L’informazione quotidiana tende a ignorare i cambiamenti più ampi in Medio Oriente, soprattutto per quanto riguarda la Turchia. Il ministro della Difesa egiziano è arrivato ad Ankara il 12 luglio a capo di una delegazione di alto livello per colloqui sull'espansione della cooperazione militare bilaterale. La visita è avvenuta appena due settimane dopo che il capo di stato maggiore turco aveva guidato una delegazione militare di alto livello al Cairo. Due giorni prima il primo ministro libanese Nawaf Salam aveva incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Istanbul, auspicando l’innalzamento delle relazioni bilaterali a "partnership strategica". Il 30 giugno il capo dell'intelligence turca Ibrahim Kalin aveva tenuto consultazioni di alto livello sulla sicurezza a Baghdad con il presidente Nizar Amedi, il primo ministro Ali al-Zaidi e altri alti funzionari, prima di recarsi a Erbil, Sulaimaniyah e Kirkuk per incontrare i leader del Governo regionale del Kurdistan, Masoud Barzani e Bafel Talabani.
Questi sviluppi si basano sullo slancio generato dal vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio, che ha rafforzato la posizione della Turchia come potenza geopolitica e ha fatto da sfondo all'incontro tra il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, sostenuto dalla Turchia, e il presidente americano Donald Trump.
La strategia di Washington per il Medio Oriente oggi pare fondarsi su due pilastri: indebolire l'Iran e promuovere un nuovo ordine geopolitico ancorato a Turchia, Stati arabi e Pakistan. Questo approccio riflette il desiderio di Washington di delegare le responsabilità in materia di sicurezza agli alleati e ai partner regionali, riducendo così la propria esposizione militare ed economica nell'emisfero orientale. La Turchia è un elemento chiave in questo piano. L’influenza turca in Siria potrebbe plasmare gli esiti politici e di sicurezza sia in Libano che in Iraq. L'obiettivo di fondo è impedire a Teheran di riconquistare la posizione dominante di cui ha goduto per decenni, preservando al contempo un equilibrio di potere favorevole. Per ora gli interessi turchi e statunitensi coincidono.
Per oltre un millennio la fascia settentrionale del Medio Oriente è stata teatro di competizione tra Turchi e Persiani. Dopo le guerre mondiali l'arco d'influenza dell'Iran ha lungamente ostacolato le ambizioni turche di tornare ad essere l’egemone regionale. Poi gli attentati del 7 ottobre 2023 e la guerra che ne è seguita hanno indebolito l'Iran e il suo alleato regionale, Hezbollah, creando così un'apertura strategica senza precedenti per Ankara.
La Turchia si è mossa rapidamente per sfruttare l’opportunità, sostenendo lo sforzo del movimento Hayat Tahrir al-Sham di Ahmed al-Sharaa per rovesciare il regime siriano di Assad a dicembre 2024. Il crollo del governo siriano è stato un momento cruciale nella storia moderna del Medio Oriente. Ha trasformato la Siria da pilastro centrale dell'influenza iraniana in un trampolino di lancio per le ambizioni regionali turche. Ankara ha riconquistato un importante punto d'appoggio nel Levante per la prima volta dalla caduta dell'Impero Ottomano.
Il contenimento dell'Iran richiede che la Turchia collabori con l'Arabia Saudita e il Pakistan. Si è quindi formato un triumvirato strategico, seppur informale, con il sostegno secondario di Egitto e Qatar. Il motore di questo nuovo allineamento rimane la Turchia, che possiede la profondità strategica e la posizione geografica necessaria per impedire a Teheran di ricostituire le proprie forze nella Mezzaluna Fertile.
La Turchia sta sfruttando la sua posizione in Siria per rafforzare la propria influenza in Iraq e in Libano. In entrambi i paesi la sfida è la demografia: gli sciiti costituiscono la maggioranza sia in Iraq sia in Libano. Un altro problema è che il governo di al-Sharaa in Siria non ha ancora consolidato un potere sufficiente per guardare oltre i propri confini.
In Libano gli interessi della Turchia si scontrano con quelli di Israele. In Iraq, che ha un confine diretto anche con la Turchia, Ankara potrebbe operare per rafforzare la minoranza sunnita concentrata nell’Iraq occidentale e settentrionale. Ankara ha anche una stretta relazione con il Partito Democratico del Kurdistan iracheno e sta offrendo cooperazione al governo di Baghdad per far arrivare il petrolio iracheno al Mediterraneo senza passare dallo stretto di Hormuz.
Il nuovo governo di Baghdad pare pronto a collaborare con Washington per contenere le potenti milizie irachene al soldo dell’Iran (Forze di Mobilitazione Popolare). È stato questo l’argomento in primo piano nell'incontro del 14 luglio tra Trump e il Primo Ministro Ali al-Zaidi. Il cambiamento sarà lento e complesso, dato l'intenso fazionalismo che caratterizza il panorama politico sciita iracheno e i diversi gradi di dipendenza dall'Iran di tutte le fazioni. È improbabile che l'Iran rinunci alla sua posizione regionale senza combattere, in un momento di marcata vulnerabilità in cui l'Iraq funge da cuscinetto strategico. La decisione di far passare il corteo funebre della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei attraverso Najaf e Karbala – le due città più sacre per l'Islam sciita nel sud dell'Iraq – prima della sua sepoltura definitiva in Iran il 9 luglio, ha il valore di una forte affermazione da parte degli Iraniani del loro diritto a controllare l’Iraq per i suoi luoghi santi.
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