Un secolo di inutili colloqui fra Libanesi e Israeliani

01/05/2026

(da un articolo di Hilal Khashan per GPF del 28 aprile 2026)

Un secolo di negoziati non hanno portato alla pace fra Libano e Israele. Dalla sua fondazione nel 1920, il Libano rifiuta di riconoscere Israele e rifiuta l'idea di una patria ebraica. Ci sono stati accordi, come l’armistizio del 1949, per ridurre i rischi di ulteriori conflitti, ma nessun riconoscimento.

 Israele e Libano hanno trascorso decenni a negoziare soluzioni bilaterali alle controversie regionali. Pochi anni dopo la creazione del Grande Libano nel settembre 1920, emerse un movimento separatista maronita che immaginava il Libano come una patria per i cristiani, con confini nazionali modificati per minimizzare la presenza musulmana. Il movimento era guidato da Emile Edde, che divenne presidente della repubblica nel 1936, dal Patriarca Antoine Arida e dal Vescovo Ignazio Mubarak. L'ufficiale dei servizi segreti israeliani Eliyahu Sasson venne a sapere che alcuni maroniti erano propensi a fare concessioni territoriali per garantire il dominio cristiano in Libano e pensò che l'assegnazione delle città costiere di Sidone e Tiro a Israele avrebbe potuto contribuire a realizzare questo obiettivo. L'accademico e politico maronita Fouad Ephrem al-Boustani incontrò Sasson e il comandante dell'esercito Yehuda Arazi nel settembre 1948. Al-Boustani disse loro che una vittoria ebraica in Palestina avrebbe garantito il carattere cristiano maronita del Libano e rafforzato le minoranze nell'est. La sua dichiarazione riecheggiava la posizione di Edde a favore della restituzione di Tripoli e Akkar alla Siria, unicamente perché la maggior parte dei loro abitanti erano musulmani e cristiani ortodossi, non maroniti.

Negli anni '30 e '40 un movimento politico e intellettuale in Libano propugnava uno stato ebraico in Palestina, sostenendo che avrebbe salvaguardato il Libano cristiano, protetto l'autonomia, impedito il dominio siriano e indebolito l'unità araba. Il Patriarcato maronita, guidato da Antonios Boutros Arida, fu la prima istituzione libanese a cercare un accordo formale con il movimento sionista prima della fondazione di Israele. Arida propose un'alleanza tra le minoranze, includendo esplicitamente maroniti ed ebrei. Durante la breve presidenza di Edde nel 1943, la sua amministrazione elaborò un accordo di amicizia con il movimento sionista, ma fu bloccato dalle autorità francesi. La cooperazione tra il Patriarcato maronita e il movimento sionista raggiunse il suo apice nel 1946, quando i rappresentanti di entrambi i gruppi firmarono un accordo che riguardava cultura, commercio, intelligence, agricoltura, turismo, sicurezza e pubbliche relazioni. Questa cooperazione si estese oltre i maroniti. Anche il primo ministro sunnita Khayr al-Din al-Ahdab, ad esempio, simpatizzava con gli ebrei in Palestina. Nel 1938, il suo governo si impegnò ufficialmente a garantire la sicurezza degli insediamenti ebraici al confine tra Libano e Palestina. Membri di spicco dell'Agenzia ebraica come Sasson, nato a Damasco nel 1902, si spostavano liberamente tra Damasco, Beirut e Gerusalemme.

Diversi presidenti e primi ministri libanesi interagirono con il movimento sionista in misura variabile, a partire dal 1930. Per le elezioni generali del 1951 il Partito Kataeb richiese – ed ottenne - finanziamenti per la campagna elettorale al governo israeliano. Nel 1981 Ariel Sharon, allora ministro della Difesa, visitò Beirut Est per ottenere l'appoggio delle Forze Libanesi per un'invasione pianificata del Libano al fine di sconfiggere l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Il leader delle Forze Libanesi, Bashir Gemayel, chiese a Sharon rifornimenti militari israeliani gratuiti. Ma Sharon insistette per il pagamento delle armi, scherzando sul fatto che "a Beirut ogni due auto c'è una Mercedes” dunque le Forze Libanesi potevano permettersi di pagare.

Ma il Libano mantenne una posizione cauta. La dichiarazione di indipendenza di Israele nel 1948 e la successiva guerra videro la riluttante partecipazione del Libano. Il successivo armistizio del 1949 congelò le ostilità, ma non affrontò la situazione. David Ben-Gurion desiderava un accordo di pace con il Libano alla fine degli anni '40 per ragioni strategiche, politiche e demografiche. Temeva l'idea di un Grande Libano e preferiva che i cristiani maroniti dominassero il paese. Nel luglio del 1950 un aereo da caccia israeliano attaccò un aereo civile libanese in volo da Gerusalemme Est a Beirut che si era rifiutato di atterrare in un aeroporto israeliano.

Prima che la Gran Bretagna tracciasse la mappa della Palestina mandataria, l'Agenzia ebraica cercò di espandere il proprio territorio fino al fiume Awali, a nord di Sidone. Winston Churchill, allora segretario di Stato britannico per la Guerra, ignorò questa richiesta. Ben-Gurion in seguito perseguì l'annessione del Libano meridionale fino al fiume Litani, considerandolo un confine naturale e sicuro per Israele. Aveva ambiziosi piani regionali che includevano il rovesciamento del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, la divisione della Giordania e il raggiungimento di un trattato di pace con l'Iraq. Sosteneva l'annessione di parti del Libano e l'assegnazione di aree come Tripoli, Akkar e Baalbek alla Siria. La parte restante sarebbe diventata uno stato cristiano maronita. Nel frattempo Bishara al-Khoury, che fu presidente del Libano dal 1943, sosteneva che il Libano meridionale, abitato da sciiti, doveva essere evacuato e ripopolato con maroniti provenienti dagli Stati Uniti.

A seguito dell'invasione israeliana del Libano nel 1982 e dell'arrivo delle forze israeliane a Beirut, si svolsero per la prima volta negoziati diretti tra i due paesi sotto l'egida degli Stati Uniti, che portarono alla firma dell'accordo del 1983. Esso prevedeva il graduale ritiro delle forze israeliane dal Libano e l'attuazione di accordi di sicurezza al confine. Prevedeva inoltre la fine dello stato di guerra e l'apertura di uffici di collegamento tra le due parti. Ma il parlamento libanese abrogò l'accordo nel marzo 1984 sotto la pressione della Siria e dei suoi alleati all’interno del Libano. Nel 1991, iniziò un nuovo ciclo di colloqui tra Israele da un lato e Siria, Libano, Giordania e una delegazione palestinese dall'altro. Dieci sessioni negoziali si svolsero a Washington nell'arco di circa 20 mesi, fino al 1993. Tuttavia, non si giunse ad alcuna svolta politica concreta sul fronte libanese-israeliano, poiché il presidente siriano Hafez Assad insistette affinché i colloqui fossero strettamente associati a quelli fra Siria e Israele.

 

Dopo anni di mediazione statunitense e negoziati indiretti, il 27 ottobre 2022 Libano e Israele annunciarono un accordo che delimitava i rispettivi confini marittimi e poneva fine a un'accesa disputa su un'area ricca di gas nel Mediterraneo orientale. L'accordo assunse la forma di due lettere separate: una firmata da Libano e Stati Uniti, un'altra firmata da Israele e Stati Uniti. Nel dicembre 2025 si tennero i primi colloqui diretti dopo decenni, nell'ambito del comitato di monitoraggio del cessate il fuoco, guidato dagli Stati Uniti, con la partecipazione di Francia e Nazioni Unite.

Oggi il Libano si affaccia ai colloqui di pace da una posizione di debolezza, alla luce delle continue operazioni militari israeliane. Il vice primo ministro libanese Tarek Mitri ha affermato che il suo Paese si presenta ai negoziati armato solo del fatto di essere vittima di questa guerra. Il massimo che si può ottenere è un accordo su un quadro negoziale. Ma con una complicazione: i colloqui vanno oltre il rapporto tra Libano e Israele per includere le dinamiche interne al Libano. Lo Stato libanese si trova di fronte a un serio dilemma riguardo alla richiesta israeliana che l'esercito libanese disarmi Hezbollah: il disarmo potrebbe aprire la strada a uno scontro interno, il mancato disarmo renderebbe vani i negoziati.

 Israele, nel frattempo, cerca di massimizzare il proprio vantaggio militare. I negoziati a Washington non rappresentano quindi l'inizio di una soluzione, bensì l'inizio di una nuova fase di gestione del conflitto, in cui la politica viene utilizzata come estensione del campo di battaglia anziché come sua sostituzione. Un accordo non sembra imminente. I risultati restano ostaggio di fattori esterni al Libano stesso e saranno determinati dai cambiamenti nella regione, non da ciò che viene detto al tavolo delle trattative.

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