si era battuto contro le riforme inglesi. Abbiamo assistito a una raffica di tentativi volti a sminuire o giustificare in altro modo il nostro successo. Un'argomentazione diffusa sostiene che non siamo migliorati, ma che sono semplicemente peggiorati gli altri Paesi. È vero, fatta eccezione per le scienze, ambito in cui i risultati dell'Inghilterra sono effettivamente migliorati. Tuttavia, restare stabili in un contesto avverso, mentre quasi tutti gli altri subiscono un drastico calo, rappresenta comunque un risultato importante.

Già nel 2010 speravo che un giorno sarebbero state le delegazioni straniere a venire qui. Forse sta iniziando ad accadere: nelle ultime settimane sono stato contattato da giornalisti di Francia, Germania, Paesi Bassi e persino Giappone, desiderosi di capire come l'Inghilterra sia riuscita a evitare i cali registrati altrove. Ho quindi analizzato la mole di dati forniti dal programma PISA per trarne qualche insegnamento. Quanto incidono le politiche scolastiche rispetto ad altri fattori culturali – in particolare l'immigrazione, dato che gli studenti immigrati in Inghilterra ottengono ottimi risultati? Qual è l'importanza del nostro approccio prudente all'uso della tecnologia in classe? Perché altri Paesi hanno subito un tale declino? Stiamo solo rimandando l'inevitabile? E quali sono i nostri margini di miglioramento?

Questi risultati non dimostrano che l'approccio inglese sia l'unico efficace, né che ogni scelta politica adottata negli ultimi decenni sia stata quella giusta. Dimostrano, tuttavia, che molte delle critiche mosse alle riforme chiave attuate dai vari governi succedutisi negli anni 2000 e 2010 si sono rivelate infondate.

Il modello inglese di curriculum e di valutazione viene spesso erroneamente descritto come basato sull'apprendimento mnemonico e su una concezione della scuola simile a una "catena di montaggio". I critici sostengono che, pur portando a buoni risultati nei test, tale modello sia inutile nella vita reale e renda l'esperienza scolastica un incubo per gli alunni. Ma gli studenti non studiano a memoria nulla in vista dei test PISA, i quali peraltro non si basano sul programma scolastico inglese ma si concentrano sulla capacità di risolvere problemi e sul pensiero critico. Nel questionario PISA che accompagna le prove, gli studenti inglesi hanno risposto in modo più positivo rispetto alla media OCSE anche alle domande volte a misurare la curiosità.

L'Inghilterra è anche uno dei pochi Paesi a non registrare un aumento della percentuale di alunni che considerano noioso imparare cose nuove. Inoltre gli studenti inglesi hanno la stessa probabilità dei loro coetanei di altre nazioni di affermare che la scuola ha insegnato loro nozioni utili per il lavoro. Vi sono ampie prove del fatto che il programma scolastico inglese non sia affatto limitante come i critici prevedevano. Al contrario, vi sono scarse evidenze che i programmi basati sulle competenze aiutino gli studenti a sviluppare capacità trasversali come la curiosità e la perseveranza.

Ciò avvalora una tesi fondamentale sostenuta dai fautori dei programmi basati sulle conoscenze: il punto non è che i giovani debbano essere in grado di snocciolare una serie di fatti slegati tra loro, bensì che è necessario acquisire conoscenze per sviluppare la curiosità e il pensiero critico. Tali facoltà devono essere costruite su solide basi. I programmi scolastici basati sulle competenze richiedono l'acquisizione di conoscenze, ma queste sono spesso definite in modo sommario, lasciando spazio ad attività interdisciplinari o progetti che finiscono per distogliere l'attenzione dagli obiettivi principali. È interessante notare come l'Estonia – l'altro paese europeo con risultati eccellenti – pur adottando un modello basato sulle competenze, organizzi il curriculum in materie tradizionali con specifiche molto più dettagliate e un sistema di valutazione più rigoroso rispetto, ad esempio, agli approcci scozzese o gallese. Inoltre, nei primi anni di scuola, pone una forte enfasi sulle competenze fondamentali di lettura e scrittura, matematica e scienze.

Altre valutazioni comparative confermano queste conclusioni. Negli Stati Uniti, i singoli stati godono di un'autonomia quasi totale in materia di politiche scolastiche; pertanto, il test nazionale NAEP offre un'opportunità analoga di confrontare approcci diversi. Mississippi, Alabama, Louisiana e Tennessee figurano tra i sistemi che hanno registrato i miglioramenti più rapidi. Tutti hanno adottato politiche simili a quelle dell'Inghilterra: metodo fonetico sintetico per l'insegnamento della lettura, incoraggiamento ai distretti scolastici ad adottare programmi strutturati per materia con indicazioni esplicite sulle conoscenze da acquisire, valutazioni periodiche e attenzione alla formazione professionale di alta qualità per gli insegnanti.

Oltre alla questione dei programmi scolastici, in Inghilterra si è acceso un ampio dibattito sull'uso della tecnologia. I responsabili delle politiche scolastiche e le scuole hanno scelto di limitarne l'accesso anziché assecondare la proliferazione di dispositivi e, più di recente, l’uso dell'intelligenza artificiale. Secondo i dati PISA, l'81% degli studenti inglesi frequenta scuole che vietano l'uso del cellulare durante l'intera giornata scolastica. Nella maggior parte degli altri paesi occidentali, questa percentuale oscilla tra il 30% e il 60%. Di conseguenza, in Inghilterra le distrazioni causate dai dispositivi digitali in classe sono meno frequenti rispetto alla maggior parte degli altri paesi.

Esistono prove concrete del fatto che i risultati nei test OCSE stiano peggiorando a causa di un calo dell'attenzione e dell'incapacità di analizzare i testi con la dovuta cura. Dal 2018 si è registrato un aumento delle risposte frettolose nella prova di lettura, con un calo delle prestazioni soprattutto negli esercizi che richiedono di ricordare e integrare diverse informazioni. Una minore attenzione è associata a maggiori distrazioni in classe, nonché a una ridotta curiosità e a una minore disponibilità a impegnarsi nello studio.

L'Inghilterra non è certo immune dalle tendenze globali che compromettono la capacità di attenzione, come il passaggio dalla lettura per piacere alla fruizione passiva di brevi video sui social media. Sarà interessante osservare se il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni avrà qualche effetto su questo fenomeno. Tuttavia, per il momento, le scuole sembrano offrire una certa protezione, sia tenendo i dispositivi fuori dalle aule sia incoraggiando la curiosità e la perseveranza.

Per quanto riguarda l'IA, il 28% degli studenti inglesi non la utilizza mai, o quasi mai, per i compiti scolastici, mentre un ulteriore 41% la usa meno di una volta alla settimana. Si tratta del tasso di utilizzo più basso tra i paesi OCSE, fatta eccezione per il Giappone. Esiste una chiara correlazione, a livello internazionale, tra l'uso dell'IA e punteggi più bassi – in particolare quando lo strumento viene impiegato per riassumere o redigere testi – il che contribuisce probabilmente alle prestazioni relativamente elevate dell'Inghilterra.

 

Ciò non significa che sia impossibile integrare un uso intelligente della tecnologia nel sistema educativo, ma semplicemente che è molto difficile farlo. Alcuni dati del programma PISA suggeriscono che l'IA possa favorire l'apprendimento (piuttosto che limitarsi alla stesura o al riassunto di testi), a condizione che in classe venga insegnato attivamente a farne un uso oculato. Ciò richiede tuttavia un'integrazione profonda in tutto il sistema e una particolare attenzione all'efficacia dell'utilizzo, andando oltre la semplice novità di studiare su smartphone o tablet. L'Estonia adotta questo approccio con le tecnologie digitali da anni, integrandole anche in modo significativo nella formazione degli insegnanti. La maggior parte dei paesi sembra invece seguire un approccio disorganico: non si cerca né di arginare le tecnologie che possono distrarre durante l'acquisizione delle conoscenze fondamentali – come avviene in Inghilterra – né di insegnare agli studenti come utilizzarle correttamente.

 

Uno degli aspetti più sorprendenti dei risultati PISA dell'Inghilterra riguarda le ottime prestazioni degli studenti immigrati rispetto ai loro coetanei di altri paesi, in particolare dell'Europa occidentale. Qui, gli immigrati di prima generazione non solo superano di quasi quattro anni scolastici i loro coetanei francesi nelle competenze di lettura, ma – fatto notevole – ottengono risultati migliori anche rispetto agli studenti francesi non immigrati. Considerando che gli immigrati rappresentano il 27% della popolazione studentesca in Inghilterra (contro il 29% in Germania e il 18% in Francia), questo dato incide notevolmente sui risultati complessivi e spiega in parte le differenze tra i vari paesi. Come si spiega questo fenomeno?

 

Una possibile spiegazione è che gli immigrati in Inghilterra abbiano maggiori probabilità di conoscere la lingua locale; un'ipotesi plausibile, dato che anche in altre nazioni anglofone come Irlanda, Canada e Australia gli studenti immigrati ottengono risultati superiori alla media (sebbene non ai livelli registrati in Inghilterra). Tuttavia, questo fattore non è sufficiente a spiegare l'entità della differenza. Come mostra il grafico a fianco, la differenza riguardo alla lingua madre non è significativa; anzi, è più probabile che in Francia gli immigrati di prima generazione parlino francese a casa rispetto a quanto accade per l’inglese nel Regno Unito. Un argomento più convincente è che la natura dell'immigrazione nei paesi dell'Anglosfera è diversa. Il Regno Unito accoglie un numero maggiore di persone con visto di lavoro, che svolgono lavori relativamente ben retribuiti, e accoglie invece un numero inferiore di rifugiati. Circa il 35% degli immigrati nel Regno Unito proviene da contesti svantaggiati, rispetto a una percentuale compresa tra il 45% e il 55% nella maggior parte dei paesi europei.

 

Ma anche tenendo conto sia dell'apprendimento linguistico che dello svantaggio socioeconomico, gli immigrati nel Regno Unito ottengono risultati significativamente migliori rispetto ad altri paesi. La differenza non è così marcata come nei risultati grezzi, ma è comunque sostanziale. Gli immigrati nel Regno Unito superano i non immigrati di circa 20 punti, mentre quelli in Germania e Francia continuano a ottenere risultati inferiori di una percentuale pressoché identica (i rombi blu nel grafico a fianco). Sospetto che la ragione risieda nel fatto che i paesi dell'Europa occidentale sono meno efficaci nell'integrare gli immigrati nel sistema scolastico e nella società. Alcuni, tra cui Germania, Paesi Bassi, Austria e Svizzera, hanno ancora sistemi scolastici selettivi che prevedono esami. Questo inevitabilmente spinge gli immigrati, compresi quelli con un alto potenziale ma con competenze linguistiche ancora limitate, verso scuole meno orientate all'apprendimento accademico. In alcuni paesi, in particolare in Francia, gli immigrati sono fortemente segregati geograficamente e inseriti in scuole situate nelle zone più povere delle città. In altri, soprattutto in Danimarca, politiche migratorie più rigide fanno sì che molte famiglie non abbiano un permesso di soggiorno permanente, limitando la possibilità di integrazione.

Le scuole inglesi invece sono per lo più non selettive e relativamente ben integrate dal punto di vista etnico. Ci sono, ovviamente, alcune zone del paese in cui ciò non accade, ma anche qui il modello dei multi-academy trust (trust finanziati dallo stato, ma gestiti da consigli di amministrazione autonomi, che operano in un insieme di scuole di diverso livello, per lo più in aree specifiche) ha permesso lo sviluppo di trust scolastici come Star e Mulberry, particolarmente abili nel lavorare per l'integrazione nella comunità. Gli studenti bengalesi rappresentano un buon caso di studio, poiché un'ampia percentuale dei bengalesi vive nell'East London. Sono passati dall'essere uno dei gruppi etnici con i risultati scolastici più bassi negli anni '90 a uno dei più alti oggi. Questo può essere avvenuto solo grazie all'integrazione, alla riduzione della povertà e al cambiamento delle aspettative.

Questo dovrebbe essere considerato un successo politico più che una semplice fortuna. È dovuto alla presenza di un sistema scolastico comprensivo, in un paese relativamente ben integrato, che consente ai trust scolastici l'autonomia di adattare il proprio approccio alla comunità che servono. Se dovessi consigliare i governi di altri stati dell'Europa occidentale, li incoraggerei a riflettere su questo aspetto, oltre che sui programmi scolastici e sull'uso della tecnologia.

Il relativo successo dell'Inghilterra è senza dubbio una buona notizia, ma non significa che il nostro sistema sia perfetto, non migliorabile. Dovremmo mantenere ciò che funziona: la fonetica, la valutazione, i programmi di studio basati sulle conoscenze fondamentali e una solida cultura dello sviluppo professionale. Ma ci sono anche molti altri aspetti su cui lavorare.

Ci sono ancora troppi giovani che non riescono a raggiungere il successo, e il nostro sistema può essere particolarmente spietato nei loro confronti. Rischiamo di escludere un gruppo di studenti proprio alla base della piramide sociale, che sono costantemente assenti da scuola e hanno più probabilità di sviluppare problemi di salute mentale e di finire senza lavoro. Occorre un miglioramento dell'offerta di formazione professionale post-16, ambito in cui molti paesi europei hanno un vantaggio rispetto a noi perché i datori di lavoro sono più coinvolti nella formazione. Ma occorre anche un sostegno più mirato durante la scuola primaria e i primi anni della scuola secondaria. I rigidi tagli ai finanziamenti degli ultimi sedici anni non hanno impedito alle scuole di migliorare, ma hanno limitato le risorse per questo tipo di sostegno.

Sbagliamo se non incoraggiamo in modo sistematico l'autonomia dei giovani, ma releghiamo le attività che favoriscono questo aspetto alle ore extrascolastiche. Possiamo riflettere su come integrare questo aspetto nei percorsi di studio e nell'esperienza scolastica senza sacrificare un modello accademico di successo. Questo potrebbe anche contribuire a rendere la scuola più stimolante per i giovani. Bisogna cercare attentamente nei dati PISA per trovare ambiti in cui l'Inghilterra si posiziona al di sotto della media, dove sembra esserci una maggiore prevalenza di bullismo e un minore senso di "appartenenza" a scuola, soprattutto per le ragazze. Riflettere sull'autonomia dei giovani potrebbe essere d'aiuto.

Per quanto riguarda la questione di genere, i dati PISA sollevano interrogativi sul fatto che ci siamo concentrati troppo sulle scarse prestazioni dei maschi, dato che hanno meno probabilità di proseguire gli studi e laurearsi. Ma nei dati PISA i ragazzi superano nettamente le ragazze in matematica e scienze e il divario si è ampliato notevolmente in questo ciclo. Questo potrebbe essere correlato ai livelli significativamente più elevati di ansia e depressione riscontrati nelle ragazze.

Forse la sfida più grande per l'Inghilterra in questi risultati riguarda la nostra economia nel suo complesso. Una delle grandi idee del New Labour era che migliorare l'istruzione avrebbe aumentato il "capitale umano" e quindi fornito le basi per un'economia più forte basata sui "lavoratori della conoscenza". Abbiamo ottenuto un sistema educativo migliore, ma il premio salariale per i laureati sta diminuendo e l'economia continua a faticare. Una migliore istruzione è di per sé una cosa positiva, ma otterremo i benefici economici di una popolazione più istruita soltanto se risolveremo numerosi altri problemi, dal nostro sistema fiscale ai bassi investimenti di capitale. Questi risultati dimostrano che disponiamo di uno dei migliori sistemi scolastici al mondo, il che rappresenta un'opportunità straordinaria. Tuttavia, non ne abbiamo ancora approfittato appieno.

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