Ebraismo e movimento Nat-Con negli USA
Parte III - ‘Dallo stesso grembo’, la divergenza fra Ebraismo rabbinico e Cristianesimo e le conseguenze sulla storia dell’Occidente

18/03/2026

Con il crollo del potere statale ebraico ad opera dei Romani finì l’ebraismo antico, quello del Primo e del Secondo Tempio, di cui narra la Bibbia. Dalle sue ceneri nacquero due nuove religioni, due fratelli gemelli nati dallo stesso grembo, dicono alcuni teologi: il Cristianesimo e l’Ebraismo rabbinico. I due fratelli presentavano differenze che con l’andar del tempo diventarono più ampie e più profonde sia sul piano teologico, sia sul piano della dottrina politica e sociale, pur nel mantenimento dei principi di base, quelli del Decalogo.

Pochi decenni dopo la morte di San Paolo (l’ebreo che fondò il Cristianesimo) e dopo la morte di Giacomo (il fratello di Gesù che aveva assunto la guida dei Suoi discepoli), scoppiò un’aspra rivalità fra le due nuove sette religiose ebraiche, quasi la rimessa in scena della storia di Caino e Abele. Il Cristianesimo abbandonò il primo principio della filosofia politica della Bibbia (il Patto è responsabilità collettiva oppure non esiste Patto) e puntò alla conversione delle singole persone, dichiarandole singolarmente salve nella fede.  Lo scopo era espandersi nell’Impero romano, convertendo i pagani. Perseguitati ferocemente dall’Impero perché le conversioni minavano alla radice il mito di fondazione che ne legittimava il potere, dopo alcune generazioni i Cristiani riuscirono a convincere la classe dirigente dell’Impero, ormai gravemente indebolito, che abbracciare come base della propria legittimità la Legge di un Dio unico e universale avrebbe rafforzato, non indebolito, il potere di Roma.

Nel 313 l’imperatore Costantino concesse libertà di culto ai Cristiani con l'Editto di Milano, nel 325 i Vescovi riuniti a Concilio a Nicea affermarono che Gesù non fu soltanto Messia, ma Dio stesso, e che Dio è uno e trino. Nel 380 il Cristianesimo diventò religione ufficiale dell’Impero romano, fonte di legittimità del suo potere. Il Cristianesimo iniziò a perseguitare gli Ebrei (rabbinici) che non riconoscevano la divinità di Cristo, dunque minavano la legittimità del potere sia della Chiesa sia dell’Impero, entrambi ormai radicati nella natura divina di Cristo.

Al crollo dell’Impero (il primo Sacco di Roma è del 410) la Chiesa lo sostituì, promuovendo la coesione interna al mondo cristiano e assumendo essa stessa il sommo potere.

Al Sacro Romano Impero si ispirarono da allora in poi gli imperi europei che ebbero nella propria bandiera l’aquila a due teste, simbolo non soltanto dell’unione fra oriente e occidente, ma anche dell’unione del potere temporale e di quello religioso. È significativo che l’aquila a due teste sia tornata sulla bandiera russa oggi.

 Tramontò così del tutto il principio della responsabilità collettiva del Patto stipulato direttamente con Dio, da cui deriva la necessità della suddivisione dei poteri e la natura democratica e nazionale delle istituzioni.

In Europa Impero e Chiesa, o Stato e Chiesa, furono impegnati per circa un millennio in un braccio di ferro per la superiorità del proprio potere, con esiti alterni.  Le popolazioni d’Europa ne furono lungamente travagliate. Impero e Chiesa erano entrambi dispotici.  Il popolo non aveva voce. La Chiesa venne moralmente corrotta dalla lotta per il potere.

Nel XVI secolo parte della Chiesa si ribellò al Papa e si pose sotto la protezione di principi o re locali, altrettanto interessati a ribellarsi. La Riforma protestante invitò i fedeli a leggere e studiare nuovamente la Bibbia nella versione originale. Si svilupparono Chiese nazionali autonome in Inghilterra, Scozia, nei Paesi Scandinavi, in Prussia. Ne seguirono sanguinose guerre di religione, sia guerre civili interne, sia guerre fra sovrani, che ebbero fine con il Trattato di Westfalia del 1648.

Il Trattato di Vestfalia stabilì il principio della sovranità degli stati, la loro indipendenza sia dall’Impero che dal Vaticano e il rispetto reciproco anche in materia di religione. Introdusse e affermò il concetto dello stato-nazione come attore principale nelle relazioni internazionali.

Secondo Hazony e la sua scuola, l’istituzione dello stato nazionale indipendente da istituzioni ecumeniche come il Papato o l’Impero ripristinava il principio fondante la filosofia politica ebraica, per cui il popolo deve rendersi responsabile in toto delle istituzioni dello stato e del loro operato, nel rispetto del Patto originario. Questo rese possibile la formazione di stati democratici in Europa, poi anche nelle Americhe, legati a varie forme di Cristianesimo riformato.

Ma già sul finire del XVII secolo il razionalismo illuminista iniziò a minare le istituzioni nazionali, nella misura in cui non fu empirista, ma dogmatico.  Il razionalismo empirico costruisce razionalmente un’ipotesi, la verifica sperimentalmente, se non funziona la modifica. Il razionalismo dogmatico analizza istituzioni e tradizioni e rifiuta quelle che non paiono razionalmente giustificate. Ma giustificate agli occhi di chi, o alla luce di quali principi inviolabili, se nessuna istituzione e nessun principio è esente dalla critica della ragion pura?

Il razionalismo dogmatico raggiunse l’apice teorico con Kant nel corso del 1700. Kant abbatté tutti i pilastri della tradizione politica biblica affermando che la razionalità permea l’universo, inclusi i singoli esseri umani. Basta che ognuno segua la propria ragione per comportarsi in modo morale, anche in politica. Non esistono altre ancore morali, non valgono le tradizioni, non serve l’esperienza politica e istituzionale accumulata attraverso i secoli.

L’Impero napoleonico fu il primo impero ispirato da ideali illuministi universali. Fu promotore di grandi riforme. Fu anche una tremenda macchina da guerra, che devastò l’Europa.

Tutti gli imperi, dice Hazony, sorgono quando una nazione sviluppa non soltanto il potere militare ed economico, ma anche l’ideologia universalistica che possa giustificare la conquista e il governo di molte collettività diverse per tradizione, lingua, cultura. Gli imperi di solito garantiscono un primo periodo di pace e di fioritura economica e culturale, ma finiscono sempre in guerre interne, invasioni, crollo dell’economia, distruzione culturale e imbarbarimento. Questa è l’esperienza storica, empirica. Perché? Perché, risponde Hazony, viene a mancare la fiducia nelle istituzioni e la lealtà verso tutti gli appartenenti alla società. Da che cosa nascono la lealtà e la fiducia verso le istituzioni e verso gli altri? L’esperienza e l’educazione familiare. Siamo animali sociali. Nasciamo incapaci di sopravvivere, ci fa sopravvivere il gruppo attorno a noi. Dunque sappiamo per esperienza vissuta che i genitori ci amano, che familiari e amici sono pronti a venire in soccorso, se necessario. Questa fiducia nella famiglia, basata su di un sentimento di appartenenza e di affetto, crescendo diventa fiducia anche nelle elites che guidano il gruppo, nella saggezza dei vecchi del gruppo e della cultura secolare – o millenaria - di cui siamo parte. La legge morale è dentro di noi perché l’adottiamo dal gruppo che ci circonda, di cui ci fidiamo. Non è innata. L’uomo cresciuto con i lupi non imparò mai neppure a parlare.

Gli imperi o stati multietnici crollano perché durante le crisi e le difficoltà crolla la fiducia e la lealtà di gruppo. Poiché siamo esseri limitati, non déi o semidei, nessun umano può realisticamente amare miliardi di altri esseri umani, o essere illimitatamente disponibile verso chiunque altro. ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ è il precetto più importante nella tradizione ebraico-cristiana, chiede di amare gli altri con lo stesso tipo di amore che si ha per se stessi (spirituale e carnale, emotivo e razionale), ma non con amore di pari livello, senza priorità e senza scala, che sarebbe cosa umanamente impossibile, illogica.

Ze’ev Magen, il cui saggio a partire dalla celebre canzone ‘Imagine’, che celebra l’amore universale, è stato stampato e ristampato negli Stati Uniti, scrive: La bella ballata di John Lennon è una marcia della morte, il requiem per il genere umano. La realizzazione del suo sogno avrebbe come inevitabile conseguenza la completa e irreversibile distruzione dei sogni, delle speranze, della felicità, delle ragioni di vita di ognuno di noi e di ogni nostro conoscente ( … ) il risultato sarebbe il più orrendo e devastante si possa immaginare.

È vero che “all you need is love! (….) Se pensate sia un cliché, riflettete. Noi viviamo per amore: amore dei genitori, dei figli, dei fratelli, degli amici, dei compagni, dell’innamorata o dell’innamorato. Ogni esperienza intellettuale, il successo economico o politico, la creatività, l’avventura - tutto questo non ha significato, non prende neppure l’avvio, se non è mosso dall’amore. Ma che cosa è l’amore? (…) L’amore universale non è amore per niente. È retorica, o è uso improprio del termine. L’amore è per definizione scelta, dunque separazione dal tutto. Oppure non è amore (...) L’amore è radicalmente discriminatorio.

 Tutti gli esseri umani amano chi scelgono o ciò che scelgono, separandoli da tutto il resto. Chi vi predica l’amore universale in realtà vuole sottrarvi la più essenziale delle esperienze e la più forte delle emozioni umane: l’amore. Gli esseri umani tenderanno sempre e ovunque a formare gruppi, a selezionare le persone con cui vivere, a scegliere le persone da amare ‘con tutto il cuore’. O abbiamo qualcuno attorno a noi che ci ama e che a nostra volta amiamo, oppure la nostra vita è vuota (…) Non distinguere è una regressione, non un progresso.

 La pace ha bisogno di gruppi autonomi, costituitisi per comunanza di destino e di tradizioni, che cooperano fra di loro in nome di pochi essenziali principi universali. Siamo capaci di dialogare ed apprezzare altre tradizioni soltanto dopo aver sviluppato la capacità di amore emotivo e intellettuale in un gruppo ristretto

Il malessere occidentale del vivere per se stessi si accompagna ad un altro forte malessere: vivere soltanto per l’oggi. (…) Vivere per l’oggi significa vivere isolati sul piano temporale.  Si può essere in uno stadio con 10000 persone, ma assolutamente soli nel tempo, senza memorie emotive e culturali profonde (...) Possiamo salire sulle spalle delle generazioni passate e palpare le pareti dell’immortalità. È esattamente il contrario dell’immaginare ‘all the people living for to-day”

Magen e il gruppo di pensatori Nat-Con che si raccoglie attorno ad Hazony attribuiscono il malessere attuale delle società occidentali al senso di solitudine e di precarietà nato dalla demonizzazione e soppressione delle tradizioni culturali ed etniche delle diverse nazioni, in nome della presunta libertà illimitata del singolo. Invece del senso di libertà prevalgono solitudine, paura e precarietà, che rendono la società estremamente fragile. Per aumentare la fiducia nel sistema e nell’ideologia universalistica che lo regge, si escogitano regolamenti e norme sempre più stringenti e complicate, che toccano ogni dettaglio di vita rendendo tutto più faticoso, richiedono enormi burocrazie per poter essere applicate e controllate, portano a sempre maggiore litigiosità, intasano le istituzioni fino a impedirne il funzionamento. Senza risultati, perché questi eccessi non fanno che aumentare la sfiducia, la paura di essere vittimizzati.  Bloccano anche la fiducia in noi stessi e nel futuro, la fiducia che ci porta a intraprendere, correre rischi, innovare.

Durante crisi economiche e sociali dovute a cambiamenti negli equilibri geopolitici, all’evoluzione delle tecnologie o a scelte politiche errate, le popolazioni di stati o imperi che hanno perso il senso profondo di appartenenza a una specifica tradizione perdono rapidamente fiducia nelle istituzioni, diventano prima sospettose, poi apertamente ostili alle elites. Perdono anche la fiducia nel proprio futuro, perdono il coraggio di accogliere un figlio. Le persone si sentono sempre più sole, anche se all’interno di una massa. Non si raccolgono attivamente attorno alle elites per superare la crisi, tendono anzi a ribellarsi e bloccare tutto, con qualsiasi motivazione.

L’Occidente oggi è in tale situazione. Ma come ci siamo arrivati?

Nel 380 il Cristianesimo diventò religione ufficiale dell’Impero romano, fonte di legittimità del suo potere. Il Cristianesimo iniziò a perseguitare gli Ebrei (rabbinici) che non riconoscevano la divinità di Cristo, dunque minavano la legittimità del potere sia della Chiesa sia dell’Impero.

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