In ‘La scoperta del conservatorismo’ (Giubilei Regnani 2023), Yoram Hazony parte dall’assunto che la democrazia moderna si è sviluppata negli stati nazionali protestanti dell’Occidente, in particolare nei paesi anglosassoni. I 5 principi delle democrazie anglosassoni sono:
1- L’empirismo storico. Le istituzioni sono forgiate in base alla specifica esperienza storica, non in base a principi astratti
2 - Il nazionalismo. I legami di reciproca lealtà sono basati su una lingua, una legge e una religione tradizionale comuni
3 - La religione. Lo Stato onora Dio e la Bibbia, indispensabili per la giustizia e la morale pubblica. Ma tollera altre tradizioni religiose e sociali, se non mettono in pericolo il benessere della nazione.
4 – I poteri dell’esecutivo sono limitati dai rappresentanti del popolo (Parlamento) e dalle leggi tradizionali della nazione (Costituzione), che l’esecutivo non determina né giudica.
5 - Le libertà e i diritti essenziali sono quelli necessari per la sopravvivenza della nazione e il buon funzionamento delle istituzioni, cioè sicurezza, vita, proprietà, libertà di parola e di dibattito.
Il punto focale della tesi di Hazony è che la democrazia occidentale non è nata dal liberalismo, se ciò che si definisce liberalismo (pag 223) è ‘una dottrina politica basata sul presupposto che la ragione è ovunque uguale e accessibile (…) a tutti gli individui e che basta consultare la ragione per arrivare all’unica forma di governo, che è sempre la migliore per tutta l’umanità’. Per tale liberalismo ‘il pluralismo di sistemi è inaccettabile, alla lunga non lo è neppure il pluralismo delle opinioni. Se è vero che la ragione è una e permea tutto e tutti, una sola scelta può essere quella giusta’. A questa ‘migliore forma di governo’ è stato dato il nome di democrazia liberale, termine utilizzato e diffuso per la prima volta nell’Europa centrale negli anni Venti, ma che nei paesi anglosassoni viene utilizzato soltanto dagli anni Novanta, dopo la fine della Guerra Fredda, scrive Hazony.
Ciò che oggi viene chiamato ‘democrazia liberale’ non si riferisce alla costituzione tradizionale angloamericana, ma a una ricostruzione razionalista di essa, quasi interamente staccata dai cinque principi basilari (delle democrazie originarie). ‘Come tutti i razionalisti, i liberali sono impegnati nell’applicazione di verità locali, valide in determinate condizioni, a situazioni e circostanze molto diverse, dove spesso sbagliano clamorosamente’ (pag. 324).
La democrazia è nata in Europa insieme agli stati nazionali autonomi, nel corso del 1600. Iniziarono le provincie olandesi con l’Atto di abiura (al giuramento di fedeltà verso la corona spagnola) e la dichiarazione di indipendenza dalla corona spagnola nel 1581. Seguì l’Inghilterra con le sue due rivoluzioni, che culminarono nel 1689 con la proclamazione della prima monarchia parlamentare della storia.
Fu l’esempio della repubblica degli Ebrei di cui narra la Bibbia a far da modello sia agli stati nazionali sia alle istituzioni democratiche. Infatti a cavallo fra il 1500 e il 1600 ci fu un fiorire di studi di filosofia politica proprio a partire dalla Repubblica degli Ebrei nella Bibbia. Basti citare Carlo Sigonio e Pietro Cuneo, che scrissero entrambi saggi De Republica Hebraeorum.
Ma dai tardi anni 1960 in poi gli intellettuali d’Europa, ispirati (secondo Hazony) da una nuova ondata di razionalismo dogmatico, negano che la filosofia politica biblica sia l’origine sia della democrazia sia del concetto di nazione, né si accordano sui fondamenti comuni della propria civiltà. Infatti i paesi dell’Unione Europea non sono riusciti a stilare una dichiarazione ufficiale dei comuni fondamenti della civiltà europea, né hanno definito i confini d’Europa.
Oggi nelle università per lo più si insegna che il termine di ‘nazione’ in quanto gruppo di persone legate a un territorio fu utilizzato per la prima volta nel Medio Evo dal Papato per organizzare i pellegrinaggi in Europa: era più comodo e facile organizzare la logistica e l’accoglienza lungo la via su base geografica. Ma viene negato che il concetto di’nazione’ identificasse tratti identitari comuni.
L’idea di ’nazione’ su base territoriale sarebbe poi stata ripresa nelle colonie americane dell’impero spagnolo quando i residenti locali – sia nativi sia creoli - cercarono e trovarono un accordo per ribellarsi alla Spagna che imponeva tasse esose. Il primo eroe dell’indipendenza di una nazione nel corso della storia sarebbe Simon Bolivar, che nel 1819 proclamò la nascita della Grande Colombia. È quanto sostiene Benedict Anderson, filosofo della politica di ispirazione marxista, docente alla Cornell University, nel suo celebre Comunità immaginate, pubblicato nel 1983, che è tutt’ora un testo di riferimento nelle nostre facoltà umanistiche.
Un grande filosofo, antropologo e sociologo di cultura ebraica, Ernest Gellner, (1925-1995) mise invece in luce lo stretto nesso fra stato nazionale, industrializzazione e necessità di unificare le masse sradicate dai villaggi e dalle tradizioni locali. Il nazionalismo per Gellner è strumento di unificazione linguistica e culturale necessaria per sviluppare grandi mercati omogenei di produzione e di consumo, in cui però si sviluppa necessariamente anche la lotta di classe.
Dagli anni ’60 in poi gli Europei andarono sempre più abbracciando l’idea che le libertà personali e la democrazia sono il frutto dell’illuminismo, così come lo sviluppo scientifico, tecnologico, industriale. Hazony sostiene invece che il dogmatismo morale della filosofia illuminista (che rende la sinistra convinta di essere dotata di superiorità morale rispetto a tutti gli altri) sfocia sempre per sua natura nell’imperialismo, perché promuove la rivoluzione continua contro ogni tradizione. La rivoluzione continua finisce però col distruggere anche le proprie radici, provocando l’implosione dell’Impero, la guerra civile e il caos. Esattamente come è successo in Europa nel XX secolo.
Sappiamo per esperienza, scrive Hazony, che il liberalismo illuminista avvia una rivoluzione perpetua che distrugge le sue stesse fondamenta in nome della ragione, aprendo la porta al marxismo e fascismo, o ad altre forme di imperialismo. Il razionalismo illuminista che portò alla Rivoluzione Francese aprì subito le porte all’imperialismo napoleonico. Il razionalismo illuminista portò alla costruzione del Secondo Reich tedesco o Impero guglielmino (1870), che aspirava a ricostituire il Sacro Romano impero, alleandosi con l’Impero Austroungarico. Il razionalismo illuminista portò alla Rivoluzione russa, che subito aprì le porte all’impero comunista sovietico.
Il razionalismo illuminista portò alla creazione del Terzo Reich tedesco, l’Impero nazista.
Hazony nega e deride l’interpretazione del nazismo come degenerazione del ‘nazionalismo’. Sia il nazismo che il comunismo, scrive, furono regimi dedotti in modo perfettamente razionale da principi che non facevano parte della tradizione giudeo cristiana, né delle tradizioni nazionali. Il nazismo non fu una degenerazione del nazionalismo, fu il suo opposto; fu animato dal dogma perfettamente ‘razionale ‘della gerarchia naturale delle ‘razze’.
I concetti della ‘democrazia liberale’ astrattamente e dogmaticamente razionalista si diffusero negli anni ‘60 in Occidente, ma senza sostanzialmente intaccare le istituzioni delle democrazie parlamentari e nazionali. Soltanto dopo la fine della Guerra Fredda l’Occidente - in particolar modo gli USA - ubriaco del suo successo, pensò di aver combattuto e vinto l’ultima guerra dell’umanità e volle creare un ordine globale basato su principi razionalistici e su istituzioni sovranazionali aperte a tutti i paesi del mondo: il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, più decine di organismi legati all’ONU… Queste istituzioni avrebbero gestito quello che molte cancellerie vedevano come il nuovo grande impero degli USA e degli Europei, l’Impero dell’Occidente.
Oggi vediamo il fallimento di quel progetto: le organizzazioni sovranazionali sanno soltanto produrre ‘teorizzazioni avventate sui diritti umani’, scrive Hazony, senza saper risolvere nessuna crisi pericolosa. Anzi, talora creando e gonfiando le premesse di grandi tragedie, come nel caso dell’UNWRA in Medio Oriente, che da 75 anni incancrenisce i problemi dei Palestinesi, avendoli resi totalmente dipendenti, liberi soltanto di praticare il terrorismo.
D’altra parte le politiche di sviluppo economico globaliste hanno portato al depotenziamento dell’industria in Occidente, al trasferimento immediato delle tecnologie più avanzate ai paesi dove la mano d’opera costa poco e dove le libertà fondamentali dell’uomo e del cittadino non sono rispettate. Queste politiche hanno portato allo svilimento del lavoro e dei lavoratori, hanno assestato colpi violenti alla dignità di chi lavora per assicurare una vita dignitosa alla famiglia, porre solide basi per il futuro dei figli, essere parte di una comunità orgogliosamente autosufficiente.
Scrive Oren Cass in ‘The once and future worker’, pubblicato nel 2028, che l’ideologia economica ‘liberale’ (nel senso contemporaneo) non vede il cittadino come lavoratore-produttore, artefice del proprio destino, ma come consumatore passivo rispetto al mercato. Il welfare in quest’ottica non è più mirato a creare infrastrutture per agevolare attività produttive e sostenere i deboli, ma ad elargire sempre più sussidi affinché tutti abbiano accesso ai beni desiderati. Così l’ideologia economica ‘liberal’ e ‘global’ finisce col trasformare larga parte della popolazione in una massa di ‘mendicanti’ pronti a ribellarsi e saccheggiare, anziché agire come lavoratori orgogliosamente artefici del proprio destino e compartecipi del destino dei connazionali.
Nel contesto ‘global’ non dovrebbero intervenire le organizzazioni sovranazionali a garantire o ripristinare gli equilibri? Ecco che cosa scrive Hazony degli organismi internazionali in ‘La scoperta del conservatorismo’ (pag 29) : I liberali illuministi ritengono che, dal momento che i principi liberali sono universali, non ci sia un gran danno nel riassegnare i poteri di governo agli organismi internazionali (…) Vediamo che le istituzioni internazionali istituite dopo la Seconda guerra mondiale non possiedono una solida tradizione di governo, né una lealtà nei confronti di particolari popolazioni nazionali, che possa frenare le loro teorizzazioni avventate sui diritti universali. Tali organismi tendono inevitabilmente all’imperialismo, all’arbitrio e all’autocrazia. La politica internazionale dovrebbe essere condotta sulla base di relazioni e accordi fra Stati nazionali indipendenti’.
Il mito del razionalismo illuminista e universalista, che non riconosce il valore delle tradizioni, trionfa oggi nelle Università dell’Occidente, dove già negli anni ‘80 i finanziamenti federali, pagati dai contribuenti ma controllati da burocrazie scelte soltanto dalle Università, ed i finanziamenti dei fondi sovrani di paesi non occidentali hanno quasi sostituito i tradizionali finanziamenti delle grandi famiglie imprenditoriali e delle diverse comunità etno-religiose degli USA. Le grandi università promuovono soprattutto studi contro il colonialismo e ‘l’imperialismo’ occidentale, da Cristoforo Colombo in poi, a favore dei popoli e delle culture che se ne ritengono vittime.
In ‘The Diversity Myth: Multiculturalism and the Politics of Intolerance at Stanford ‘David Sacks e Peter Thiel (fondatori di Paypal e di altre aziende high tech) scrivevano già nel 1995: Si è scatenata una gara a criticare e accusare la tradizione ‘oppressiva’ dell’Occidente, a cercare culture sempre più di nicchia da esaltare, purché possibili ‘vittime’ della cultura occidentale. Enormi burocrazie sono state create per garantire che ogni cultura e ogni gruppuscolo sia rappresentato adeguatamente sia nei corsi, sia fra gli studenti ed i borsisti, in modo del tutto indipendente dal valore e dal merito sia delle culture, sia dei docenti, sia degli studenti sostenuti da borse di studio. Nelle valutazioni si dà peso non più alla conoscenza acquisita, ma all‘esperienza vissuta ascoltando le testimonianze di chiunque si presenti come ‘vittima’.
Già a fine anni ‘80 a Stanford c’erano ben 7000 burocrati (sic!), 7200 studenti e 1400 docenti. Due terzi degli studenti riceveva sussidi o borse di studio. Borsisti e sussidiati venivano scelti da categorie ‘oppresse’ che dovevano necessariamente essere rappresentate, in base ai nuovi regolamenti interni dell’Università. A volte li si andava a cercare proprio col lanternino.
Dagli sviluppi del multiculturalismo nacque la cultura ‘woke’, paragonabile per molti versi alla ‘rivoluzione culturale’ maoista del 1968 in Cina, che mandò gli studenti a distruggere a martellate palazzi e templi in quanto prodotti della cultura ‘borghese’, e a prendere a martellate anche i ‘borghesi’ che trovavano sul cammino (salvo essere poi spediti in terribili ‘campi di rieducazione’ qualche anno dopo). Il mito del multiculturalismo ha finito con l’intrappolare le minoranze in un ciclo perpetuo di ‘oppressione’ e ‘resistenza’, senza possibilità di integrazione, perché l’integrazione li avrebbe portati a perdere status, attenzione e sussidi (un po’ come è stato fatto dall’ONU con i Palestinesi…).
Scrive Yoram Hazony (pag 331): I figli del razionalismo illuminista demoliscono la società liberale fondata dai loro nonni. Forse ora l’argomento del ripristino del Cristianesimo come quadro normativo e standard che determina la vita pubblica avrà una maggiore plausibilità. Quindi auspica ‘un’ampia collaborazione fra le denominazioni cristiane, in coalizione con gli ebrei ortodossi e altre comunità minoritarie… per ripristinare il Cristianesimo come nucleo che determina la vita pubblica in ogni contesto in cui questo obiettivo può essere raggiunto, con le opportune eccezioni che creano sfere di legittima non conformità. Lo scopo è ‘dar nuova vita a tradizioni non più vissute come reali dalle ultime generazioni (….) ‘Rousseau ebbe cinque figli con un’amante, ma li abbandonò tutti in orfanotrofio durante l’infanzia …. La teoria politica liberale illuminista, che ruota attorno all’individuo libero che accetta solo gli obblighi a cui acconsente, è stata inventata da uomini che hanno vissuto più o meno in questo modo. Ma la realtà degli individui non sposati e senza figli – la libertà del campus universitario – non è qualcosa che le famiglie, le comunità e le nazioni della vita reale possano avere. Se vogliono sopravvivere, i loro pensieri e costumi devono essere radicati in qualche cosa di più sostanziale delle fantasie degli scapoli dell’Illuminismo (pag 366/367).
Possiamo sopravvivere continuando ad adottare i dogmi universalistici che in Occidente sono un mantra dagli anni’80 in poi? Molti pensatori oggi sostengono di no, visti i risultati degli ultimi decenni. Nel 2019 Domenico Quirico e Laura Secci hanno pubblicato un libro intitolato ‘La sconfitta dell’Occidente’. L’incipit è una citazione da Bertold Brecht: Temibile è la tentazione di essere buono. Sulla quarta di copertina si legge: Da venti anni l’Occidente perde tutte le guerre, ogni tipo di guerra: guerriglie tradizionali, terroristiche, conflitti per procura o combattuti direttamente, guerre microscopiche e guerre grandi. Sconfitto da armate d fanatici in ciabatte ed eserciti con gli scarponi, l’Occidente mostra di essere del tutto incapace di affrontare il nuovo tipo di violenza organizzata del XXI secolo, in cui la distinzione fra guerra, crimine organizzato e violazione dei diritti umani si è diluita e spenta. Il risultato è che le certezze su cui gli stati occidentali si fondano- la democrazia dei diritti, la società liberale, la globalizzazione – si sono ristrette, sgretolate, erodendo non soltanto le basi delle nostre società, ma la carta stessa del mondo. Dal Nord Africa all’Africa Nera, dalla Tunisia alla Nigeria musulmana, dalla Siria all’Iraq all’Afghanistan, i luoghi dove fino a qualche anno fa un occidentale poteva muoversi, visitare, commerciare senza problemi, sono diventati terre del silenzio e dell’odio …. Il pericolo più grande di questa sconfitta: la sua rimozione nel discorso pubblico. Si preferisce parlare di economia, di moda, di musica, di generi, mentre l’indifferenza che è una forma di viltà ronza nei cuori come un motore.
Nel 2014 anche un saggista francese, Emmanuel Todd, ha pubblicato un saggio intitolato ‘La sconfitta dell’Occidente’, che però accusa gli USA di essere la causa di tale sconfitta, mentre salva la ‘virtuosa’ Europa illuminista. Le opinioni su quali siano le cause del nostro declino sono dunque non soltanto diverse, ma radicalmente opposte. Una cosa però è certa: la sconfitta dell’Occidente è ormai una realtà percepita da tutti.
Gli USA, leader dell’Occidente da 80 anni, hanno iniziato a reagire, hanno cambiato rotta, destabilizzando gli Europei, che non capiscono il cambiamento – o per lo meno così pare.
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