‘Imagine: on love and Lennon’, di Ze’ev Maghen

14/08/2025

in New Essays on Zionism, pag 252-292 – Shalem Center, 2006

George Friedmann, ebreo ungherese la cui famiglia trovò rifugio negli USA nel 1956 e grande esperto di geopolitica, consulente del Pentagono e della Casa Bianca fino al 2005, poi fondatore di Strategic Forecasting e di Geopolitical Futures, ci insegna che non si capisce né la storia né la geopolitica se non a partire dalla consapevolezza che tutte le nostre azioni personali e di gruppo sono originate da ‘love of one’s own’, l’amore sia per ciò che ci è proprio sia per ciò cui apparteniamo. Nella narrazione di Ze’ev Maghen (docente universitario) lo stesso concetto è presentato con una lunga narrazione divertente, di cui riassumiamo i tratti essenziali.

Narra Ze’ev Maghen che, mentre era in coda all’aeroporto di Los Angeles, alcuni giovani Hare Krishna in tonaca arancione tentarono di vendergli il loro libro sacro. Riconoscendo nel loro inglese la r gutturale degli israeliani, ‘il cuore mi precipitò fino al duodeno’, scrive Maghen. Rispose con una domanda in ebraico, scoprendo così che i giovani ‘Hare Krisna’ erano israeliani del suo stesso quartiere a Ramat Hasharon. Iniziò allora una allegra conversazione sulla loro città, attorno al tavolo di una caffetteria. Prima di lasciarli Ze’ev chiese perché mai vendessero ‘quel libro’. Lo guardarono in tono commiserevole, spiegando che scegliere una religione ed un libro sacro piuttosto che un altro equivale a creare una gerarchia fra le religioni e fra i credenti, dunque fra le persone, cosa che è contraria ad ogni principio morale! L’abolizione di ogni gerarchia è il mezzo necessario per eliminare le barriere e portare armonia e pace in tutto il mondo - cosa indispensabile ora che il mondo è uno solo, le distanze sono rapidamente e facilmente superabili. E’ necessario accettare e amare tutti allo stesso modo, per essere veramente tutti liberi. Vedendo che non era convinto e che scherzava su quanto gli veniva detto, uno finì col perdere la pazienza e lo accusò di essere fascista e moralmente disgustoso e minacciò un attacco fisico (il ragazzo evidentemente non si era esercitato a sufficienza nell’accettazione universale).

Meditando sull’accaduto, Ze’ev pensò che la domanda che si pongono oggi non soltanto quei giovani israeliani, ma in generale i giovani in Occidente, è: voglio essere cittadino del mondo, progressista, secolare, senza affiliazioni specifiche - o addirittura ‘me stesso’ e basta, senza appartenenze - oppure dovrei essere pienamente ebreo, o cristiano, o legato alla mia specifica nazione, o a uno specifico gruppo? Quali elementi universali e quali caratteristiche specifiche posso far coesistere nella mia identità? Dire che i giovani si pongono queste domande è un’iperbole, aggiunge l’Autore, perché in buona parte la risposta gliel’hanno già data genitori e ambiente prima ancora che si ponessero la domanda, e a loro va bene. Poi ci sono i giovani che non pensano proprio nulla: seguono le mode, gli amici di turno. Pochi si pongono davvero domande, si chiedono che significa essere ebreo o cristiano o hindu, liberale o conservatore o comunista, laico o credente. Comunque anche i giovani che si pongono domande presto finiscono col dare maggiore importanza alla vita sociale, ai divertimenti e agli sport del gruppo.

Perché mai dovremmo ritenere importante chiedersi chi siamo e in che cosa crediamo? Dopo un divertente excursus su come e perché egli stesso è diventato attivo cittadino d’Israele ed ebreo convinto, e dopo aver rassicurato i lettori che non insulterà la loro intelligenza chiedendo di mandargli soldi per qualche buona causa, Maghen invita i lettori stessi a diventare… salmoni. Cioè ad andare controcorrente, risalire a monte.

Quindi narra di quando lui era in High School negli USA e – come tutti- adorava i Beatles e i Rolling Stones. Poi John Lennon fu ucciso. Il suo inno – che ancora fa battere il cuore e accapponare la pelle – era ‘Imagine’.

Imagine there's no heaven                                                           Immagina che

                                                                                           non ci sia il paradiso                 

It's easy if you try                                                                 è facile se provi.            

No hell below us                                                                                    nessun inferno sotto di noi

Above us only sky                                                                                 sopra di noi solo il cielo                             

Imagine all the people                                                                     Immagina tutta la gente

Living for today                                                                                       che vive per oggi

Imagine there's no countries                                                     Immagina che non ci siano paesi

It isn't hard to do                                                                                   non è difficile farlo

Nothing to kill or die for                                                                   Nulla per cui uccidere o morire

And no religion too                                                                              ed anche nessuna religione 

Imagine all the people                                                                     Immagina tutta la gente

Living life in peace                                                                               che vive la vita in pace

You may say I'm a dreamer                                                          Dirai che sono un sognatore

But I'm not the only one                                                                  ma non sono l’unico

I hope someday you'll join us                                                    Spero che un giorno ti unirai a noi

And the world will be as one                                                       e il mondo sarà come uno .

Imagine no possessions                                                                Immagina che non ci siano possedimenti

I wonder if you can                                                                              mi chiedo se ci riesci

No need for greed or hunger                                                      Nessun bisogno di avidità o di fame

A brotherhood of man                                                                      una fratellanza umana

Imagine all the people                                                                     Immagina tutta la gente

Sharing all the world                                                                          che condivide il mondo intero

You may say I'm a dreamer                                                          Dirai che sono un sognatore

But I'm not the only one                                                                   ma non sono l’unico

I hope someday you'll join us                                                    Spero che un giorno ti unirai a noi

And the world will live as one                                                        e il mondo vivrà come uno

Che magnifiche, emozionati parole – per non parlar della musica!  Ma, dice Maghen, la bella ballata di John Lennon è una marcia della morte, il requiem per il genere umano. La realizzazione del suo sogno avrebbe come inevitabile conseguenza la completa e irreversibile distruzione dei sogni, delle speranze, della felicità, delle ragioni di vita di ognuno di noi e di ogni nostro conoscente ( … ) il risultato sarebbe il più orrendo e devastante si possa ‘immaginare’.

Perché vi alzate al mattino? Che cosa vi spinge a vivere ed agire giorno per giorno? A porvi obbiettivi? A far qualunque cosa abbiate fatto e farete? Per che cosa vivete e potreste morire? Salute, successo, soddisfazione personale? Sì, ma tutte queste cose sono importanti non di per sé, ma in quanto mezzi…. per che cosa? Di che cosa non possiamo davvero fare a meno? La risposta ce la danno di nuovo i Beatles: all you need is love! Se pensate sia un cliché, riflettete.  Noi viviamo per amore: amore dei genitori, dei figli, dei fratelli, degli amici, dei compagni, dell’innamorata o dell’innamorato. Ogni esperienza intellettuale, il successo economico o politico, la creatività, l’avventura - tutto questo non ha significato, non prende neppure l’avvio, se non è mosso dall’amore.  Ma che cosa è l’amore?

Maghen narra che a Gesù e a rabbi Akiva (che vissero a distanza di poco meno di un secolo l’uno dall’ altro) venne posta la stessa domanda: quale è la parte più importante dell’intera Torah? Entrambi risposero ‘ama il prossimo tuo come te stesso’. Ma come interpretare e applicare tale precetto? Nel Talmud viene ipotizzata la situazione in cui io e un amico carissimo andiamo insieme nel deserto, dove ci perdiamo; dopo poco l’amico esclama: ho dimenticato a casa l’acqua! Io ne ho una bottiglia, che però non basta per entrambi. O uno dei due beve tutta l’acqua e sopravvive, oppure si condivide l’acqua ma moriamo entrambi. Che cosa debbo fare? La risposta viene chiesta a Rabbi Akiva e a un certo Ben-Petura, che nell’ebraismo del II secolo era uno degli appellativi con cui si alludeva a Gesù. La risposta di Ben-Petura -Gesù è: condividi l’acqua e muori insieme all’amico, perché tu non vali più del tuo amico. La risposta di Rabbi Akiva è: bevi l’acqua e sopravvivi, perché la vita è il sommo valore.

Seguono nel testo di Maghen varie citazioni dal Vangelo di Matteo in cui Gesù esplicitamente chiede di abbandonare – o mettere in secondo piano – famiglia e amici a chi vuol far parte dei suoi discepoli. Perchè il Cristianesimo è un sistema universalistico che vuole trascendere ogni altra appartenenza. Ci sembra bellissimo l’amore universale, vero?  Ma ora, dice Maghen, immaginiamo situazioni del mondo reale. Innamoriamo!  Dunque sono innamorato, mi metto la giacca di Armani, compro un brillante grande come un uovo, corro dall’amata, mi inginocchio e dichiaro: sposami! Io ti amo! Ti amo tanto! Ti amo come …come…. come tutte le altre donne, quelle di prima e quelle di dopo, come la natura e le piante e gli uccelli… come … Ma prima che finisca mi arriva un calcio all’inguine che mi fa torcere dal dolore. Ma cooome!  Il fatto è che l’amore universale non è amore per niente. E’ retorica, o è uso improprio del termine. L’amore è per definizione scelta, dunque separazione dal tutto. Oppure non è amore. Se cercate una babysitter e si offre una donna che vi dice che amerà i vostri figli come i suoi, non assumetela: sarebbe una pessima babysitter. L’amore è radicalmente discriminatorio. La radice ebraica k-d-sh, da cu derivano le parole che indicano santità e benedizione, significa ‘separare’. Tutti gli esseri umani amano chi scelgono o ciò che scelgono, separandoli da tutto il resto. Chi vi predica l’amore universale in realtà vuole sottrarvi la più essenziale delle esperienze e la più forte delle emozioni umane: l’amore. Gli esseri umani tenderanno sempre e ovunque a formare gruppi, a selezionare le persone con cui vivere, a scegliere le persone da amare ‘con tutto il cuore’. O abbiamo qualcuno attorno a noi che ci ama e che a nostra volta amiamo, oppure la nostra vita è vuota. Tanto varrebbe esser morti. Infatti Gesù ripeteva costantemente ‘ il mio regno non è di questo mondo’ - sapeva bene che l’amore universale non sarebbe mai divenuto realtà in questo mondo. Ci sono mai stati tentativi seri di costruire una società basata sull’amore universale in questo mondo? Qualcuno ci ha provato? Sì, Stalin, Mao, Pol Pot.

Quindi Ze’ev Maghen racconta la storia tramandatagli dal nonno paterno, ebreo iraniano della città di Kashan, dove c’era un’antica comunità ebraica. Secondo questa storia un ebreo vendette del tessuto a un Mullah a un prezzo eccessivo, Il Mullah si adirò e chiese al governatore della regione che costringesse gli Ebrei alla conversione, pena la morte. Il governatore accettò la richiesta. Gli Ebrei avevano pochi giorni di tempo. I capi della Comunità ebraica non sapevano che fare, ma la moglie del rabbino, nota per la sua saggezza, disse ’ci penso io’. Radunò le sue sei sorelle attorno al samovar di the al gelsomino e tutte si misero a tessere intensamente giorno e notte. Il giorno dell’ultimatum una delegazione di Ebrei di Kashan si recò dal governatore con due grossi rotoli, che deposero ai suoi piedi. Sfidando la sua ira, gli chiesero di poter umilmente presentare due tappeti, e il governatore avrebbe potuto sceglierne uno in regalo, prima della sentenza. Sciorinarono il primo grande tappeto, che era un raffinato e complesso intreccio di molte forme e colori diversi. Magnifico! Gli occhi del governatore scintillarono e chiese di vedere il secondo. Il secondo era tutto uniformemente rosso. Perché? Il capo delegazione spiegò che il primo tappeto rappresentava la provincia di cui era a capo il governatore, ricca di popoli e di fedi diverse – mussulmani, cristiani, zoroastriani, manichei, azeri, mandei, turcomanni ed ebrei. Ma forse sua eccellenza preferiva il secondo, tutto di un solo colore? Con l’aggiunta di 150 000 monete d’oro il primo tappeto fu accettato e la richiesta di conversione o morte fu annullata.

Maghen cita poi il famoso psicologo ed educatore svizzero Piaget, che dimostrò come il processo di evoluzione infantile si misura in base alla capacità di distinguere se stessi dagli altri e divenire consapevolmente ‘diversi’ rispetto agli altri. Non distinguere è una regressione, non un progresso. Divisi resistiamo, uniti cadiamo! dice Maghen, rovesciando il celebre motto di Churchill nel 1941, che però gli serviva per incitare il popolo alla guerra, non alla pace. La pace ha bisogno di gruppi autonomi, costituitisi per comunanza di destino e di tradizioni, che cooperano fra di loro in nome di pochi essenziali principi universali.

Questa visione si può assimilare al multiculturalismo? Il multi-culturalismo equivale a quel tappeto multicolore? Potrebbe esserlo, se non fosse invocato abitualmente nelle università e nei circoli intellettuali soltanto per denigrare la propria tradizione e la propria cultura, per distruggerla dall’interno autoaccusandosi di imperialismo e razzismo, senza rivendicare anche tutti i suoi aspetti positivi. O per costruire una presunta super-cultura globale ed ugualitaria, che tende a considerare negativamente ogni tipo di differenza, non soltanto le ineguaglianze che derivano da sistemi oppressivi.

Come possiamo esercitare il rispetto per altre culture ed eventualmente imparare dalle altre culture, se vogliamo distruggere le differenze fra le culture, se vogliamo il Villaggio Globale, con una sola lingua internazionale iper-semplificata per esser comprensibile a tutti, con gli stessi negozi, le stesse marche e gli stessi prodotti a New Delhi o a Chicago o Pechino? Non è meglio essere orgogliosi delle proprie tradizioni millenarie? Il fascino dell’incontro fra popoli e culture non è proprio costituito dalle differenze? Vogliamo vivere in un mondo omologato, dove ognuno vive in case identiche a quelle di tutti gli altri, mangia gli stessi cibi, usa gli stessi colori, gli stessi odori, la stessa lingua, gli stessi abiti, ha le stesse abitudini, guarda gli stessi video, sostiene le stesse tesi? Samuel Coleridge scrisse ‘ the most general definition of beauty - Multeyti in Unity (la definizione più generale di bellezza: Molteplicità nell'Unità).

La ricchezza di ogni individuo è essere se stesso in quanto erede di una specifica tradizione; siamo capaci di dialogare ed apprezzare altre tradizioni soltanto dopo aver sviluppato la capacità di amore emotivo e intellettuale in un gruppo ristretto. If you love everybody you love nobody – and if you love nobody you love nobody. Né l’universalismo né l’individualismo formano un ricco tappeto o un mondo bello e interessante.

Nessuna delle altre dottrine religiose al mondo si pone come la costituzione ideologica e politica di una specifica nazione e al contempo come sostenitrice di principi e leggi universali, lo fa soltanto la Bibbia. E noi Ebrei, dice Maghen, siamo non soltanto aderenti a un insieme di dogmi spirituali, siamo anche membri di una ampia famiglia, di una specifica tribù o nazione. In nessuna scrittura si fa riferimento a ‘dat yisra’el’ (la religione ebraica), né a ‘emunat yisra’el’ (la fede di Israele), ma soltanto a ‘am yisra’el ‘ (il popolo d’Israele), ‘knesset yisra’el (l’assemblea di Israele), ‘beit yisra’el (la casa di Israele), bnei yisra’el (i figli di Israele). E non c’è consesso di rabbini o di sapientoni che possa convincerci a interpretare diversamente le parole della Bibbia.

 Questo non significa essere come quei nazionalisti che pensano sia bello morire per la patria. Non auguro a nessun di morire per la patria, tanto meno vorrei morire io per la a patria, dice Maghen. Ma spero di aver abbastanza amore per la mia famiglia, i miei amici, la mia ‘tribù’ per pensare che, se necessario, potrei anche morire per proteggere loro, per evitare la morte a loro. Le parole di John Lennon ‘niente per cui uccidere o morire’ hanno una premessa implicita: niente per cui vivere.

L’amore preferenziale è l’univo amore vero, l’unico che ci dà la motivazione per vivere ed eventualmente morire se necessario. È attraverso l’amore speciale che sentiamo per le persone che ci sono più vicine che impariamo ad amare anche quelli che sono più lontani, per analogia emotiva. Ama il prossimo tuo come te stesso’ non vuol dire: ‘tanto quanto te stesso’ (non è umanamente possibile), ma ‘allo stesso modo di stesso’, immedesimandoti in lui o lei). Ma è possibile farlo soltanto se si è sviluppata la capacità di amare la famiglia e chi ci è più vicino, proprio come in famiglia si sviluppa la capacità di camminare e correre, parlare e dialogare. Non sono questioni razionali, bensì altamente emozionali, ma sono le emozioni il motore delle azioni umane. E ci proteggono dall’egoismo individuale. Narra il Midrash che ci sono 12 persone su di una barca. Una di loro inizia a fare un buco nella chiglia, sotto alla sua panca. Alle rimostranze altrui risponde ‘che vi importa? Il buco è sotto il mio sedile, non i vostri’. Se il gruppo è sulla stessa barca, il comportamento dell’individuo non può essere guidato soltanto dalla propria volontà.

 Il malessere occidentale del vivere per se stessi si accompagna ad un altro forte malessere: vivere soltanto per l‘oggi. È un malessere che indebolisce la nostra psiche scollegandola dal vasto e affascinante potpourri di elementi che potenziano mente e cuore, posizionati sulla linea verticale del tempo. Vivere per l’oggi significa vivere isolati sul piano temporale. Si può essere in uno stadio con 10000 persone, ma assolutamente soli nel tempo, senza memorie emotive e culturali profonde. Che cos’è un uomo svuotato di ricordi emotivi ed intellettuali? È come una rapa. La profondità temporale di ricordi ci fa presagire che cosa potrebbe essere l’immortalità, ci fa vivere al di fuori dei ristretti limiti dell’io. L’io stesso sprigiona un’energia psichica che è il frutto del cumulo di esperienze, di emozioni e di conoscenze di cui è fatta la vita. Possiamo salire sulle spalle delle generazioni passate e palpare le pareti dell’immortalità. È esattamente il contrario dell’immaginare ‘all the people living for to-day’ (John Lennon).

Se hai la fortuna di essere ebreo, guardi al mondo dalle spalle di generazioni su generazioni che della vita – e della morte – hanno provato tutto nel peggio e nel meglio, ed hanno sempre trovato in sé abbastanza amore per ricominciare, provare di nuovo, continuare una cultura di oltre tre millenni.

Magen chiude il suo saggio citando le parole di Tolstoy nell’articolo ‘What is a Jew?’, pubblicato a Londra su ‘ The Jewish world’ nel 1908: The Jew is the emblem of eternity. He whom neither slaughter nor torture of thousands of years could destroy, he whom neither fire nor sword nor inquisition was able to wipe off the face of earth, he who was the first to produce the oracles of God, he who has been for so long the guardian of prophecy, the pioneer of liberty and the creator of true civilization, and who transmitted all these to the rest of the world - such a nation cannot be destroyed. The Jew is everlasting as eternity itself.

(L'ebreo è l'emblema dell'eternità. Colui che né il massacro né la tortura di migliaia di anni hanno potuto distruggere, colui che né il fuoco, né la spada, né l'inquisizione hanno potuto cancellare dalla faccia della terra, colui che è stato il primo a produrre gli oracoli di Dio, colui che è stato per così tanto tempo il custode della profezia, il pioniere della libertà e il creatore della vera civiltà, e ha trasmesso tutto questo al resto del mondo: una tale nazione non può essere distrutta. L'ebreo è eterno come l'eternità stessa)

Nota: Ze’ev Maghen, americano e israeliano, è docente di arabo e storia dell’Islam, presidente del Dipartimento di studi sul Medio Oriente all’Università Bar-Ilan, membro del Begin-Sadat Institute for Strategic Studies, responsabile del programma di studi sull’Islam e sul Medio Oriente dello Shalem College a Gerusalemme.

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