Il regime iraniano e la percezione del tempo storico

11/03/2026

La guerra in atto ha sconvolto l'aura di stabilità che circondava il governo della Repubblica Islamica. Che succederà ora? È tempo di guardare oltre gli eventi militari immediati e confrontarci con un malinteso profondo, che ha plasmato il pensiero occidentale sui regimi rivoluzionari per oltre un secolo.

L’Occidente fraintende la natura dei movimenti rivoluzionari. Il rivoluzionario non vive nello stesso panorama morale e psicologico del riformatore liberale o del tradizionalista conservatore. Per il rivoluzionario il mondo attuale non è da migliorare o preservare, è da abolire. I movimenti rivoluzionari sono organizzati attorno a una particolare struttura temporale, in cui il presente è per definizione un ordine illegittimo e corrotto le cui istituzioni devono essere spazzate via. La redenzione risiede altrove: in un futuro promesso o in un passato mitizzato. Il mondo esistente è soltanto un ponte temporaneo tra questi due stati immaginari di purezza.

La storia offre molti esempi di questa logica. Nel 1917 i bolscevichi non cercarono di riformare l'Impero russo, cercarono di distruggerlo. La promessa rivoluzionaria non era il miglioramento ma la rottura, la nascita di un ordine sociale completamente nuovo che avrebbe sostituito quello esistente. La violenza non era una necessità tragica, ma uno strumento storico.

Una dinamica simile si manifestò in Germania nel 1933. Il nazionalsocialismo si presentò come la rinascita rivoluzionaria della nazione e della ‘razza’, il momento in cui l'ordine liberale corrotto della Repubblica di Weimar sarebbe stato spazzato via a favore di una comunità politica purificata. Ancora una volta il presente fu trattato come illegittimo, come l’ostacolo che doveva essere rimosso prima che il futuro potesse iniziare.

Lo schema si ripeté nei movimenti rivoluzionari del cosiddetto Terzo Mondo del XX secolo. I rivoluzionari di Mao immaginavano la storia che ricominciava da capo attraverso una lotta permanente. I Khmer Rossi, il regime comunista che governò la Cambogia dal 1975 al 1979, portarono quest'idea alle sue estreme conseguenze, tentando di cancellare la società stessa alla ricerca di un mondo rivoluzionario purificato.

Ideologie diverse, continenti diversi, contesti storici diversi, ma la stessa struttura intellettuale riappare ripetutamente. L'ordine esistente deve essere distrutto prima che la redenzione possa iniziare. È proprio questa struttura che le tradizioni politiche liberali e conservatrici spesso non riescono a comprendere. L'istinto liberale è credere che il conflitto politico possa essere moderato attraverso le riforme. Le istituzioni possono migliorare, lo sviluppo economico può attenuare la rigidità ideologica. Diplomazia e negoziazione possono trasformare i nemici in parte dell’ordine internazionale condiviso. I conservatori affrontano il problema da una direzione diversa, ma per lo più giungono a una conclusione simile. Stabilità, tradizione e gerarchia incarnano la saggezza accumulata dalle società.

Entrambe le prospettive condividono quindi una premessa comune: che il mondo attuale contenga qualchecosa che vale la pena preservare. Il rivoluzionario rifiuta completamente questa premessa. Poiché liberali e conservatori riconoscono un valore all'ordine esistente, presumono che anche gli altri prima o poi lo riconoscano. Cercano quindi di corrompere il rivoluzionario. Incentivi economici, riconoscimenti diplomatici, inclusione politica o garanzie di sicurezza vengono offerti nella speranza che prosperità, legittimità o prestigio sostituiscano gradualmente la passione rivoluzionaria.

Ma questo fraintende la struttura della fede rivoluzionaria. I guadagni materiali sono accettabili soltanto se rafforzano il progetto rivoluzionario. Questa dinamica aiuta a spiegare perché la diplomazia occidentale fraintenda ripetutamente i momenti di calma e consideri un progresso una tregua o un negoziato. La dottrina rivoluzionaria opera secondo una logica diversa. Le tregue guadagnano tempo per ricostruire, i negoziati per riorganizzarsi. I periodi di calma consentono alle milizie di riarmarsi, alle reti di espandersi e all'influenza ideologica di approfondirsi. Ciò che dall'esterno appare come una de-escalation è semplicemente una fase del confronto.

Per oltre quarant’anni la Repubblica Islamica dell'Iran ha operato esattamente secondo questa logica. Non è semplicemente uno stato che persegue i tradizionali interessi nazionali, è il rigoroso esportatore della ‘guerra santa’ nel mondo moderno. Ali Khamenei non si considerava il custode di uno stato-nazione, si considerava il guardiano di una rivoluzione le cui ambizioni si estendevano ben oltre i confini dell'Iran. L'Iran gli è servito da base per questo progetto rivoluzionario. Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen, le milizie in Iraq e Siria – ognuno è un elemento di una rete in continua espansione. I proventi del petrolio sono diventati strumenti di espansione della rivoluzione. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha costituito la spina dorsale di un'infrastruttura neo-imperiale costruita attraverso delegazioni, canali di intelligence e addestramento ideologico, che fanno parte di un ampio ecosistema rivoluzionario.

L'Occidente si è avvicinato alla Repubblica Islamica come avrebbe fatto con qualsiasi altro stato, presumendo che incentivi, negoziati e integrazione economica potessero modificare il comportamento del regime. Questo presupposto raggiunse la sua espressione più evidente nel Piano d'azione congiunto globale (JCPOA) del 2015, cioè l’accordo sul nucleare iraniano. La logica alla base dell'accordo era semplice e profondamente radicata nel pensiero politico occidentale: la diplomazia avrebbe moderato il regime, gli aiuti economici avrebbero creato incentivi per una condotta responsabile e un governo che beneficiasse dell'integrazione globale avrebbe avuto qualcosa da perdere dalle guerre.

Il risultato fu uno straordinario afflusso di risorse nel sistema iraniano. L'allentamento delle sanzioni restituì decine di miliardi di dollari a Teheran. I mercati internazionali si riaprirono. Il regime ottenne rinnovato ossigeno finanziario. Nulla di tutto ciò alterò la traiettoria del regime. L'Iran continuò a portare avanti il suo programma nucleare. Lo sviluppo dei missili balistici accelerò. I finanziamenti per le milizie mercenarie aumentarono. L'obiettivo strategico rimase invariato: la distruzione di Israele, l'indebolimento dell'Occidente e la graduale espansione della sfera ideologica iraniana.

Vista da questa prospettiva, la storia degli ultimi quattro decenni diventa più chiara. La Repubblica Islamica non ha mai tentato di normalizzarsi all'interno dell'ordine internazionale - ha cercato di rimodellarlo. Per decenni i negoziati si sono alternati all'espansione del regime. L'impegno diplomatico si è alternato alla guerra per procura. Ogni apparente momento di moderazione ha generato risorse che hanno sostenuto la lunga campagna.

Ora quel ritmo è stato violentemente interrotto con l'inizio della guerra americano-israeliana contro il regime. Ciò che seguirà è incerto. Cinquant’anni fa Isaiah Berlin avvertì che la fede in una storia che si svolge secondo leggi prevedibili è tra le illusioni più pericolose del pensiero politico moderno.

L'apparato militare del regime potrebbe concludere che la sopravvivenza richieda una riorganizzazione interna. Un colpo di stato dall'interno dell'apparato di sicurezza potrebbe essere presentato al mondo come la fine della Repubblica Islamica, preservando la macchina repressiva e aggressiva.

Il risultato peggiore sarebbe un ritorno al consueto schema in cui la guerra si dissolve in negoziati mentre il regime rivoluzionario rimane intatto. Regimi del genere sono più che pazienti. Superano le pause, si riprendono dalle battute d'arresto e tornano alla lotta con rinnovata determinazione.

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