L’ordine internazionale e la tradizione cinese

27/05/2016

Dalla fine della Guerra Fredda il diritto all’autodeterminazione dei popoli, la democrazia e diritti umani universali sono al centro del dibattito politico e sono diventati – almeno formalmentefattori di legittimazione della politica dei governi a livello sia nazionale che internazionale. Gli Stati Uniti hanno spesso fatto leva sulla retorica dei diritti umani per legittimare i loro interventi, come nel caso della guerra in Kosovo o del regime change in Iraq. Ma la concezione dei diritti umani sostenuta dalle istituzioni internazionali non è universalmente accettata – i paesi islamici ad esempio ne hanno stilata una loro diversa versione. Altri paesi, con in testa la Cina (ma anche la Turchia), sostengono esplicitamente che l’unità e la sovranità dello stato sono più importanti dei diritti umani e del diritto all’autodeterminazione.

La ritrosia di Pechino a intervenire negli affari interni di altri paesi è la chiave della politica estera cinese da decenni. L’ex presidente Hu Jintao esplicitò questo atteggiamento con la politica dello “sviluppo pacifico” per cui la Cina, al contrario delle grandi potenze del passato, doveva rifiutare l’imperialismo e rispettare la sovranità degli altri stati, per contribuire al mantenimento di un ambiente internazionale pacifico. Questa concezione, che è la base del diritto internazionale sin dal trattato di Westfalia del 1648, è profondamente legata alla storia del paese.

Il crollo dell’Unione Sovietica ha portato al cambio di regime in molti paesi: è la cosiddetta ‘quarta ondata’ di democratizzazione. La Cina – con un sistema autoritario basato su un partito unico – ha assunto una postura difensiva nelle frequenti discussioni sui principi di democrazia, libertà d’espressione e diritti umani. Nel frattempo il Paese ha conosciuto uno sviluppo enorme, divenendo la seconda economia al mondo dopo gli USA e acquisendo grande peso nel sistema internazionale. Di fronte alla retorica dei diritti umani e allo sforzo statunitense di limitare la sua ascesa, la Cina si è aggrappata al principio dell’inviolabilità della sovranità territoriale e non è mai intervenuta negli affari di altri stati.

L’attaccamento cinese al principio dell’inviolabilità della sovranità dello stato ha radici più profonde, che risalgono all’esperienza coloniale. Data la loro impareggiabile posizione geopolitica, dopo la guerra anglo-americana del 1812 gli Stati Uniti non sono più stati soggetti a interventi di potenze straniere. La Cina, al contrario, ha vissuto il cosiddetto “secolo delle umiliazioni” − iniziato nel 1839 con la prima Guerra dell’Oppio e conclusosi nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare − durante il quale ha subito gravi sconfitte, forti limitazioni alla propria sovranità e visto la fine dell’impero. Nel giro di poche generazioni la Cina perse peso e prestigio internazionale, cedendo il controllo effettivo di grandi porzioni di territorio a paesi cui guardava con superiorità, come il Giappone e il Regno Unito. 

In questo periodo particolarmente difficile era al potere la dinastia Qing, che regnò dal 1644 al 1912 e costruì l’impero chiamato Zhong Guo, il Regno di Mezzo, per indicare che era il centro del potere celeste dell’Imperatore, che si estendeva in cerchi concentrici sui territori circostanti, per diritto divino. I Qing, di etnia manciù, sono spesso considerati estranei all’identità Han (gruppo etnico maggioritario), ma in realtà furono fondamentali per rendere la Cina la nazione multietnica che è oggi.

L’eredità dei Qing è evidente sotto molti aspetti nella Cina odierna, primo fra tutti l’estensione attuale del territorio cinese, che è quasi il doppio di quello che aveva sotto la dinastia precedente – quella dei Ming (1368-1644)−, benché abbia perso la Mongolia, Taiwan, parti della Siberia e del Kazakistan, le zone di confine con Myanmar e Tailandia. Senza i Qing, la Cina non avrebbe il controllo del Tibet, dello Xinjiang, della Mongolia Interna, di gran parte della Manciuria e di vaste fasce delle province del sudovest, come Sichuan e Yunnan. I Qing compirono imprese impensabili per conquistare la profondità strategica necessaria alla protezione della popolazione Han, cuore dell’Impero.

L’espansione territoriale sotto i Qing comportò grandi cambiamenti demografici. Nel XVIII e XIX secolo la popolazione aumentò molto, ma in nessuna regione lo fece tanto bruscamente quanto in Sichuan, Chongqing, Yunnan, Guangxi e Gansu, aree quasi disabitate prima dell’impero Qing. Questa espansione portò alla collisione con altre potenze in espansione, soprattutto con la Russia. A seguito di questi scontri venne introdotto in Cina il concetto occidentale di sovranità territoriale. Come nell’Europa prima del trattato di Westfalia, l’idea cinese di sovranità non prevedeva confini ben definiti. I Cinesi pensavano al potere territoriale in termini di cerchi concentrici di influenza: l’impero era il nucleo centrale dal quale il potere si espandeva verso l’esterno, affievolendosi mano a mano che ci si allontanava dal centro. Talvolta questi anelli si sovrapponevano con le zone di influenza di potenze vicine, lasciando grandi porzioni di territorio in una zona grigia su cui la Cina esercitava un controllo solo parziale. All’inizio del XVIII secolo, quando la Cina si scontrò con la Russia per l’influenza sull’Asia continentale, questa concezione della sovranità lasciò spazio a confini stabiliti e al concetto europeo di inviolabilità della sovranità territoriale.

Il periodo Qing influenzò notevolmente anche l’identità nazionale cinese. Prima del XIX secolo gli Han non avevano un’identità etnica omogenea, men che meno una solida coscienza nazionale. Le persone che vivevano in Cina si riconoscevano innanzitutto in identità regionali o locali. Le radici di una precipua identità Han vanno fatte risalire alle conseguenze della politica della dinastia Qing: quando la gente si spostò dal centro dell’impero alle zone di frontiera, cominciò a incontrare minoranze etniche come i Mao o gli Hui e fu in contrapposizione a queste minoranze che gli Han divennero gli Han. Quasi tutte le ribellioni contro il potere dei Qing iniziarono nelle aree di confine in risposta all’arrivo degli Han.

Subito dopo la fondazione del Partito Popolare Cinese all’inizio del XX secolo, i leader compresero che definire la Cina e il nazionalismo cinese in termini di identità Han serviva a mobilitare solo quelli che vivevano nel cuore della Cina, non le minoranze etniche racchiuse all’interno dei confini cinesi. Perciò si rifecero all’esempio dei Qing, riportando in auge il concetto di Zhong Guo – il Regno di Mezzo – per legittimare il proprio governo su un territorio eterogeneo. I leader cinesi del secondo dopoguerra hanno fatto altrettanto, definendo la lingua cinese Zhongguo Hua, ovvero la lingua del Regno di Mezzo, piuttosto che Hanyu, lingua degli Han. Ciò non toglie che il nazionalismo Han esista e sia ancora piuttosto forte, ma è evidente che l’eredità della dinastia Qing continua a influenzare le mosse di Pechino. Gli attuali sforzi per gestire le tensioni etniche in regioni come lo Xinjiang e per integrare le vaste aree di confine vengono direttamente dal programma Qing: sviluppo, infrastrutture, migrazioni interne di popolazione e istruzione pubblica centralizzata.

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