Come sta andando la guerra con l’Iran?

25/07/2026

Gli USA hanno dichiarato di aver colpito oltre 300 obiettivi iraniani: sistemi missilistici e di droni, infrastrutture di sorveglianza costiera, obiettivi navali e infrastrutture logistiche. Il blocco ora ripristinato allo Stretto di Hormuz mira a limitare il traffico in entrata e in uscita dai porti iraniani. 

L'Iran ha colpito posizioni statunitensi e navi mercantili, ma non ha inflitto danni di portata paragonabile, né è tornato a colpire le grandi infrastrutture energetiche del Golfo.

È una lotta impari, ma che non può costringere Teheran ad accettare le condizioni statunitensi. Washington può indebolire l’Iran e togliergli il controllo sullo Stretto di Hormuz, ma non può garantire il normale passaggio commerciale, né costringere l'Iran ad arrendersi. 

Washington vuole privare l'Iran della capacità di esercitare di fatto l'autorità su una via navigabile internazionale, per mantenere il proprio ruolo di principale garante della sicurezza delle grandi rotte marittime.

L'Iran oggi ha l’obbiettivo di preservare una capacità sufficiente per colpire alcune navi, aumentare i costi assicurativi e operativi e dimostrare che la protezione statunitense non funziona. Un singolo attacco può ristabilire l'incertezza dopo numerosi transiti sicuri e mantenere il traffico commerciale al di sotto dei livelli normali.

Gli attacchi statunitensi stanno indebolendo i sistemi militari iraniani e riducono gli introiti delle sue esportazioni di petrolio via mare. Le rotte terrestri attraverso il corridoio Nord-Sud, visibile nella mappa qui accanto, possono compensare solo parzialmente queste perdite.

Il mezzo più chiaro a disposizione dell'Iran per cambiare le carte in tavola sarebbe attaccare le infrastrutture energetiche del Golfo o estendere le azioni di disturbo marittimo allo stretto di Bab el-Mandeb. Ma altri attacchi contro le infrastrutture energetiche saudite, emiratine o qatariote potrebbero intensificare la cooperazione militare di questi paesi con Washington, riportare Israele nel conflitto e giustificare attacchi più ampi sul territorio iraniano. In altre parole, l'opzione di escalation più forte rimasta all'Iran è anche quella che con maggiore probabilità unirebbe i suoi avversari. 

Il tempo stringe per l'Iran. Gli arsenali di missili e droni sono limitati, i rifornimenti potrebbero essere impediti, come ha dimostrato l'attacco al ponte ferroviario di Aq Taqeh Khan, situato su un corridoio che collega l'Iran all’Asia centrale e di qui a Cina e Russia (si vedano le immagini in testata). Persiste anche il clima di incertezza riguardo alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, la cui assenza dalla scena pubblica indebolisce l’autorità del regime. 

Ma il tempo non gioca neppure a favore di Washington. Un'operazione prolungata imporrebbe crescenti pressioni sulle forze e sulle munizioni. Un'ulteriore escalation richiederebbe agli Stati Uniti di difendere non soltanto il proprio personale e le proprie basi, ma anche porti, rotte marittime e infrastrutture energetiche in tutta la regione del Golfo. Ciò comporterebbe costi elevatissimi, sia in termini militari che in termini economici. Le imminenti elezioni di metà mandato intensificherebbero l’opposizione dell’opinione pubblica. 

Entrambe le parti stanno perseguendo una guerra di logoramento. L'Iran cerca di resistere politicamente più a lungo di Washington, contando sulla cieca obbedienza di civili e militari, che le democrazie occidentali non possono imporre. 

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