Hormuz, il globo e la strategia americana

24/03/2026

(Tratto da un articolo e podcast di Vanessa Berg del 23 marzo 2026)

Ogni guerra ha una narrazione pubblica e una realtà sottostante, capita e valutata quasi esclusivamente dalle classi dirigenti. Nel caso dell’attuale guerra con l'Iran la narrazione pubblica si accentra sul pericolo nucleare, l'instabilità regionale e lo scontro ideologico. Ma in realtà la guerra è per il controllo dello Stretto di Hormuz, uno dei luoghi più importanti della Terra.

Lo Stretto di Hormuz è uno stretto corridoio marittimo lungo circa 160 chilometri. A nord dello stretto si trova l'Iran; a sud, la frastagliata penisola di Musandam, divisa tra gli Emirati Arabi Uniti e l'Oman. Dal XVI secolo in poi, tutti gli imperi ne hanno compreso il valore. Vi si trincerarono dapprima i portoghesi, poi sfidati e sostituiti dagli inglesi con l'intensificarsi delle rotte commerciali globali.

Circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio transita ogni giorno attraverso questo corridoio, insieme a un quinto del gas naturale liquefatto globale. Per l'Europa Hormuz è "critico" per la sicurezza energetica. Per l'Asia è linfa vitale. Per la Cina è una vulnerabilità strategica. Circa il 55% del petrolio importato dalla Cina per alimentare la propria economia e la propria sicurezza transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Dunque la stabilità economica della Cina è legata a un punto di strozzatura marittimo che non controlla.

In quest’ottica il calcolo americano diventa più chiaro. Il confronto con l'Iran non riguarda soltanto Teheran, ma la capacità di esercitare pressione su una superpotenza rivale la cui ascesa dipende da flussi energetici che transitano in un unico fragile punto. Se dovesse scoppiare un conflitto nell'Asia orientale, in particolare intorno a Taiwan, la capacità di limitare le importazioni energetiche della Cina diventerebbe un fattore determinante. Garantirsi influenza sullo Stretto di Hormuz non è soltanto questione legata alla crisi attuale: si tratta di costruire una posizione di forza in vista delle battaglie future.

Ecco perché Washington ha compiuto mosse che a prima vista sembrano contraddittorie. Il Dipartimento del Tesoro ha allentato le sanzioni su alcune esportazioni di petrolio iraniano, riducendo la pressione. Gli Stati Uniti stanno calibrando la pressione, non la stanno semplicemente portando al livello massimo per stroncare l’Iran. Un totale strangolamento economico dell'Iran rischia di destabilizzare i mercati petroliferi con ripercussioni a livello globale che possono compromettere obbiettivi strategici più ampi.

Più di 20 paesi stanno coordinando gli sforzi per garantire che lo stretto rimanga navigabile. Funzionari americani hanno segnalato alle controparti israeliane che le operazioni militari sarebbero state estese per creare le condizioni necessarie a un'azione guidata dagli Stati Uniti per riaprire e mettere in sicurezza il passaggio. Tale operazione sarebbe durata alcune settimane. La cronologia della guerra non è dettata soltanto dalle dinamiche del campo di battaglia, ma dalla strategia marittima.

L'Iran comprende chiaramente la posta in gioco. La risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche è stata la proposta di un "nuovo regime" nello stretto: l'Iran trasformerebbe Hormuz in un casello autostradale, imponendo un pedaggio a ogni nave che lo attraversa, proprio come fa l'Egitto con il Canale di Suez. Una simile mossa non soltanto genererebbe entrate, ma formalizzerebbe il dominio iraniano su una delle arterie energetiche più critiche al mondo.

Gli Stati del Golfo, in particolare l'Arabia Saudita, hanno immediatamente respinto qualsiasi accordo che concederebbe all'Iran il controllo dello Stretto di Hormuz. Per loro il rischio è esistenziale. Cedere il controllo dello stretto significherebbe mettere il proprio futuro economico – e per estensione, i mercati energetici globali – all'ombra di Teheran. I mediatori arabi hanno proposto alternative, tra cui la creazione di un organismo regionale neutrale per sovrintendere al passaggio e garantire la libera navigazione.

Lo status giuridico dello Stretto di Hormuz è questione complessa, che si è evoluta per decenni ma rimane irrisolta. Nel 1959 l'Iran estese le sue acque territoriali a 12 miglia nautiche (22 chilometri) e dichiarò che avrebbe consentito soltanto il "passaggio innocente" attraverso queste acque. Tredici anni dopo, l'Oman seguì l'esempio. Dunque nel 1972 l'intero stretto ricadde nelle acque territoriali sovrapposte di Iran e Oman, rendendolo di fatto "chiuso" in senso giuridico. In pratica però negli anni '70 si registrarono poche interferenze nel traffico marittimo. Né l'Iran né l'Oman tentarono di bloccare il passaggio delle navi, neppure quelle da guerra. Tale moderazione iniziò a vacillare negli anni '80, quando entrambi gli Stati avanzarono rivendicazioni che divergevano dal diritto consuetudinario. Nel 1989 l'Oman ratificò la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e formalizzò un decreto reale del 1981: soltanto il passaggio inoffensivo sarebbe stato consentito attraverso le sue acque territoriali e le navi da guerra straniere avrebbero dovuto ottenere un'autorizzazione preventiva.

Firmando la convenzione nel 1982, anche l’Iran assunse posizioni restrittive. Dichiarò che soltanto gli Stati firmatari dell'accordo avrebbero avuto diritto di transito attraverso gli stretti internazionali. Nel 1993 Teheran codificò questa posizione in legge, introducendo regolamenti che imponevano a navi da guerra, sottomarini e navi a propulsione nucleare di richiedere l'autorizzazione prima di entrare nelle acque territoriali iraniane, anche per passaggi pacifici e leciti per effettuare rifornimenti o riparazioni.

Gli Stati Uniti non riconoscono le restrizioni imposte né dall'Iran né dall'Oman e le hanno attivamente contestate, sostenendo che lo stretto rimane una via navigabile internazionale dove il diritto di transito non può essere limitato da dichiarazioni unilaterali. Il risultato è una persistente zona grigia, in cui argomentazioni legali e realtà militari si intersecano e l'applicazione della legge dipende in ultima analisi dalla forza, più che dai principi.

L'Iran possiede da tempo i mezzi per interrompere il traffico attraverso Hormuz, tra cui migliaia di mine navali che possono essere dispiegate rapidamente. Rapporti di intelligence del 2025 suggerivano che le forze iraniane avessero iniziato a preparare tali mine, per attivare un blocco. Le conseguenze di una simile interruzione sarebbero immediate e gravi. La sola ipotesi di blocco fa impennare i prezzi del petrolio. Il 23 marzo 2026 le previsioni del prezzo del greggio Brent per il mese di aprile si attestavano in media a 110 dollari al barile, ovvero il 62% in più rispetto alla media annua del 2025!

Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, ha avvertito che la situazione in Medio Oriente è di gran lunga peggiore dei due shock petroliferi degli anni '70, nonché dell'impatto della guerra del gas tra Russia e Ucraina. In altre parole, la vulnerabilità è sistemica. I principali esportatori (Arabia Saudita, Kuwait, Iraq e lo stesso Iran) sono "completamente intrappolati in un unico, minuscolo corridoio". Hormuz non è solo una rotta; è un collo di bottiglia che influenza tutto, dal petrolio e dal gas ai prodotti petrolchimici, ai fertilizzanti, allo zolfo e all'elio.

Ironia della sorte, questa realtà limita anche l'Iran. La sua economia dipende fortemente dal flusso ininterrotto delle esportazioni di petrolio, in gran parte attraverso le stesse acque che minaccia di chiudere. L’isola di Kharg, a centinaia di chilometri da Hormuz, ma indissolubilmente legata allo stretto, è la base del 90% delle esportazioni petrolifere iraniane e può stoccare decine di milioni di barili. Qualsiasi interruzione del transito mette a repentaglio la linfa vitale del commercio energetico dell'Iran con la Cina, il suo principale cliente.

Da anni si tenta di aggirare lo Stretto di Hormuz, ma le soluzioni rimangono limitate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno investito ingenti somme in infrastrutture alternative, tra cui un oleodotto che permette di trasportare il petrolio direttamente nel Golfo dell'Oman, evitando completamente lo Stretto. Di conseguenza, anche le infrastrutture di stoccaggio negli Emirati Arabi Uniti si sono ampliate, trasformando il Paese in un importante snodo per il commercio energetico globale. Tuttavia, queste alternative, pur significative, non possono sostituire completamente la capacità dello Stretto di Hormuz. Il collo di bottiglia persiste.

Che c'entra Israele in tutto questo? A prima vista, ben poco. Lo Stretto di Hormuz non significa quasi nulla per gli israeliani. La principale preoccupazione marittima di Israele è lo Stretto di Tiran, la cui chiusura contribuì a scatenare la Guerra dei Sei Giorni del 1967, situato tra la penisola del Sinai egiziana e l'isola di Tiran, saudita.

Ma la geopolitica non opera a livello puramente geografico. Il regime iraniano si è auto-definito in opposizione a Israele fin dalla Rivoluzione iraniana e dalla fondazione della Repubblica islamica dell'Iran nel 1979, radicando l'ostilità anti-israeliana nel cuore della propria identità e proiettandola attraverso gruppi terroristici in tutta la regione. Nel tempo, questo atteggiamento ha reso l'Iran non solo un avversario di Israele, ma una minaccia condivisa per tutta la regione.

Questa convergenza ha silenziosamente rimodellato il Medio Oriente. Molti stati arabi (alcuni già allineati con Israele, altri in cammino in quella direzione) sono giunti a considerare l'Iran come la principale forza destabilizzante della regione. I suoi programmi missilistici, la rete di gruppi terroristici e i violenti tentativi di proiettare il proprio potere oltre i confini nazionali lo hanno reso il denominatore comune dell'insicurezza regionale.

Per gli Stati Uniti il coinvolgimento di Israele nel conflitto ha molteplici scopi: maggiore potenza di fuoco, migliori informazioni di intelligence e un partner regionale capace, tutti fattori che possono comprimere i tempi e aumentare la probabilità di un esito decisivo in tempi brevi. Una guerra più breve riduce anche le perturbazioni economiche derivanti dal rischio di una prolungata instabilità intorno allo Stretto di Hormuz.

Il ruolo visibile di Israele fornisce a Washington anche una sorta di protezione politica. Quando necessario, la responsabilità può essere attenuata o riorientata. Israele, ad esempio, ha rivendicato l'assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, rivolgendo su di sé parte delle immediate reazioni negative che altrimenti si sarebbero riversate sugli Stati Uniti, parte della cui popolazione è allergica all’idea di un "cambio di regime".

Anche il modo in cui i due Paesi hanno schierato le proprie forze armate ha reso chiara la distinzione. Israele si è concentrato principalmente sul depotenziamento dei programmi nucleari e missilistici balistici iraniani, mentre le forze statunitensi si sono concentrate in gran parte sulla sicurezza e sulla gestione delle minacce legate allo Stretto di Hormuz. Questa divisione del lavoro ha permesso a entrambi i paesi di perseguire simultaneamente i propri obiettivi strategici principali.

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