Guerra in Medio Oriente, crisi energetica e Unione Europea.

10/04/2026

L'offensiva contro l'Iran ha innescato la più grande interruzione delle forniture di petrolio nella storia dei mercati energetici globali. Per l'Europa, a soli quattro anni dall'inizio dell'ultima grande crisi energetica scatenata dall'invasione russa dell'Ucraina, la guerra all’Iran è come la riapertura di una ferita ancora in via di guarigione. Con i livelli di stoccaggio del gas costantemente ai minimi da cinque anni, l'Europa affronta una crisi di scarsità nei rifornimenti e di deterioramento macroeconomico, che probabilmente cambierà in modo significativo il progetto di Unione.

Negli anni successivi all'invasione dell’Ucraina l'Unione Europea ha ridotto la sua dipendenza dal gasdotto russo dal 45% a circa il 10%. Le forniture russe sono state sostituite da quelle norvegesi, dal gas naturale liquefatto (GNL) statunitense e da accordi a lungo termine per il GNL dal Qatar. Ora secondo il Ministro qatariota per gli affari energetici, nonché CEO di QatarEnergy, gli attacchi iraniani hanno già messo fuori uso circa il 17% della capacità di esportazione di GNL del Paese per almeno tre anni. I paesi europei a esserne più danneggiati sono l'Italia e il Belgio, ma anche i Paesi Bassi e la Polonia sono in difficoltà. L'Italia riceveva circa il 10% del gas che le è necessario dal Qatar, circa il 12% del petrolio dal Medio Oriente. Dieci carichi di GNL previsti tra aprile e metà giugno sono stati cancellati. Al terminale GNL di Zeebrugge, in Belgio, arrivano mediamente tre carichi di GNL dal Qatar al mese, ma da marzo non ne sono più arrivati. Per il Belgio, i cui livelli di stoccaggio di gas sono al di sotto della media UE, i rischi sono elevati. In condizioni analoghe è l’Olanda, che gestisce il terminale GNL di Rotterdam e ospita la sede del TTF, principale benchmark per il prezzo del gas naturale in Europa.

La Polonia è un esempio lampante di come la separazione dell'Europa dal gas russo sia controproducente. Nel 2025 ha ricevuto il 17% delle sue importazioni di gas dal Qatar, ma ora ha ben poche opzioni di diversificazione in tempi brevi.

L'Europa dispone di significative capacità di stoccaggio che possono attenuare gli effetti di interruzioni temporanee delle forniture, ma distribuite in modo non uniforme. Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Malta e Slovenia non hanno impianti di stoccaggio del gas e devono fare affidamento su accordi di solidarietà con i paesi vicini.

 Nel periodo primavera-estate l'Europa deve ricostituire le scorte in vista del prossimo inverno. Gli attuali livelli di stoccaggio si attestano tra il 22 e il 27%, il minimo da sei anni. I regolamenti UE richiedono agli Stati membri di portare le scorte ad almeno il 90% della capacità, ma quest’anno raggiungere questo obiettivo sarà quasi impossibile e costerà circa cinque volte di più del previsto. Ne deriverà un aumento dei prezzi, dunque del tasso di inflazione. Nonostante ciò la BCE ha lasciato invariato il tasso di interesse a marzo, per non aggravare ulteriormente le difficoltà economiche derivanti dall'aumento dei prezzi dell'energia per famiglie e imprese.

La prima risposta dei governi europei è consistita nel proteggere i prezzi del diesel attraverso riduzioni delle accise sui carburanti, sussidi per gli operatori dei trasporti o sconti temporanei per agricoltori e aziende di logistica. L'Italia è stata la più attiva, riducendo le accise sui carburanti di circa 25 centesimi al litro e introducendo agevolazioni fiscali per le aziende di autotrasporto. La Spagna ha annunciato un ampio pacchetto di sostegno che include riduzioni dell'IVA su carburanti ed elettricità, riduzioni dei prezzi dei carburanti e sussidi mirati per l'agricoltura e i trasporti. Il Portogallo ha ridotto le tasse sul diesel. La Polonia ha discusso di tagli all'IVA e ha introdotto tetti massimi temporanei sui prezzi del diesel e della benzina, mentre l'Ungheria si è affidata nuovamente a tetti massimi e sussidi. La Romania ha ridotto l'accisa sul diesel introducendo al contempo una tassa di solidarietà sugli utili straordinari realizzati dai produttori petroliferi nazionali. La Francia ha adottato un approccio più cauto, evitando tagli fiscali diretti, ma chiedendo alle raffinerie di aumentare la produzione di gasolio e carburante per aerei e offrendo sostegni mirati ai trasporti e alla pesca.

Italia, Austria, Slovenia e Slovacchia hanno intensificato la pressione sull'UE affinché agisca per affrontare la crisi. Al vertice del Consiglio europeo del 19-20 marzo la presidente Ursula von der Leyen ha evidenziato una distorsione di lunga data nella tassazione europea, perché alcuni stati membri tassano molto più pesantemente l’elettricità rispetto al gas – in alcuni casi fino a 15 volte. La Commissione si è inoltre impegnata a consentire agli Stati membri di ridurre gli oneri di rete per le industrie ad alta intensità energetica. Ha anche proposto di utilizzare i proventi dello scambio di quote di emissioni di carbonio (ETS) per progetti di sicurezza energetica. La Commissione discute anche di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche e di un possibile tetto massimo al prezzo del petrolio.

La risposta fiscale dell'Europa si scontra però con un nuovo vincolo strutturale: i governi stanno aumentando drasticamente la spesa per la difesa a causa della guerra tra Russia e Ucraina e dei più ampi impegni della NATO. È il classico dilemma tra armi e burro.

Il fatto che l'Europa abbia subito due crisi in quattro anni legate all'importazione di combustibili fossili solleva anche interrogativi sul mix energetico ideale per il futuro e sul ruolo delle energie rinnovabili. Costruire la resilienza del sistema energetico è un impegno a lungo termine e di grande complessità.

L’Europa deve affrontare tante questioni relative alla solidarietà fiscale, alla politica industriale, alla spesa per la difesa e all'autonomia strategica. Se la crisi porterà a un maggiore coordinamento, maggiori investimenti congiunti e maggiore volontà di condividere i rischi tra gli Stati membri, dalla crisi potrebbe emergere un'Europa più capace dal punto di vista geopolitico. Se permarranno le divisioni tra gli Stati membri più ricchi e quelli più poveri, tra nord e sud, tra chi dà priorità alla difesa e chi dà priorità agli aiuti economici, la crisi potrebbe invece destabilizzare il continente europeo.

Il fatto che l'Europa abbia subito due crisi in quattro anni legate all'importazione di combustibili fossili solleva anche interrogativi sul mix energetico ideale per il futuro e sul ruolo delle energie rinnovabili. Costruire la resilienza del sistema energetico è un impegno a lungo termine e di grande complessità.

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