È rassicurante di pensare che l'antisemitismo sia una reliquia del passato, alimentata dall'ignoranza, dall'ideologia o da un odio marginale. Ma è una visione semplicistica, buonista e radicalmente sbagliata, che non coglie ciò che sta realmente accadendo.
Oggi l'ostilità verso gli ebrei non è soltanto liberamente espressa, è sistematicamente incentivata – non ovunque, non da tutti, ma abbastanza per avere un impatto forte, influenzare comportamenti, creare un sistema in cui attaccare gli ebrei - sotto diverse spoglie – diventa redditizio.
Le persone che partecipano al discorso antiebraico non si svegliano pensando: "Come posso essere antisemita oggi?". I sistemi complessi non funzionano così: le persone rispondono agli incentivi. Nella moderna "economia dell'attenzione", le persone e le piattaforme guadagnano catturando e mantenendo l’attenzione degli utenti, mostrando i contenuti più emotivi, scioccanti o coinvolgenti. In questo contesto l'indignazione è la moneta di scambio più affidabile. Le piattaforme premiano i contenuti che suscitano emozioni come rabbia, certezza morale, indignazione. Più intensa è la reazione, più l'algoritmo la amplifica. E più si diffonde, più viene remunerata.
Questo non riguarda soltanto gli ebrei. Ma gli ebrei, e in particolare Israele, occupano una posizione peculiare all'interno del sistema, proprio come in alcuni sistemi del passato. Possono essere presentati, simultaneamente, come potenti ma illegittimi, privilegiati ma oppressivi, occidentali ma stranieri, di successo ma immorali. È una combinazione esplosiva. Permette di creare una narrazione semplice, carica di emozioni e infinitamente riciclabile. Funziona bene, dunque è la performance che viene premiata.
Scorrendo un numero sufficiente di contenuti si percepisce nettamente lo schema. I creatori di contenuti e gli influencer che incentrano i loro commenti attorno all'indignazione morale (in particolare nei confronti di Israele o del "sionismo") vedono crescere più rapidamente il loro mercato. I loro contenuti si diffondono maggiormente. Il loro pubblico è più coinvolto. Le loro piattaforme si espandono. In altre parole: propaganda, mezze verità e informazioni prive di contesto sono di gran lunga più diffuse rispetto a contenuti più fattuali e articolati.
Questa espansione porta con sé monetizzazione, entrate pubblicitarie, sponsorizzazioni, abbonamenti a pagamento, opportunità di parlare in pubblico, partnership con grandi marche. Il meccanismo è semplice: i contenuti che presentano gli ebrei o Israele come intrinsecamente malvagi hanno maggiori probabilità di scatenare forti reazioni emotive, che generano coinvolgimento. Il coinvolgimento genera visibilità. La visibilità genera profitto. Non ci vuole neppure capacità di coordinamento, spirito d’impresa, abilità politica: basta che il sistema premi determinati risultati. Creatori e influencer imparano presto che cosa funziona e affinano i loro messaggi di conseguenza. Il confine tra convinzione autentica e performance ottimizzata sfuma sempre più. Non conta ciò che è vero, ma ciò che si diffonde di più: un'indignazione sempre più redditizia.
Giornalisti e organi di informazione operano con altri vincoli, ma non sono immuni alle stesse pressioni. Le narrazioni giornalistiche sono ancora in competizione, ma la semplicità vince sulla complessità. Le storie che collocano gli ebrei o Israele all'interno di schemi morali familiari - espliciti o impliciti – tipo ‘oppressore contro oppresso’, ‘potente contro vittima’ – sono più facili da raccontare e da consumare. Corrispondono alle aspettative preesistenti, vecchie di secoli, richiedono meno spiegazioni. Generano più clic e reazioni più forti.
Questo non significa che ogni articolo sia di parte o malevolo. Significa che l'ecosistema privilegia determinate inquadrature rispetto ad altre. E quando queste inquadrature generano costantemente maggiore coinvolgimento, vengono ripetute, rafforzate e soprattutto normalizzate.
Se l'economia dei creatori di contenuti e degli influencer si basa sul denaro, l'economia politica si basa sui voti. E i voti sono guidati dalle emozioni. Per i politici, il calcolo è brutalmente semplice: adottare posizioni che galvanizzino i sostenitori, costruiscano coalizioni e li distinguano dagli avversari. La chiarezza morale iper-semplificata è uno strumento potente. In questo contesto, gli ebrei sono diventati un bersaglio comodo. Pensiamo a termini come: "sionismo", "Israele", "Netanyahu", "potenza globale". Sono sostituti retorici, che consentono ai politici di attingere a narrazioni antisemite antiche senza nominare esplicitamente gli ebrei. Ciò crea una plausibile negabilità, pur catturando l'energia emotiva e politica che è generata dall’antisemitismo. Se attaccare o isolare gli ebrei (o lo Stato ebraico) mobilita il sostegno, aumenta la visibilità o fa vincere le elezioni, allora verrà sempre più utilizzato, soprattutto dai politici, perché il sistema lo premia.
Posizioni di condanna morale e politica nei confronti di Israele sono maschere dietro cui si nasconde l'ostilità verso gli ebrei, che dopo la Shoah è difficile manifestare apertamente. Viene perciò riformulata, riconfezionata e ri-etichettata come difesa dei "diritti umani", come "anticolonialismo", come "giustizia sociale", come "critica politica". Definizioni che offuscano le distinzioni, rendono più difficile separare la critica dall'ostilità, l'analisi dall'accusa. E, cosa fondamentale, rendono i contenuti più facilmente condivisibili, perché non vengono più percepiti come pregiudizi, ma come virtù.
Quando queste dinamiche si consolidano, si autoalimentano. I contenuti che attaccano gli ebrei (direttamente o indirettamente) hanno successo. I contenuti di successo attraggono più creatori. Più creatori producono più contenuti simili. Il pubblico si abitua ad aspettarseli e a premiarli. Politici e media reagiscono al cambiamento dell'opinione pubblica. Il circolo vizioso si stringe.
L'antisemitismo non è una novità. La novità risiede nella struttura che lo circonda. Nelle epoche precedenti, l'antisemitismo si diffondeva attraverso istituzioni come chiese, governi e movimenti politici. Oggi si diffonde attraverso i mercati: mercati dell'attenzione, mercati dei media, mercati politici. E un cambiamento importante perché i mercati non si chiedono se qualcosa sia vero o giusto. Si chiedono se funziona. E oggi attaccare gli ebrei funziona. Se l'indignazione contro gli ebrei genera clic, verrà prodotta. Se le narrazioni sul potere ebraico generano coinvolgimento, si diffonderanno. Se gli attacchi politici mobilitano gli elettori, verranno messi in atto. Nel tempo il volume aumenta, il tono si inasprisce e i confini si spostano. Ciò che un tempo sembrava estremo inizia a sembrare normale, il che lo rende una delle forme più pericolose di antisemitismo, perché viene sempre più premiato, dunque sarà sempre più ripetuto, e ciò che si ripete alla fine dà forma alla realtà.
Non operiamo più all'interno di un sistema culturale o morale; operiamo all'interno di un sistema economico e politico, dove l'ostilità verso gli ebrei viene premiata, amplificata. Sistemi come questo non si correggono da soli. Si espandono. Che fare?
Le persone rispondono agli incentivi. Nella moderna "economia dell'attenzione", le persone e le piattaforme guadagnano catturando e mantenendo l’attenzione degli utenti, mostrando i contenuti più emotivi, scioccanti o coinvolgenti. In questo contesto l'indignazione è la moneta di scambio più affidabile. Le piattaforme premiano i contenuti che suscitano emozioni come rabbia, certezza morale, indignazione. Più intensa è la reazione, più l'algoritmo la amplifica. E più si diffonde, più viene remunerata.
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