Lo racconta PAUL BARGETTO, presidente e fondatore della Fundacja Teatru Trans-Atlantyk, organizzazione indipendente multidisciplinare di Varsavia, in un substack del 19 agosto 2026. Ne diamo qui sotto una traduzione necessariamente riassuntiva, perché il testo originale è molto lungo. (Le immagini sono del più celebre dei vignettisti che promuove in Occidente la falsificazione della storia in chiave antisemita).
L'esportazione di maggior successo dell'Unione Sovietica non fu il comunismo, fu l’anti-sionismo. Molto prima di arrivare a dominare la politica radicale in Occidente, il linguaggio morale dell'antisionismo venne messo a punto e raffinato nei corridoi del KGB come arma potente nella guerra ibrida. Questo non significa che ogni critico di Israele sia un agente russo, né che ogni accusa mossa a Israele abbia origine a Mosca. La realtà è più ristretta — ma molto più pericolosa.
Le forme più totalizzanti, demonizzanti ed emotivamente mobilitanti di retorica antisionista che circolano ora nella politica occidentale discendono direttamente da un lessico politico sovietico progettato per la disgregazione strategica dell’avversario. Quel lessico fu utile durante la Guerra Fredda perché delegittimò un alleato occidentale, allineò Mosca al mondo post-coloniale e creò fratture all'interno delle democrazie liberali. Ora è di nuovo utile per motivi simili.
Dopo il 1967 le istituzioni sovietiche svilupparono, standardizzarono ed esportarono un sistema linguistico che fondeva motivi antisemiti antichi con il vocabolario dell'antimperialismo, dell'anticolonialismo e dell'antifascismo. Rappresentava il sionismo come razzismo, fascismo, colonialismo, apartheid e potere globale nascosto, alla faccia della realtà storica. Diede anche l’avvio all'inversione dell'Olocausto, fino all'affermazione che gli ebrei (o israeliani) sono i nuovi nazisti!
Il cambiamento decisivo avvenne dopo la Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967. Mosca aveva bisogno di un linguaggio ideologico che delegittimasse Israele, proteggesse il prestigio sovietico e mobilitasse alleati in tutto il ‘Terzo mondo’ di allora, cioè il mondo arabo e il mondo post-coloniale, oltre che in alcune aree della sinistra occidentale. L’antisionismo fu uno strumento perfetto.
Un riconoscibile circolo antisionista iniziò a formarsi nei primi anni '60 in URSS attorno a Yuri Ivanov e Yevgeny Yevseyev, sotto la protezione istituzionale di Ivan Milovanov del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale, che era il nodo centrale della rete che collegava la supervisione del partito, la politica mediorientale, la copertura accademica e la produzione di propaganda. L’antisionismo sovietico ricodificò il materiale familiare alla Russia zarista, i cui servizi segreti a inizio del 1900 avevano creato e diffuso i famigerati Protocolli dei Savi di Sion, in linguaggio marxista-leninista. La teoria del complotto divenne analisi anti-imperialista. L'Ebreo, che per gli zar era il sovversivo nascosto, divenne il Sionista che nell’ombra organizzava il potere dell’Occidente. Questa continuità aiuta a spiegare sia la rapidità sia la durabilità con cui l'antisionismo sovietico assunse forma istituzionale dopo il 1967.
Yuri Ivanov fu fra i principali organizzatori di quel sistema, uno dei primi attivisti, direttamente sotto a Milovanov nella sezione ‘Medio Oriente’ del Comitato Centrale, che gestiva anche i rapporti con i comunisti israeliani. Su insistenza di Milovanov scrisse "Attenzione: Sionismo!", pubblicato nel 1969. Vendette circa 800.000 copie nell'Unione Sovietica e fu tradotto in 16 lingue. Ivanov riformulò l'antisemitismo classico del complotto all'interno del quadro filosofico marxista-leninista. Il potere ebraico nascosto divenne "sionismo internazionale." L’accusa di cospirazione ebraica divenne ‘critica anti-imperialista’. Nella loro nuova forma i pregiudizi antichi poterono circolare in contesti che avrebbero respinto l'antisemitismo razziale esplicito. Il modello è riconoscibile oggi nelle affermazioni secondo cui una "lobby sionista" ultrapotente sospinge segretamente gli occidentali ad agire contro i loro stessi interessi.
Yevgeny Yevseyev apportò un profilo diverso ma altrettanto importante. Si laureò all'Istituto Statale di Relazioni Internazionali di Mosca alla fine degli anni '50, lavorò presso l'Istituto di Filosofia dell'Accademia Sovietica delle Scienze, fu vicepresidente della Società Russo-Palestinese presso l'Accademia, tenne conferenze per il Partito e per la società Znanie, fu anche interprete personale dall'arabo per Nikita Khrushchev e Leonid Brezhnev. In "Fascismo sotto la Stella Blu", pubblicato nel 1971, Yevseyev contribuì a codificare una delle basi retoriche sovietiche più durature: l'equazione tra sionismo e nazismo/fascismo. Questo permise l’inversione dell'Olocausto, creando un quadro semantico in cui lo stato ebraico poteva essere ricodificato come erede morale del regime che aveva ucciso gli ebrei d'Europa! Molta retorica contemporanea che tratta Israele come nazista per definizione, o che usa immediatamente il linguaggio del genocidio come strumento di delegittimazione, è frutto - spesso inconsapevole – di questa eredità discorsiva.
Valery Skurlatov rappresentò il lato nazionalista più duro dello stesso ambiente. Funzionario di spicco del Komsomol di Mosca, fu uno degli autori più radicali dell’antisionismo sovietico, poi figura di rilievo nella corrente nazionalista e neopagana dell’estrema destra post-sovietica. Nel 1984 Skurlatov stilò il manuale per un corso speciale di "Critica dell'ideologia del sionismo’, i cui temi circolarono ampiamente nell'editoria sovietica. Ma già nel 1975 un altro libro di Skurlatov, "Sionismo e Apartheid", aveva contribuito a rendere sistematica l'analogia tra Israele e Sudafrica all'interno della propaganda sovietica. Il sistema politico sovietico promosse questi temi attraverso i mass media e i prodotti culturali, in particolare con lo pseudo-documentario del 1973 "Secret and Open: The Aims and Deeds of the Zionists", che oggi i Russi classificano come propaganda antisemita e che lo stesso Stato russo ha aggiunto alla lista federale di materiali estremisti nel 2021.
La campagna antisionista polacca dal 1967 al 1968 fu uno dei più chiari dispiegamenti operativi di questo nuovo linguaggio al di fuori della Russia. Iniziò come risposta alla Guerra dei Sei Giorni e divenne rapidamente una campagna interna anti-ebraica. L'etichetta "sionista" rese possibile rappresentare gli ebrei polacchi, cittadini pienamente assimilati, come formazione sospetta legata a interessi stranieri. Questo permise di screditare studenti, intellettuali, rivali di partito e figure culturali, senza abbracciare apertamente il linguaggio dell'antisemitismo razziale. L'utilità politica della campagna fu polivalente: schiacciò il dissenso dopo le proteste studentesche del marzo 1968, rimodellò gli equilibri fra le fazioni interne all'apparato di governo, allineò Varsavia con la linea sovietica sul Medio Oriente e incoraggiò l'emigrazione forzata di circa 13.000 ebrei polacchi. Per gli apparati di sicurezza, la campagna fece scuola: l'antisionismo offriva al regime un modo per deviare la frustrazione pubblica verso un nemico interno ‘fabbricato’ e presentare la repressione come vigilanza patriottica.
Lo stesso meccanismo è ancora riconoscibile oggi. La retorica "antisionista" permette gesti offensivi contro gli ebrei e il potere ebraico, pur negando di essere razzisti antisemiti. Può essere usata per definire gli avversari come alieni, compromessi, sleali o moralmente contaminati. Può anche essere rapidamente trasferita da un obiettivo di politica estera - Israele - a obiettivi politici interni all'Europa. L'esperienza polacca del 1968 conta quindi non solo come capitolo nella storia dell'antisemitismo, ma anche come esempio precoce dell'uso del linguaggio antisionista nella guerra cognitiva.
Il sistema sovietico non ha mai trattato l'antisionismo come un tema isolato. Rientrava in un repertorio molto più ampio di misure: disinformazione, uso di influencers, organizzazioni fasulle, sostegno a organizzazioni rivoluzionarie e terroristiche, ricatti politici, rapimenti e assassinii. L'URSS non sosteneva semplicemente gruppi mercenari violenti, ma mescolava la produzione ideologica con azioni segrete, guerra diplomatica e sponsorizzazione di organizzazioni militanti, all’interno di un unico campo strategico. Il sostegno all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e alle formazioni palestinesi va letto all'interno di tale ambito. L’URSS mantenne relazioni segrete con organizzazioni palestinesi, fornì armi e addestramento e utilizzò canali commerciali e di intelligence per sostenere la cooperazione. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina ricevette sostegno militare dall'Unione Sovietica, ma i servizi sovietici mantennero rapporti anche con gruppi palestinesi molto più radicali, ostili ad Arafat. L'antisionismo sovietico non fu mai mirato soltanto contro gli ebrei o Israele, ma fu un modo per collegare teatri di conflitto disparati in un'unica mappa morale anti-occidentale.
Nell'Africa meridionale i sovietici ottennero un credito politico duraturo. Radio Mosca fu attivata in tutta la regione. L’African National Congress, partito politico al potere in Sudafrica dopo aver guidato il movimento contro l'apartheid, aprì una missione a Mosca e i quadri dell'MK (Umkhonto we Sizwe, l'ala armata del Congresso Nazionale Africano) addestrati nell'URSS divennero parte della pressione armata esercitata contro l'apartheid. I lavori di Vladimir Shubin e Arianna Lissoni sulle relazioni sovietiche - poi russe - con il Sudafrica documentano quanto quei legami siano rimasti centrali anche oltre la Guerra Fredda. L'URSS costruì serbatoi di fiducia, gratitudine, familiarità istituzionale e integrazione ideologica all'interno di movimenti che in seguito acquisirono un'enorme autorità morale nei dibattiti globali su razzismo e liberazione. Così il linguaggio anti-sionista che maturò nelle menti sovietiche trovò in Sudafrica un vocabolario morale particolarmente potente. La parola "apartheid" esercitò una forza delegittimante senza pari nel mondo dopo il 1948, e già negli anni '70 la diplomazia sovietica stava lavorando per legare il sionismo al razzismo in Sudafrica. L'analogia dell'apartheid è politicamente potente pur essendo analiticamente insostenibile. Permette di inserire Israele nell'architettura emotiva della lotta anti-apartheid, collocando lo stato ebraico nella stessa categoria morale di uno dei regimi più disprezzati del XX secolo.
La Russia odierna ha cercato di riattivare questa eredità sovietica in Africa. Un rapporto del 2024 dell'Istituto Danese per gli Studi Internazionali descrive la politica russa post-Ucraina verso l'Africa come un mix di diplomazia, campagne di soft power, attività militari in stile Wagner e operazioni informative progettate per influenzare attori locali, voto ONU ed elusione delle sanzioni. Si tratta di una narrazione strategica volta a legittimare la politica estera russa, attaccare l'Occidente tramite inversioni accusatorie e attrarre il pubblico del Sud globale. In questo contesto l'uso attuale del Sudafrica di un linguaggio di apartheid e genocidio nei confronti di Israele ha effetti ben oltre il Medio Oriente. Porta con sé l'autorità simbolica di una lotta antirazzista autentica, anche se i concetti sono storpiati e strumentalizzati.
Per quanto riguarda l’Europa, il rapporto tra le organizzazioni terroristiche europee e la sfera sovietica va descritto con attenzione. Le prove non dimostrano che Mosca controllasse direttamente ogni atto di terrorismo europeo. Alimentava però un ambiente denso di contatti, facilitazione, formazione, rifugio, incoraggiamento ideologico e spazi operativi sovrapposti.
Intorno al 1980 sia il KGB che gli apparati di sicurezza della Germania Est avevano ampi contatti con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e il KGB forniva addestramento militare ad alcuni guerriglieri. L'OLP e l'estrema sinistra della Germania Ovest convergevano sia nella pratica che nella retorica. Le ricerche sul terrorismo mostrano l'importanza dei legami transnazionali tra attori violenti non statali in Europa e l'arena palestinese, che divenne un importante centro di internazionalizzazione negli anni '70. Il blocco sovietico vi imparò a far funzionare insieme linguaggio, logistica e legittimità: le narrazioni ideologiche davano alle organizzazioni militanti uno script universale, l’addestramento e le armi fornivano i mezzi di attacco, le piattaforme diplomatiche e mediatiche davano ampia portata al tutto.
Il quadro anti-sionista ha anche contribuito a sfumare i confini tra i rancori locali e il confronto globale, permettendo a uno studente radicale dell'Europa occidentale, a un militante palestinese in Libano e a un propagandista sovietico a Mosca di parlare quello che sembrava lo stesso linguaggio morale. Questa è una delle ragioni per cui l’argomento è ancora oggi uno strumento importante usato dagli apparati di sicurezza. Non si tratta di nostalgia della Guerra Fredda, ma di memoria istituzionale. Quando uno stato ha imparato a trasformare i risentimenti in alleanze e l'ideologia in mobilitazione transnazionale, tende a preservare il metodo anche quando i ‘clienti’ cambiano.
Vladimir Putin è il prodotto di un ambiente istituzionale che ha sempre usato disinformazione, manipolazione e frantumazione come strumenti del potere nazionale. Putin servì 15 anni nel KGB, anche a Dresda, in Germania. La pratica russa odierna è l’adattamento moderno delle tecniche sovietiche, non una nuova dottrina. L'antisemitismo dell'era Putin non è uno strumento retorico occasionale, ma la continuazione deliberata della precedente pratica disinformativa del Cremlino. Funzionari russi e media statali dipingono l'Ucraina e i suoi sostenitori come nazisti, antisemiti e russofobi. Però hanno demonizzato il presidente Volodymyr Zelinsky, che è ebreo, sostenendo che in Ucraina gli ebrei stessi fossero i peggiori nazisti! La Russia di Putin ha anche manipolato la storia dell'Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale per i fini politici attuali. Non è confusione ideologica, è un metodo. L'antisemitismo viene usato quando è utile e messo da parte quando non lo è, per intensificare il sospetto e il disorientamento morale nel pubblico cui la propaganda è rivolta.
L'obiettivo non è la semplice persuasione, ma la corrosione della fiducia, della coesione e della sicurezza all'interno delle società rivali. Questa logica si adatta esattamente agli scopi della Russia di Putin. Le sue operazioni di informazione all’estero mirano a intensificare le divisioni interne agli stati democratici, più che a narrare una storia. Le contraddizioni sono utili se aumentano la confusione, la stanchezza e il sospetto reciproco. L'antisionismo si adatta perfettamente a questo metodo. Può essere usato direttamente contro Israele o indirettamente contro l'Ucraina, deviando l'attenzione, le emozioni e la pressione politica dell’opinione pubblica occidentale dalla guerra russa. Può essere usato all'interno dell'Europa per mettere le minoranze l'una contro l'altra, gli studenti contro le istituzioni, gli attivisti di strada contro l'ordine pubblico e il sentire morale contro il pensiero strategico. Può essere attivato anche in diversi contesti ideologici: anticoloniale a sinistra, cospiratorio o nazionalista a destra.
La continuità più importante e preoccupante risiede nell'accusa di nazismo. Nel teatro ucraino il Cremlino ha investito pesantemente nell'affermazione che l'Ucraina è fascista, nazista e bisognosa di "denazificazione". L'antisemitismo e la distorsione dell'Olocausto sono diventati componenti essenziali delle operazioni di influenza e disinformazione rivolte al pubblico occidentale. I funzionari russi manipolano ripetutamente la storia ebraica per screditare l'Ucraina e Zelensky. Il tema dei "nazisti ucraini" ha radici profonde nella propaganda sovietica e post-sovietica e rimane centrale nella narrazione bellica russa anche oggi. Il messaggio antisemita del Cremlino sull'Ucraina include la grottesca affermazione che gli ebrei ebbero un ruolo centrale nel nazismo e l'insinuazione che l'ebraicità di Zelensky serva da maschera al suo nazismo. Si ripete il vecchio trucco sovietico di separare il nazismo dall'antisemitismo, cioè di svuotare il termine nazista del suo contenuto storico per poterlo usare a piacimento. Così la propaganda può denunciare l'Ucraina come nazista o genocida cancellando ogni contraddizione fattuale e storica. L’obbiettivo non è la coerenza, ma la delegittimazione tramite sovraccarico morale. La stessa logica retorica è usata contro Israele, rappresentato per definizione come nazista, genocida, fascista o apartheid. In entrambi i casi l'accusa è molto più di una condanna dei comportamenti: priva il bersaglio di legittimità morale a livello identitario. Afferma che il nemico non è soltanto tale, ma è metafisicamente al di fuori del cerchio della legittimità. Ecco perché l'accusa di genocidio è così importante. Nella politica di massa la parola non è un’accusa giuridica, è assoluta delegittimazione, che può far crollare ogni narrazione, anchilosare ogni iniziativa della controparte ed escludere ogni controargomentazione.
La guerra informativa della Russia contro Israele non è separata dalla guerra contro l'Ucraina. Le operazioni di disinformazione russa sulla guerra di Gaza sono parte di una più ampia campagna cognitiva contro l'Occidente, volta a indebolire la solidarietà fra Israele e gli Stati Uniti e intensificare le tensioni interne nelle società europee. Le sceneggiature si svolgono in parallelo: gli ucraini sono nazisti, gli israeliani sono nazisti, Zelensky è una maschera per il nazismo, lo stato ebraico è razzismo e la guerra israeliana è genocidio. L'oggetto specifico cambia, il modello di retorica delegittimante no.
Da questa analisi derivano alcune implicazioni politiche.
L'antisionismo nella sua forma contemporanea è strumento riciclato di guerra politica. Fu sistematizzato dalle istituzioni sovietiche dopo il 1967, largamente usato in luoghi come la Polonia nel 1968, internazionalizzato attraverso propaganda, diplomazia e reti legate ad milizie armate e gruppi rivoluzionari, riattivato da Putin all'interno di un programma molto più ampio di guerra ibrida.
Noi dobbiamo difendere il dibattito aperto, incluso il dibattito su Israele, ma saper identificare il pedigree storico delle forme retoriche più tossiche attualmente in circolazione. E dobbiamo trattare la manipolazione del linguaggio antisemita e antisionista come parte dello stesso ambiente di sicurezza che include disinformazione russa, sabotaggio, influenza segreta e destabilizzazione politica. Se non riusciremo a creare questo collegamento, continueremo a rispondere a una minaccia strategica come se fosse un malinteso culturale.
La retorica "antisionista" permette gesti offensivi contro gli ebrei e il potere ebraico, pur negando di essere razzisti antisemiti. Può essere usata per definire gli avversari come alieni, compromessi, sleali o moralmente contaminati. Può anche essere rapidamente trasferita da un obiettivo di politica estera - Israele - a obiettivi politici interni all'Europa.
L'antisionismo sovietico non fu mai mirato soltanto contro gli ebrei o Israele, ma fu un modo per collegare teatri di conflitto disparati in un'unica mappa morale anti-occidentale.
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