Da un articolo di Hilal Khashan per GPF del 23/01/2026.
Durante la Guerra Fredda il Medio Oriente era composto di stati nazionali gestiti centralmente con metodi autoritari. Il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991 inaugurò un'era di intensa instabilità, originata da interventi esteri. Ne fu esempio lampante la fondazione del Governo Regionale del Kurdistan nell'Iraq settentrionale, conseguenza indiretta dell'intervento statunitense dopo l'invasione irachena del Kuwait nel 1990. All'inizio del XXI secolo in Medio Oriente prevaleva il caos, che portò gli stati a diventare piccole e deboli entità. Nel 2003 gli Stati Uniti invasero l'Iraq, rovesciarono il regime di Saddam Hussein e permisero alle milizie sciite sostenute dall'Iran di proliferare e dominare il governo di Baghdad. Hezbollah creò uno stato armato all’interno del Libano, anche se formalmente il Paese non si frantumò. In Yemen gli Houthi conquistarono la maggior parte delle regioni settentrionali. In Siria la rivolta ‘Primavera Araba’ del 2011 portò a una lunga sanguinosa guerra civile e alla caduta del regime di Assad.
Ora la politica di Washington è cambiata radicalmente, dopo aver preso atto dell’ascesa della Cina a formidabile potenza economica e militare globale. Gli Stati Uniti ora vedono l’instabilità del Medio Oriente come una minaccia strategica che può consentire a Cina, Russia e altri stati di sfruttare la situazione per promuovere i propri interessi a spese dell'America. La logica della politica statunitense oggi è rivolta a incoraggiare la preservazione degli Stati esistenti.
Mentre la competizione tra grandi potenze durante la Guerra Fredda era caratterizzata da grandi visioni e narrazioni, la competizione attuale è meramente transazionale. Gli Stati Uniti sono troppo preoccupati per la situazione nell’emisfero orientale e sugli oceani dell’intero globo per avviare nuovi conflitti o gestire direttamente quelli esistenti in Medio Oriente. La Cina è ora la massima priorità e il principale rivale di Washington. Molti stati della regione si affidano oggi a una politica multiasse, coltivando simultaneamente partnership con Stati Uniti, Cina e altre grandi potenze. Per Washington mantenere il predominio in Medio Oriente è diventato cruciale per impedire alla Cina di raggiungere l'egemonia.
La Cina sostiene l'Iran economicamente e ne rafforza le capacità militari. Gli acquisti cinesi di petrolio iraniano generano miliardi di dollari, garantendo la sopravvivenza del regime. Militarmente, la tecnologia cinese ha enormemente potenziato le capacità di missili e droni dell'Iran. Pechino e Teheran sono partner complementari: la Cina fornisce copertura economica e diplomatica, mentre l'Iran crea l’instabilità regionale che serve gli interessi di entrambe le parti.
Il recente riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, sostenuto dalla Cina, ha colto di sorpresa i vicini, sollevando interrogativi fondamentali sul futuro del Medio Oriente. L'accordo firmato tra i due Paesi nel marzo 2023, mediato dalla Cina, riflette un profondo cambiamento nelle loro visioni strategiche e apre le porte a una nuova fase nella struttura regionale. Il cambiamento è importante per la sua tempistica: avviene in un momento in cui le alleanze tradizionali si stanno erodendo e nuovi equilibri stanno emergendo. L'accordo è stato il risultato di una complessa rete di fattori interni, pressioni regionali e trasformazioni internazionali. La fragile situazione interna dell'Iran, evidenziata dalle recenti proteste popolari e dalla crisi economica, ha spinto la leadership a cercare una via d'uscita strategica che riducesse la pressione sul regime e aprisse canali di comunicazione con influenti potenze regionali.
Per l'Arabia Saudita, fattori strategici e di sviluppo hanno influenzato la decisione di coinvolgere l'Iran. Da un punto di vista politico e di sicurezza, il conflitto yemenita era una priorità assoluta per Riad. La leadership saudita sa che qualsiasi accordo in Yemen richiede un impegno diretto con Teheran, data la sua influenza sugli Houthi. La conclusione dell’accordo potrebbe giovare al travagliato progetto Vision 2030 dell'Arabia Saudita, che si concentra sulla diversificazione dell'economia, sul rafforzamento della stabilità regionale per attrarre investimenti internazionali e sulla riduzione della dipendenza dall'alleanza di sicurezza con gli Stati Uniti. La mediazione cinese ha aggiunto un'ulteriore dimensione geopolitica all'accordo. La Cina, principale partner commerciale sia dell'Arabia Saudita che dell'Iran, ha cercato di consolidare la propria immagine di potenza globale in grado di svolgere ruoli politici in regioni tradizionalmente considerate all'interno della sfera di influenza occidentale.
Il successo di Pechino nel riavvicinare le due parti è un chiaro segnale di cambiamento negli equilibri di potere nel sistema internazionale, con le potenze emergenti che si muovono a colmare le lacune lasciate dalla fine del coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle questioni regionali. Potenzialmente gli attori regionali hanno oggi una rara opportunità di costruire un sistema regionale più inclusivo e flessibile, basato sull'equilibrio degli interessi piuttosto che sull'imposizione dell'egemonia. Succederà? Il Medio Oriente diventerà arena di intese multilaterali?
Gli Stati Uniti hanno rinunciato all'uso della forza militare per cambiare regimi o rimodellare le società in Medio Oriente, preferendo che il cambiamento provenga dall'interno. Vorrebbero trasformare l'Iran in un paese normale, privo di ideologie religiose rivoluzionarie. L'accordo tra Arabia Saudita e Iran però contrasta con la prospettiva strategica degli Stati Uniti per il Medio Oriente, dove Washington accetta la cooperazione economica tra i singoli paesi e Pechino, ma non vuole che i paesi – Iran incluso – escano dall'ombrello di sicurezza, sia tecnologica sia politica, degli Stati Uniti. In Medio Oriente occorre ridefinire gli equilibri regionali, la sicurezza marittima e regionale, le riforme economiche strutturali, occorre ridurre i conflitti religiosi ed etnici e trovar soluzione a crisi umanitarie come povertà, fame e sfollamenti. A questa lista di difficili cambiamenti non deve aggiungersi un'ulteriore frammentazione politica e territoriale, che può aprire altre porte alla Russia o alla Cina.
Anche in Iraq la politica di Washington è cambiata; dopo aver precedentemente trattato la regione del Kurdistan come entità autonoma, ora sostiene un governo centrale forte perché qualsiasi frammentazione potrebbe creare un'opportunità per il coinvolgimento cinese negli oleodotti e nelle infrastrutture di base.
Nello Yemen, che era sull'orlo della frammentazione in due stati, Washington oggi rifiuta la spartizione perché potrebbe garantire alla Cina una presenza militare a Bab el Mandeb. Per questo ha permesso che l’Arabia Saudita affrontasse militarmente gli Emirati Arabi Uniti nello Yemen meridionale. Anche in Siria le truppe governative non avrebbero cacciato le Forze Democratiche Siriane, a maggioranza curda, dalla maggior parte delle aree del nord-est del Paese senza il via libera di Washington. Entrambi i casi riflettono chiaramente il desiderio dell'amministrazione Trump di mantenere il sistema di stati nella regione emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sembra che Washington stia seguendo le orme della Gran Bretagna, che spinse per la creazione della Lega Araba nel 1945 perché preferiva trattare gli arabi come un unico blocco piuttosto che come stati divisi (sebbene le nazioni arabe non abbiano mai agito come un'unica entità politica, rendendo la Lega Araba inefficace).
La rivalità tra le grandi potenze è diventata un ombrello protettivo per stati deboli in Medio Oriente. Un poeta nato nell'Arabia centrale a metà del VII secolo disse: "Un giorno le mie pecore si sono disperse, così ho pregato il Signore di scatenare contro di loro il lupo e la iena. Un lupo e una iena si contenderanno la preda, così la pecora sopravviverà”. È una metafora del panorama geopolitico del Medio Oriente odierno, oggi.
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