L’Orientalista, di Tom Reiss, una finestra sull’abisso della storia

21/07/2023

In occasione di un viaggio in Azerbaigian un’amica mi ha consigliato di leggere il libro di Tom Reiss ‘L’Orientalista, l’ebreo che volle essere un principe musulmano’, tradotto e pubblicato in Italia da Garzanti nel 2006, purtroppo oggi introvabile. Ho acquistato l’ultima copia in vendita online da un collezionista, pagandola una cifra spropositata, ma non me ne pento: è uno dei libri più interessanti che abbia avuto occasione di leggere nell’ultimo decennio.

Tom Reiss ha dedicato cinque anni di ricerche a ricostruire e scrivere questa biografia di Lev Nussimbaum, che nasce ebreo a Kiev nel 1905 ma cresce a Baku (sosterrà sempre di essere nato in treno), muore musulmano a Positano nel 1942, a soli 36 anni, per un morbo rarissimo, dopo aver vissuto esule da Istanbul all’Inghilterra, dalla Germania a New York, da Parigi a Vienna, sempre scrivendo e pubblicando centinaia di articoli e decine di libri in lingue diverse con pseudonimi diversi (alcuni dei quali ristampati e letti ancor oggi in alcuni paesi), frequentando tutti gli ambienti intellettuali d’Europa, sia comunisti sia liberali o persino fascisti e nazisti, mescolandosi con Islamici, Ebrei, Cristiani e ‘mangiapreti’. A Positano sopravvisse, già malatissimo, grazie agli aiuti di Giovanni Gentile e di Ezra Pound, tramite i quali cercò invano di farsi nominare biografo ufficiale di Mussolini, in piena guerra mondiale.

Fra gli amici esuli in Francia e in Inghilterra ci furono le famiglie Pasternak e Nabokov, ma con i compagni di liceo in Germania Lev si spacciava per principe musulmano. O meglio si comportava da principe musulmano e tale si sentiva: un orientale di antica cultura semita, com’era quella del tardo Impero ottomano prima dell’ascesa dei nazionalisti turchi, capace di accogliere, capire e tollerare ogni tipo di cultura comunitaria. La madre di Lev fu un’ebrea comunista rivoluzionaria bielorussa che si suicidò quando Lev aveva cinque anni. Il padre fu un ebreo magnate del petrolio, capace di integrasi in qualunque comunità e di cavarsi d’impaccio in qualunque situazione, mantenendo garbo ed eleganza da gran signore anche nell’estrema miseria. Ma finì gassato ad Auschwitz dai nazisti. La moglie Erika, figlia del ricco commerciante ebreo Loewendhal, negli anni ‘30 cambiò nome e si traferì a New York,   volle divorziare da lui e si risposò più volte, sempre con tedeschi e austriaci di antica nobiltà.

Nel narrare la storia di Lev Nassimbaum (alias Kurban Said, alias Essad Bey), Tom Reiss ricostruisce in modo dettagliato e avvincente gli ambienti culturali, letterari e politici d’Europa, del Caucaso e dell’Impero ottomano dal 1905 (l’anno della prima rivoluzione contro lo Zar) al 1942.

È la figura di Lev Nassimbaum ad affascinare l’Autore, che nell’introduzione scrive:

‘Quando i bolscevichi invasero Baku, lui e il padre scapparono insieme a una carovana di cammelli, attraversando la Persia e i deserti del Turkestan; in seguito, Lev sarebbe sfuggito alle grinfie dei bolscevichi fingendosi uno di loro, per poi attraversare l’Europa e convertirsi all’islam nell’ambasciata ottomana di Berlino nel 1932, durante gli ultimi giorni dell’Impero ottomano. Accadde quando non aveva ancora compiuto 18 anni, e rappresentò soltanto l’inizio delle sue avventure (…)

Indagare sul mistero di Lev Nussimbaum mi ha inoltre condotto nell’oscuro mondo dei profughi e degli apolidi creato dalla rivoluzione russa e dalla Prima guerra mondiale e dagli avvenimenti che in Germania posero le basi per il nazismo e la seconda guerra mondiale. Essenzialmente, Lev rimase imprigionato tra una rivoluzione in Russia e una in Germania che si attribuì un nome diverso. Interi imperi sarebbero scomparsi senza lasciare traccia nel giro di pochi anni e molte persone non sarebbero sopravvissute oppure, come lui, non avrebbero mai smesso davvero di scappare per salvarsi la pelle (…)

Più significativo per me delle sue prime fughe e dei suoi primi cambiamenti di identità fu il modo in cui, per tutta la vita, rifiutò di lasciarsi imbrigliare nel ruolo che le ideologie del XX secolo volevano imporgli. Mentre la maggior parte degli Ebrei in Germania dopo la prima guerra mondiale si sforzò strenuamente di integrarsi, Lev fece tutto il possibile per distinguersi come un outsider etnico, sfoggiando ampie tuniche e turbante nei caffè di Berlino e Vienna. Ma la sua identità di guerriero del deserto, alla fine, trasse in inganno persino lui: scelse di restare in Europa, lasciandosi sfuggire una dopo l’altra diverse occasioni di mettersi in salvo trasferendosi nella casa newyorkese dei suoceri miliardari. Fuggito dalla Vienna occupata dai nazisti per recarsi nel Nord Africa, si affrettò a tornare nel cuore dell’Europa fascista, come se una strana attrazione lo mantenesse nell’orbita delle forze destinate a sconfiggerlo’.

Al termine della lettura, a me rimane la visione di un potente affresco di realtà umana e sociale estremamente complessa ed emozionante, come quello che emergeva dai racconti dei miei nonni nei primi anni del dopoguerra. I nonni avevano vissuto da adulti la Prima e la Seconda guerra mondiale. Si erano sposati nel 1913, provenendo da due retroterra diversi: la nonna da una borghesissima famiglia di grandi imprenditori liguri, alcuni dei quali ferocemente antisemiti, il nonno da una famiglia di Ebrei e ‘marrani’ portoghesi, trasferitisi da Amsterdam a Venezia e Livorno, mentre altri rami della famiglia si traferivano in Inghilterra e in Francia. I nonni raccontavano storie di persone e famiglie, cristiane o ebree, monarchiche socialiste o fasciste, di alto livello sociale o di umili condizioni, istruite o ignoranti, vecchie o giovani, ma tutte diverse e alquanto imprevedibili perché nei momenti decisivi, quando era necessario scegliere come comportarsi, era stata soltanto l’apertura del cuore e della mente del singolo a determinare se sarebbero stati delatori oppure no, se sarebbero stati coraggiosi combattenti o imboscati a rubacchiare nelle retrovie, accusatori o salvatori di chi era in pericolo – o se avrebbero voltato la testa e cercato di dimenticare. L’insieme di tutte queste storie era diventata ‘la storia’ di cui leggevo sui libri di scuola, determinata prepotentemente non dal pensiero e dai comportamenti variegati e contraddittori delle persone, ma (secondo la narrazione prevalente) dallo scontro fra grandi ideologie. Più tardi ho capito che in realtà la storia è forgiata dagli eventi internazionali, dalla scelta delle alleanze, dalle guerre, dalla potenza economica e tecnologica. Cioè dalla geopolitica, di cui le persone raramente si occupano, considerandola – giustamente – al di sopra delle loro teste, ma anche poco influente sulla loro realtà, mentre è invece determinante per tutti i nostri destini. Le ideologie politiche e sociali – persino quelle religiose – sono strumenti possenti da usare come armi, più delle armi, soprattutto negli scontri-incontri con altre popolazioni, altre potenze, altre regioni del globo. Sono armi possenti, ma non sono i motori della storia. La storia è molto più complessa di una serie di scontri fra ideologie. 

 

Laura Camis de Fonseca

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