La NATO e le sfide future: la prospettiva da Riga

21/09/2026

Articolo di Antonia Colibasanu dalla Conferenza sulla sicurezza di Riga del 10 e 11 settembre 2026

Riga, capitale della Lettonia, faceva un tempo parte della rete di porti anseatici che collegava il Mar Baltico e il Mare del Nord attraverso il commercio, la finanza e l'influenza politica, dando vita a uno dei sistemi commerciali più importanti dell'Europa medievale. La posizione geografica ne ha sempre fatto una porta d'accesso tra l'Europa settentrionale e l'entroterra orientale.

La Lega Anseatica non era uno Stato né un'alleanza formale in senso moderno, bensì una rete flessibile di città mercantili che prosperavano coordinando i commerci, tutelando i privilegi commerciali, condividendo informazioni e riducendo i rischi legati allo svolgimento di attività economiche in un panorama politico frammentato. Il ruolo di Riga all'interno di quel sistema offre un insegnamento antico ma ancora attuale: la cooperazione può moltiplicare l'influenza e la sicurezza degli attori più piccoli ben oltre quanto potrebbero ottenere agendo da soli. Ma l'esperienza anseatica ha tramandato anche un secondo insegnamento: le reti rimangono utili solo finché sono in grado di adattarsi al mutare delle circostanze, delle tecnologie e degli equilibri di potere. Questa consapevolezza storica contribuisce a spiegare sia il forte attaccamento ai quadri di cooperazione collettiva, sia l'urgenza con cui oggi in Lettonia si dibatte di NATO ed Europa. La cooperazione è fondamentale per sostenere gli interessi nazionali, ma non può sostituire la capacità di cogliere tempestivamente i cambiamenti e di adattarsi prima che siano le circostanze a imporre l'adeguamento.

Riga ha dovuto adattarsi a un nuovo contesto in cui rotte commerciali, infrastrutture critiche, mobilità militare e resilienza nazionale si sovrappongono sempre più. Dopo l'invasione russa dell'Ucraina i collegamenti marittimi commerciali della regione vengono ora riesaminati nell'ottica della deterrenza e della difesa di tutti i paesi baltici, inclusi Svezia e Finlandia. Si avverte tensione fra la decisione di aderire alla NATO e la questione, ben più complessa, di che cosa significhi concretamente assumersi le responsabilità che tale adesione comporta.

A Riga la NATO è percepita come parte di una strategia più ampia per difendere, rifornire e rafforzare il fianco nord-orientale dell'Europa. La questione centrale riguarda l'evoluzione dell'Alleanza, la sua capacità di mantenere la coesione politica e strategica e il significato pratico dell'attuale spinta statunitense verso un pilastro europeo più forte. Non si tratta di questioni teoriche; in Lettonia questi aspetti riguardano direttamente le capacità di deterrenza del blocco, la ripartizione delle responsabilità all'interno dell'alleanza e la misura in cui l'Europa è pronta a farsi carico della propria difesa.

La Lettonia, come gli altri paesi dell'Europa orientale, ha trascorso gli ultimi due decenni a dimostrare concretamente il proprio impegno verso il rapporto transatlantico. I soldati lettoni hanno prestato servizio in Iraq e in Afghanistan e alcuni vi sono morti. Tali dispiegamenti riflettevano la profonda convinzione strategica che gli Stati Uniti non fossero semplicemente un alleato tra i tanti, ma il pilastro centrale della NATO, capace di garantire l'irreversibilità del loro ritorno in seno all'Occidente.

La stessa logica ha guidato le politiche di spesa per la difesa. Gli stati dell'Europa orientale hanno incrementato i propri bilanci militari fino a raggiungere – persino superare – gli obiettivi di spesa della NATO, sia perché prendevano sul serio le richieste di Washington, sia perché vedevano la minaccia russa intensificarsi in tempo reale. La guerra in Georgia del 2008, l'annessione della Crimea nel 2014, il conflitto nel Donbass, il rafforzamento militare russo lungo il confine orientale della NATO e, infine, l'invasione su vasta scala dell'Ucraina nel 2022 hanno confermato i timori che molti nella regione esprimevano da anni.

Ecco perché il dibattito a Riga su una NATO più europea assume toni alquanto diversi rispetto a discussioni analoghe che si svolgono più a ovest. La Lettonia è già abituata a collaborare strettamente con Germania, Francia, Gran Bretagna, paesi nordici e vicini baltici, e ha tutto l'interesse a disporre di capacità militari europee più solide. La questione cruciale è che cosa si celi dietro la volontà di Washington di ridimensionare il proprio ruolo in Europa. Si tratta semplicemente di una richiesta di più equa ripartizione degli oneri, o di una rivalutazione radicale dell'importanza dell'Europa per gli USA?

Per la Lettonia la distinzione è cruciale. Fino a che punto Washington potrebbe spingersi nel ridefinire il suo rapporto con la Russia? Non se ne parla nei discorsi ufficiali, ma è la domanda centrale delle conversazioni a Riga e in tutta l'Europa orientale. Per un Paese la cui sicurezza dipende dalla capacità di deterrenza della NATO, l'incertezza su questo tema è molto più importante di ogni altra questione.

La Conferenza sulla sicurezza a Riga ha dedicato ampio spazio e tempo al dibattito sulla situazione della Russia e sul tipo di minaccia che rappresenta. Uno degli argomenti più importanti è stato che la guerra non è più semplicemente una politica dello stato russo, ma è sempre più radicata in ogni aspetto della società. Industria, media, cultura e risorse pubbliche vengono riorientate in funzione delle esigenze di un confronto prolungato. Ciò suggerisce che la minaccia russa non può essere compresa soltanto attraverso il campo di battaglia. La guerra ha rimodellato la Russia internamente e ha creato strutture, interessi e narrazioni che potrebbero essere difficili da invertire anche se i combattimenti attivi dovessero cessare.

L'economia russa è chiaramente sottoposta a forti pressioni, ma non si deve presumere che questa tensione si traduca in una volontà da parte di Mosca di moderare il proprio comportamento. La Russia potrebbe continuare a sostenere il suo apparato bellico anche se le debolezze strutturali si accumulano, mentre una mentalità da "fortezza Russia" continua a consolidarsi. La domanda ora è quanto sia solido il sistema russo e quale combinazione di pressioni interne ed esterne potrebbe modificarne la traiettoria.

Le discussioni alla conferenza hanno concluso che la NATO ha bisogno di una strategia a lungo termine per la Russia, non semplicemente di un piano per raggiungere il cessate il fuoco in Ucraina. Pare sempre più probabile che il pilastro europeo della NATO debba assumere un ruolo guida nella progettazione e nell'attuazione di tale strategia, combinando pressione, deterrenza, resilienza e diplomazia, preparandosi al contempo a una sfida che potrebbe persistere a lungo anche dopo la fine dell'attuale fase della guerra.

A complicare ulteriormente la situazione, in Europa orientale è forte la preoccupazione che Washington possa interpretare la potenza russa – e la sua debolezza – in modo diverso rispetto ai membri orientali della NATO. Per Riga, Varsavia o Tallinn una Russia indebolita non significa una Russia meno pericolosa. Al contrario, la percezione è che una Russia che si trova ad affrontare crescenti vincoli possa diventare più aggressiva nel perseguire i propri obiettivi e fare affidamento su operazioni informatiche, sabotaggi, interferenze politiche, coercizione e altre tattiche al di fuori della potenza militare convenzionale. La storia ha insegnato a questi popoli che la debolezza russa non è rassicurante, ma è fonte di imprevedibilità e rischio.

Per Washington però le priorità strategiche stanno cambiando. Gli Stati Uniti vedono nella Cina, più che nella Russia, il loro principale concorrente a lungo termine. Da questa prospettiva, una Russia eccessivamente indebolita o isolata potrebbe creare un altro problema: Mosca potrebbe diventare più dipendente da Pechino, rafforzando la posizione geopolitica della Cina anziché indebolirla.

Questo indica una potenziale divergenza strategica all'interno della NATO. Se la competizione con la Cina diventasse il quadro di riferimento predominante della grande strategia statunitense, l'attenzione di Washington potrebbe spostarsi dal contenimento della Russia all'impedire che essa diventi permanentemente subordinata a Pechino. In Europa orientale qualsiasi tentativo di accogliere o reintegrare la Russia solleva una diversa preoccupazione storica: che gli interessi di sicurezza degli stati sul fianco orientale della NATO possano essere ancora una volta sacrificati a un accordo più ampio tra grandi potenze.

L'Europa è in grado di sviluppare sufficiente capacità strategica per reagire, se le priorità americane cambiassero più rapidamente delle istituzioni e delle capacità militari europee? L'attuale sfida per la NATO non proviene soltanto dalla Russia; l'incertezza più profonda riguarda l'evoluzione interna del blocco.

Questa incertezza spiega perché la conferenza di Riga sia tornata ripetutamente sulla frammentazione dell'ordine internazionale post-Guerra Fredda. La potenza militare non esiste nel vuoto; dipende da infrastrutture, commercio, tecnologia, sistemi finanziari, catene di approvvigionamento, standard e controllo dei punti di passaggio strategici. Le istituzioni che governano tali ambiti creano il contesto economico e politico in cui operano le alleanze militari. La NATO non ha mai agito in isolamento. La potenza militare americana in Europa era integrata in un'architettura istituzionale più ampia che comprendeva il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT), successivamente sostituito dall'Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Gli impegni in materia di sicurezza, l'interdipendenza economica e le regole comuni si rafforzavano a vicenda. Oggi questa architettura è messa in discussione non solo da potenze che cercano di sovvertirla dall'esterno, ma anche dal mutare delle priorità all'interno degli stati che l'hanno costruita. Gli Stati Uniti stessi si mostrano più propensi a mettere in discussione, reinterpretare o aggirare accordi alla cui creazione avevano contribuito in modo determinante. I quadri multilaterali rappresentano un modo per ancorare la potenza americana all'Europa, trasformando l'impegno statunitense da questione di politica discrezionale in rete di obblighi, istituzioni e aspettative difficili da sciogliere.

Il dibattito su un forte pilastro europeo della NATO va ben oltre la questione della ripartizione degli oneri. L'Europa ha certamente bisogno di maggiori capacità militari, ma necessita anche della capacità politica di agire strategicamente in un contesto in cui le regole dell'ordine transatlantico non sono più scolpite nella pietra. Per questo una delle questioni più importanti emerse a Riga è stata il futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Se la Cina dovesse diventare il principio cardine della strategia americana, le conseguenze si estenderebbero ben oltre l'Asia. Se Washington giungerà alla conclusione che una qualche forma di intesa con Mosca possa servire meglio i suoi interessi nei confronti di Pechino, questa eventualità per l’Europa orientale diventa più significativa di qualsiasi dibattito formale sulla ripartizione degli oneri all'interno della NATO.

Lo scopo originario dell'Alleanza nel dopoguerra era: tenere fuori l'Unione Sovietica, dentro gli americani e sotto controllo i tedeschi. Il contesto storico è cambiato, ma quella frase offre ancora una chiave di lettura utile per comprendere il dilemma dell'Alleanza. La Russia è tornata a rappresentare la principale minaccia militare per l'Europa. Alla Germania viene nuovamente chiesto di adeguarsi nell'interesse della sicurezza europea, questa volta assumendo un ruolo nella difesa del continente ben più rilevante rispetto al passato. L'incognita maggiore riguarda sempre più la permanenza degli Stati Uniti: non solo la loro presenza militare, ma il loro impegno strategico a favore dell'ordine europeo che hanno contribuito a costruire.

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