La tregua in Iran non è pace.

21/06/2026

Il 17 giugno è stato firmato il Memorandum of Understanding fra USA e Iran, cioè l’accordo per una tregua di 60 giorni e l'apertura delle rotte marittime. Ma la questione fondamentale per cui è iniziata la guerra non ha trovato soluzione. Gli USA sono entrati in guerra per far cessare il pericolo rappresentato dalle armi nucleari iraniane. Potete immaginare un 11 settembre nucleare? Nessuno può permettersi di ignorare un tale pericolo. Su questo punto non c'è nessun accordo. L’accordo è da trattare nell’arco dei prossimi 60 giorni. 

Col Memorandum l’Iran ha ottenuto – per ora - di non essere attaccato dagli americani e di far uscire gli israeliani dal Libano. Ha raggiunto due obbiettivi, mentre USA e Israele non ne raggiungono nessuno. 

Sono in corso negoziati tra Stati Uniti e Iran tramite il Pakistan e altri. Ma l'Iran mantiene le sue armi nucleari, gli USA le loro basi. Gli iraniani hanno concesso, almeno in parte, di non chiudere lo Stretto di Hormuz, il che va più a loro vantaggio che a vantaggio degli USA. 

Si raggiungerà un accordo?

Tutte le guerre finiscono, finiscono o con la sconfitta del nemico o con negoziati. Gli Stati Uniti non sono in grado di sconfiggere gli iraniani senza costi enormi in termini di vite umane. L’Iran è perfettamente in grado di difendersi, ma non di sconfiggere gli USA. Ciò significa che prima o poi la guerra finirà con un negoziato. 

A quanto pare, tre quarti dei missili iraniani sono ancora intatti e la loro capacità di lancio missilistico è ancora operativa. Non è una bella figura per gli Stati Uniti, vero?

Gli Stati Uniti non hanno messo tutte le carte in tavola dal punto di vista militare. Questo è un punto di forza degli USA nelle negoziazioni: la possibilità di colpire ancora con molta potenza. Però l’opinione pubblica negli Stati Uniti non vuole entrare in guerra. Ci troviamo quindi in una situazione complessa. 

Gli iraniani sono già stati gravemente danneggiati da questa guerra, gli Stati Uniti molto meno. Ma occorre prendere in considerazione le pressioni interne cui sono sottoposti i tre principali attori: Stati Uniti, Iran e Israele. 

Trump è sotto enorme pressione perché aveva detto che non si sarebbe fatto coinvolgere in guerre senza fine nell'emisfero orientale, invece si ritrova coinvolto. È sotto pressione non soltanto da parte dei Democratici, ma anche del Partito Repubblicano e di Israele. Netanyahu è sotto pressione da parte di Trump e anche di molti israeliani che rifiutano lui e i suoi metodi. Vorrebbe porre fine a queste guerre, ma non ci riesce. In Iran si avvicinano le elezioni. Non ci è chiaro quali siano le pressioni, data l’impossibilità di avere notizie attendibili dall’interno. Ma ci sono sicuramente due fazioni anche all'interno del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche: una che vuole porre fine alla guerra e un'altra che non vuole cedere. 

 I negoziati non saranno come quelli che, ad esempio, potrebbero avere Cina e USA per questioni commerciali ed economiche. In questo caso tutti e tre i negoziatori debbono guardarsi le spalle, fare molta attenzione ai loro seguaci. 

Gli iraniani sanno che possono aspettare l'arrivo del prossimo presidente, che potrebbe avere un punto di vista diverso, prima di accettare qualsiasi forma di concessione davvero importante. Ma la pressione interna glielo potrebbe permettere oppure no? E Trump può continuare questa guerra senza perdere il potere negli Stati Uniti? Quanto a Netanyahu, non è nelle condizioni di poter raggiungere un accordo. 

La cosa strana è che in tutti e tre i paesi la politica interna è la questione determinante per riuscire o non riuscire a porre fine alla guerra. Questo rende molto più difficile la conclusione del conflitto.

L'Iran si è notevolmente indebolito negli ultimi anni. Tuttavia ora si trova in ??una posizione molto più forte in Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz gli ha conferito un vantaggio di cui il mondo non era consapevole prima. Inoltre da un punto di vista puramente militare gli iraniani hanno il vantaggio di essere in difesa, non in attacco. Abbiamo imparato in Ucraina che la natura della guerra attuale pone l'attaccante in una posizione più debole, perché deve ammassare truppe e farle avanzare, ma i droni possono colpire quelle truppe e distruggerle. Il difensore, anche se stanco, si limita a mantenere la posizione e non si impegna in combattimento perché appena si forma una massa per attaccare, la individua con sistemi di intelligence satellitare e in un quarto d’ora dispiega i droni. Quindi il vantaggio dell'Iran è la crescente potenza difensiva, nonostante il declino di quella offensiva. Succede la stessa cosa in Libano. Americani e Israeliani sono ben consapevoli di questo problema. 

Quindi se gli iraniani sono disposti ad accettare ed infliggere perdite ingenti, si trovano in una posizione migliore. Però debbono mantenere alto il morale, non far mancare i rifornimenti. E devono aver l’intelligence necessaria per la difesa. Sono disposti a subire perdite a lungo? Una cosa è difendere il proprio paese, un'altra è cercare di esercitare la propria influenza oltre i propri confini. L’Iran ha dedicato gli ultimi due decenni a sviluppare ed esercitare la propria influenza nella regione attraverso Hezbollah, Hamas ed altri. Sarà in grado di farlo di nuovo, quando la guerra sarà finita? Dobbiamo ricordare che poco prima degli attacchi ci sono state enormi manifestazioni antigovernative in Iran, represse con una violenza inaudita. È probabile che l'opposizione non sia scomparsa. Semplicemente, ha paura di mostrarsi. Quindi l'esercito ha due missioni: difendere il paese e mantenere la stabilità interna. È un compito immenso.

Lo Stretto di Hormuz è sempre stato un punto di strozzatura. I Marines degli Stati Uniti hanno condotto esercitazioni per anni sull'apertura dello Stretto di Hormuz. Ma oggi il pericolo non è più la fanteria o la forza navale, sono i droni che cercano di distruggere le navi. È un grande cambiamento. Un altro problema è che la comunità imprenditoriale considera la guerra come un evento anomalo. Non è vero, il mondo è costantemente in preda alla guerra. Non si tratta di un episodio strano e imprevedibile. È sempre stato ovvio che a un certo punto lo Stretto di Hormuz sarebbe diventato un punto cruciale e che sarebbe scoppiata una guerra. Investire in rotte alternative sarebbe stato sensato, ma nessuno l’ha fatto. Pare che anche Trump sia rimasto sorpreso dalla chiusura dello Stretto di Hormuz! Ma è sempre stato ovvio che gli iraniani l’avrebbero bloccato prima o poi, con o senza guerra, per poter imporre tariffe enormi per il transito. Avremmo potuto creare grandi riserve di petrolio, essere pronti finanziariamente ad assorbire i costi della ripresa, e così via. Negli affari bisogna essere prudenti. Ma la prudenza costa molto, per questo la si dimentica. 

Poiché è stata la minaccia di un 11 settembre nucleare a portar gli americani in guerra, Trump non può porre fine alla guerra lasciando missili nucleari nelle mani degli Ayatollah. Quindi gli iraniani useranno le loro capacità nucleari come merce di scambio, ma il prezzo sarà molto alto. Quanto? Oggi non possiamo ancora saperlo. 

La guerra sta mettendo a dura prova l'Iran in termini di risorse sia umane sia economiche.

Ma gli iraniani sono molto abili e nel nucleare hanno una carta vincente molto forte. 

Abbiamo visto che già stanno dividendo gli interessi degli americani e degli israeliani 

sulla questione del Libano. Gli israeliani hanno invaso il Libano per impossessarsi

 di Hezbollah e distruggerlo. Gli Stati Uniti vogliono la fine di questa guerra. Gli iraniani 

hanno chiesto il ritiro degli israeliani dal Libano. Gli israeliani non possono farlo se prima 

non sconfiggono Hezbollah. Quindi toccherà a Trump sconfiggere Hezbollah per 

proseguire le trattative?

Nella posizione negoziale gli iraniani sono in vantaggio. Ci sono molte contraddizioni 

tra israeliani e americani su ciò che vogliono. Ma entrambi vogliono sbarazzarsi delle 

armi nucleari, quindi il prezzo che chiederà l’Iran sarà molto alto per entrambi. 

Israele e USA potrebbero finir col trovarsi divisi e in disaccordo, perciò più deboli 

nei negoziati. 

Quanto è probabile che si torni alla guerra? 

Ci sono obiettivi cruciali all'interno dell'Iran, che è un paese con forze e beni dispersi, che per loro sono molto importanti. Pertanto se la guerra dovesse riprendere gli USA non invieranno truppe, ma ricorreranno alla devastazione del Paese, anche se richiede tempo, perché l’Iran è un Paese enorme. Gli iraniani sanno che, spinto all'estremo, un presidente americano è perfettamente in grado di ordinare una cosa del genere. Questo è il vantaggio degli USA nei negoziati. È probabile che i due Paesi si valuteranno bene a vicenda prima che i negoziati giungano davvero a una conclusione.

In questi negoziati ci sarà come sempre, una grande dose di bluff. È anche possibile che durante il negoziato si raggiunga un punto di vero terrore reciproco. 

Quanto a Israele, molte fonti riportano che Trump e Netanyahu sono in disaccordo su quanto sta accadendo. Dobbiamo crederci? È difficile dirlo. Il problema di Israele è che, con una larghezza massima di poco più di 100 km, non può perdere una sola battaglia, perché non ha spazio per ritirarsi e riorganizzarsi. E Hamas non è stato sconfitto nemmeno con due anni di guerra a Gaza. Movimenti come Hamas ed Hezbollah, ben addestrati, pesantemente armati e ben dispersi, non possono essere annientati dagli attacchi. 

Israele è stato emarginato in molti modi nel mondo per come ha condotto la guerra a Gaza. Se impedisce la fine della guerra in Iran perché rifiuta di lasciare il Libano, mette in pericolo i rapporti con gli Stati Uniti. Ma se si ritira avrà bisogno dell’aiuto e delle armi degli USA per anni e anni. Può fidarsi? La capacità di colpire duramente e continuare a colpire è l’elemento che tiene a bada i nemici di Israele, da sempre. La "credibilità" è una forza potente in guerra. Nel breve termine Israele non dipende dagli Stati Uniti, ma lo diventa nel lungo termine. Può permettersi di rompere con gli Stati Uniti? Si trova in una posizione estremamente difficile. Più di Trump e dell’Iran, perché per Israele si tratta di sopravvivenza, non di potenza. 

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