La Bibbia ebraica è il primo trattato di dottrina politica e sociale della storia umana. Si chiama Tanakh, dalle iniziali dei testi che la compongono, che sono la Torah, “l’insegnamento” (che i cristiani chiamano Pentateuco perché composto di 5 libri), i Nevi’im (i Profeti, testo che narra la storia d’Israele fino al Secondo Tempio) e i Ketuvim (Scritti miscellanei). I principi politici di base si deducono dalla Torah, soprattutto dal Deuteronomio. Nevi’im e Ketuvim danno indicazioni su cui riflettere, relative a una serie di casi.
Già la storia di Adamo ed Eva viene interpretata in modo radicalmente diverso dai Cristiani e dagli Ebrei. Per i Cristiani è la storia del peccato originale di disobbedienza e presunzione di discernere in proprio il Bene e il Male, poi delle conseguenze di quel peccato. Successivamente la misericordia di Dio rivelerà la Legge e offrirà salvezza all’umanità, individuo per individuo, attraverso la fede e il battesimo. Per gli Ebrei (secondo Hazony), la storia di Adamo ed Eva è invece la narrazione mitica dell’evoluzione dell’umanità dalla condizione di inconsapevolezza animale alla consapevolezza di sé, del tempo, della morte, della responsabilità di scelta. Successivamente la Bibbia narra come Dio con la sua Rivelazione aiuti gli uomini a proseguire nell’evoluzione, capire le leggi dell’universo - le Sue leggi - tramite prove ed errori, vivere in società organizzate tramite l’assunzione di responsabilità collettive.
Il primo principio di dottrina politica che si evince dalla Bibbia è che la responsabilità collettiva è la base della vita sociale e politica di una popolazione, non le specifiche leggi umane, tanto meno il potere del re o dei sacerdoti. Questo ci dice la narrazione della fuga dall’Egitto, di Mosé e delle tavole della Legge, del lungo vagabondare nel deserto (42 tappe, 40 anni) e dei successivi regni. Infatti realizzare lo stato non fu possibile finché non ci fu l’accordo dell’intera popolazione nell’accettazione delle leggi universali date da Dio (il Decalogo), che costituiscono la base essenziale di ogni società. O si salva tutto il popolo, o non si salva nessuno, questo ci insegna la storia del lungo peregrinare dopo la ricezione delle tavole della Legge.
Proprio la responsabilità collettiva rende necessaria la divisione e limitazione dei poteri istituzionali, in modo che la popolazione possa mantenere il controllo sull’operato complessivo dei detentori di singole porzioni di potere. I re d’Israele nel Deuteronomio non hanno poteri di culto, hanno limiti nella composizione dell’esercito, sono soggetti alla legge, non sono dispensatori di leggi. Israele ha un Patto con Dio in quanto comunità. Il Patto non è né con il re, né con una dinastia, né con il profeta Mosè. Dio promette la terra alla comunità d’Israele, non a un re o una tribù. La responsabilità di mantenere il Patto è dell’intera comunità, che deve imparare a farlo- e ancora sta imparando.
Il secondo principio della dottrina politica della Bibbia è dunque la divisione dei poteri, perché possano essere sempre sotto il controllo della comunità, che è responsabile in toto delle scelte e delle azioni e ne porta sempre le conseguenze in modo collettivo.
L’idea che la responsabilità appartenga alla totalità del popolo, non alle sue elites e alle gerarchie, non piace alle elites ed è un onere cui facilmente i popoli rinunciano. La Bibbia narra infatti una successione di successi e fallimenti nella storia d’Israele, che dipendono dall’equilibrio o disequilibrio di potere fra le istituzioni.
Chi fa parte della comunità e chi ne è escluso? Nel Deuteronomio viene esplicitamente dichiarato che qualunque membro della collettività potrà essere re, ma la collettività sceglierà un re al proprio interno, non uno straniero. Perché? Per una questione etnica, razziale? No, straniero è chi non sottoscrive il Patto con Dio insieme al resto del popolo, perciò non ha doveri di lealtà né alla Legge, né al Popolo. Ma Ruth, moabita, abbraccia la Legge e il Popolo ed è la matriarca che fonda la dinastia di re Davide.
L’obbedienza non è una virtù è il terzo principio della dottrina politica della Bibbia. Caino è un disciplinato lavoratore che obbedisce all’ingiunzione di coltivare la terra col sudore della fronte, il fratello Abele invece non lavora la terra, preferisce la vita autonoma e libera del pastore. Dio preferisce esplicitamente Abele. Caino pazzo d’invidia uccide Abele. Siamo discendenti di Caino, talora roviniamo noi stessi e la società perché accecati dall’invidia verso chi è autonomo, innovativo, coraggioso (come colleghiamo video a slide).
La storia di Giacobbe è ancora più esplicita. Giacobbe disobbedisce al diritto
umano (non divino) di primogenitura, dimostra astuzia nell’ingannare il padre per farsi benedire come erede al posto di Esaù, che peraltro mostra dabbenaggine nel perdere il diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie. Giacobbe dimostra coraggio nel combattere tutta una notte con l’Angelo che lo azzoppa. È però lealmente fedele alla sua comunità, chiede perdono a Esaù e a tutta la tribù, lo ottiene e diventa l’affidabile guida della tribù stessa. Chiamato dall’Angelo ‘Israele’ alla fine della lotta, Giacobbe diventa il capostipite delle 12 tribù di Israele.
Questo ci porta al quarto principio della dottrina politica della Bibbia: il dovere di lealtà nel rispettare il Patto con Dio e con tutti i membri della comunità che quel patto ha accettato. Si può litigare, si può dissentire, ci si può anche detestare, ma non si può abbandonare la comunità di appartenenza in caso di pericolo, né metterla in pericolo tradendola. Mosè cede spesso all’ira nei confronti del suo popolo, ma non lo abbandona finché non raggiunge la salvezza, dopo 40 anni. Quando re Davide fa uccidere il marito di Betsabea, tradendo la sua fiducia, perde legittimità e non può costruire il Tempio.
E se la lealtà nel rispettare il patto con Dio confligge con la lealtà verso la comunità di appartenenza? La storia di Abramo insegna che non ci può essere contrasto fra la lealtà alla Legge di Dio e la lealtà alla propria comunità. Dio non può volere il sacrificio del figlio – non lo permette.
La legge divina non vuole che si scelga la sofferenza, il dolore, la morte. Nella Bibbia Giobbe, esempio estremo di accettazione e di obbedienza, non viene apprezzato ma rimproverato da Dio, perché ha creduto che l’obbedienza fosse una virtù e che la sofferenza costituisse un merito.
Questo ci porta al fondamento dell’intera cultura ebraica, che la diversifica da ogni altra grande cultura storica: la Scrittura è parola di Dio, dunque Verità e legge dell’universo, ma la comprensione piena della Verità non è possibile per i limitati intelletti dei viventi. Ogni vita partecipa però alla creazione, che è sempre in divenire, ed ogni essere umano è chiamato a cercare faticosamente, attraverso lo studio, la discussione e l’esperienza, progressiva comprensione di sempre nuove scintille di verità, scavando nei testi della tradizione. La civiltà ebraica è la civiltà della parola che critica e che crea, la civiltà della messa in discussione di tutto, pur nell’adesione ai principi fondamentali.
Da questo e dai quattro principi di dottrina politica che Hazony estrae dalla Bibbia derivano una serie di conseguenze che forgiano il resto della filosofia politica di Hazony e la sua interpretazione della storia dell’Occidente, che a sua volta influenza la piattaforma politica e sociale National Conservative.
Il primo principio di dottrina politica che si evince dalla Bibbia è che la responsabilità collettiva è la base della vita sociale e politica di una popolazione.
Proprio la responsabilità collettiva rende necessaria la divisione e limitazione dei poteri istituzionali, in modo che la popolazione possa mantenere il controllo sull’operato complessivo dei detentori di singole porzioni di potere.
L’obbedienza non è una virtù è il terzo principio della dottrina politica della Bibbia.
Quarto principio della dottrina politica della Bibbia: il dovere di lealtà nel rispettare il Patto con Dio e con tutti i membri della comunità.
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