Da un saggio di Kamran Bokhari.
È facile perdere di vista la posizione strategica dell'Iran nella confusione generata da quattro mesi di guerra, di informazione e disinformazione. Il regime iraniano è sopravvissuto non per la sua forza militare, ma perché i vincoli politici interni degli Stati Uniti hanno limitato la volontà di Washington di portare il conflitto a conclusione. Guardando oltre la cortina fumogena, il regime iraniano deve affrontare crisi politiche, economiche e di sicurezza sempre più profonde, che limiteranno la sua capacità di riprendersi.
L'amministrazione Trump ha faticato a raggiungere i suoi obbiettivi minimi e ha commesso gravi errori di valutazione riguardo alla capacità di Teheran di bloccare lo Stretto di Hormuz e di resistere agli attacchi aerei coordinati di israeliani americani. Ma puntare l'attenzione soltanto sugli errori americani non ci aiuta a capire le vulnerabilità iraniane.
La guerra ha creato in Iran uno stato di emergenza in cui l'imperativo primario era soltanto superare il conflitto. Ma non c’è stata vittoria, né segno di una duratura resilienza strategica da parte iraniana. Il malcontento pubblico brutalmente represso poco prima della guerra non si è dissipato, è stato costretto alla clandestinità. Le esigenze e le perturbazioni della guerra hanno anche relegato in secondo piano la crisi economica. Il sistema politico iraniano è profondamente sconvolto e il corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha assunto il ruolo centrale nella guida dello Stato, nonostante le divisioni interne. Gli obiettivi del regime prima della guerra – ripristinare la coesione politica, la stabilità economica e la coerenza strategica – saranno ora più difficili da raggiungere.
Durante i suoi quasi 37 anni di regno l'ex Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei ha indebolito la legittimità del regime svuotando le istituzioni elette dal popolo, la presidenza e il parlamento. Anche il clero, anziché rafforzarsi, è diventato sempre più dipendente dagli organi coercitivi dello Stato, in particolare dall'IRGC. Privata del consenso popolare, la Repubblica Islamica si è trasformata in un sistema politico dominato dai militari, in cui la Guida Suprema è diventata sempre più una figura di rappresentanza.
Anche se la Guida Suprema Ali Khamenei non fosse stato ucciso nel primo scontro a fuoco, l'età avanzata e il precario stato di salute avrebbero reso necessaria la nomina di un successore, probabilmente ancora più asservito all'apparato di sicurezza guidato dall‘IRGC. L’IRGC – sotto una nuova guida dopo l'attacco che a giugno 2025 ha ucciso 14 generali di alto rango – è uscito dall'ombra della Guida Suprema per esercitare il proprio dominio in modo diretto. Il figlio di Khamenei, Mojtaba, nominato suo successore, è subito scomparso dalla scena pubblica. Con l'IRGC che prende decisioni in suo nome mentre la Guida Suprema rimane invisibile e inascoltata, la situazione si configura come un colpo di stato non dichiarato. Più a lungo dura questa situazione, meno sostenibile diventerà l'assetto ufficiale di potere. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) non può esercitare a lungo il potere in nome di un Ayatollah che nessuno vede né sente, e che non ha comunque mai avuto un prestigio morale, intellettuale e politico di rilievo. Il presidente Masoud Pezeshkian, d’altra parte, è estremamente debole, non ha nessuna autonomia nei confronti delle Guardie Rivoluzionarie. È stato scelto per le sue credenziali riformiste, ma la sua elezione, orchestrata a tavolino, ha ulteriormente messo in luce la fragilità delle istituzioni politiche civili iraniane.
È chiaro che c’è una crisi costituzionale in atto. Il problema è aggravato dalle lotte intestine all'interno dello stesso IRGC. La crescente influenza di figure come il Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf e il nuovo Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale Mohsen Rezaei, entrambi generali in pensione dell'IRGC, solleva il dubbio che il potere risieda nelle mani degli ex leader dell'IRGC che hanno assunto incarichi civili.
Questione ancora più cruciale è chi controlla le leve economiche dello Stato. L'economia iraniana era già in crisi; il conflitto l’ha aggravata interrompendo il commercio, la produzione, le infrastrutture energetiche e l'accesso a valuta pregiata. Il blocco navale limita ancora la capacità dell'Iran di movimentare merci e generare entrate. Prima della guerra il regime faticava già a mantenere i servizi essenziali, ora la lotta per risorse sempre più scarse diventerà un'ulteriore fonte di competizione tra fazioni all'interno dello stesso regime. Teheran ha bisogno di un accordo con Washington e dell'allentamento delle sanzioni, perché la situazione economica interna potrebbe davvero far saltare il regime, se non venisse presto alleviata.
Per Trump è iniziato il conto alla rovescia per le elezioni di metà mandato, ma anche per l’Iran il tempo stringe. Il regime potrebbe anche non crollare in tempi brevi, ma il sistema politico ed economico corre davvero il rischio di deteriorarsi fino al punto di non ritorno.
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