Politica e libertà.
Il filosofo politico Pierre Manent ripensa la storia dell’Occidente

14/06/2011

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Con questo titolo Daniel Disalvo ha recensito il 3 giugno 2011 su National Affairs due libri: Le Regard Politique, di Pierre Manent e Benedicte Delorme-Montini (Paris: Flammarion, 268 pp., 2010), e Les Métamorphoses de la Cité, di Pierre Manent (Paris: Flammarion, 424 pp., 2010).

I due libri presentano l’evoluzione del pensiero di Manent fino alle sue tesi attuali, che è interessante conoscere.

 

Ecco un estratto in italiano del saggio di Disalvo:

Sui pensatori politici francesi gli Americani si dividono in due campi opposti: alcuni li ammirano in modo acritico; altri invece li rifiutano con sprezzo. Questo è dovuto all’abisso che intercorre fra la filosofia politica francese e quella americana: mentre il pensiero politico americano rimane pervicacemente ancorato al liberalismo (quello che i Francesi chiamano ‘repubblicanesimo’), il pensiero francese ha prodotto filoni rivoluzionari e reazionari. Fino a poco tempo fa i luminari di Parigi erano legati alle correnti del marxismo, dell’esistenzialismo e del post-strutturalismo. Per quegli Americani che cercavano di uscire dai confini del liberalismo le ultime rivelazioni della ‘Rive Gauche’ erano una ventata d’aria fresca, per altri si trattava soltanto di cialtronerie da quattro soldi.

Ora in Francia è emersa una nuova generazione di pensatori che prende sul serio il liberalismo moderno, senza esserne ferventi paladini. Uno dei più quotati  è Pierre Manent, i cui due nuovi libri ‘Le Regard Politique’ e ‘Les Métamorphoses de la Cité’ meritano di essere letti sia per piacere che per uno studio più approfondito […]. Entrambi sono scritti in uno stile diretto e in una prosa priva di inutili tecnicismi […].

Le Regard Politique aprefinestre interessanti sulla vita e sulle opere dell’autore. Manent è nato in una famiglia comunista e ha vissuto in un ambiente socialista dove ‘non era praticamente possibile incontrare qualcuno di destra’. Non fu battezzato ma si convertì al cattolicesimo al liceo. All’École Normale Supérieure approfondì i suoi interessi politici leggendo Raymond Aron e Leo Strauss (‘l’autore con cui ho discusso più intensamente’), e poi contribuì alla nascita del giornale anticomunista Commentarie. Manent racconta la sua storia personale con modestia e discrezione, presentando i punti fondamentali del suo progetto intellettuale. Nel libro riflette sui tre ‘poli’ della vita – politica, filosofia e religione – e indaga su come riuscire a tenerli in equilibrio.

I primi lavori di Manent sono centrati su quello che Benjiamin Constant chiamava ‘la disputa degli Antichi e dei Moderni’. La disputa verte sempre su  cosa c’è di nuovo nella modernità. Che cosa significa essere moderni? Come Strauss,  Manent vedeva una rottura nella storia occidentale, iniziata con Machiavelli, che mette la modernità in opposizione all’antichità classica e al medioevo cristiano. La caratteristica essenziale della modernità sarebbe la sorprendente ambizione di fare dell’uomo il ‘padrone e possessore della natura’ (Cartesio), per liberare ‘l’essere umano dalla propria condizione di uomo’ (Francesco Bacone) attraverso ‘continui miglioramenti della condizione umana’ (Adam Smith). Che differenza dalla concezione  ciclica della storia del pensiero greco e dell’idea cristiana che il miglioramento dell’uomo può avvenire solo attraverso la grazia di Dio!

Les Métamorphoses de la Cité è un lavoro filosofico in cui Manent osserva la storia occidentale attraverso lenti nuove. Secondo l’autore la modernità non è il nodo centrale della storia, ma ne è soltanto un momento importante. Manent sviluppa l’idea della ‘forma politica’la forma è una struttura geografica, abitata da una certa popolazione, dove avviene la politica, e in cui coesistono diversi punti di vista. Ne distingue quattro tipi: la città antica, l’impero, la Chiesa e lo stato-nazione. Ognuna di queste forme politiche è caratterizzata da un territorio di diversa grandezza e da popolazioni diverse. Manent sostiene che la sorgente del dinamismo occidentale sta proprio nella competizione fra le forme, e dall’assenza di una forma superiore e prevalente.

Seguendo Aristotele, Manent sostiene che la città antica era dotata di una politica genuina perché sufficientemente piccola da permettere le deliberazioni faccia a faccia. I cittadini potevano esercitare la loro libertà vigorosamente nella piazza pubblica. La città quindi garantiva ai Greci una visione diretta e immediata della vita politica, rivelando tutta la natura umana nella sua grandezza e profondità. Ma l’energia civica generata dalla città fu anche la causa della sua fine: la città antica fu vittima delle guerre intestine e esterne, perciò fu rimpiazzata dagli imperi – prima dalla Macedonia e poi da Roma. 

Gli imperi, in particolare quello romano, aspirano a una sorta di universalismo che sorpassa la particolarità delle città. Però gli imperi finirono col cancellare la dimensione politica della vita. Manent esplora questo argomento trattando la ‘questione di Roma’, ovvero come una città,  basata su un modello innovativo, si trasformò in un impero vasto. Manent cita il pensiero di Cicerone per descrivere l’ascesa della Roma imperiale, momento di svolta della storia occidentale che per molti versi anticipa l’ordinamento moderno.

Al crollo di Roma la Chiesa tentò di offrire un nuovo tipo di comunità universale. Ma questa nuova forma introdusse confusione nel principio di autorità, per la commistione fra potere religioso e  potere politico. Secondo Manent la separazione fra ‘città di Dio’ e ‘città dell’uomo’ causò un problema ‘teologico-politico’ che non fu mai risolto. Tutti gli sforzi per separarli o unirli del tutto si sono rivelati pericolosi o deludenti.

Insoddisfatto delle alternative, l’Occidente diede vita a partire dal Medio Evo allo stato-nazione, che offriva la possibilità di vita civica. In un certo senso, lo stato nazione è il successore dell’antica città. Ma le guerre catastrofiche del XX secolo hanno mostrato i suoi lati negativi. Dopo le tragedie del secolo scorso, molti Europei oggi vorrebbero superare lo stato-nazione, e l’UE è stata concepita come un veicolo per la realizzazione di tali desideri. Ma i recenti dibattiti sull’espansione dimostrano che gli Europei non hanno un’idea chiara di che cosa l’UE dovrebbe essere. Perciò la ricerca di una forma politica in Europa continua.

Curiosamente Manent si oppose pubblicamente alla ‘costituzione’ europea, che infatti venne bocciata al referendum francese del 2005.  Manent rifiuta un’UE che mira a diventare un impero umanitario universale, perché questo elimina la possibilità di fare politica genuina. Nel progetto europeo Manent vede una sorta di ‘religione dell’umanità’, che annulla la politica in nome di una specie di auto-deificazione umana.  Questa fuga dalla politica nasce dal divorzio fra il processo di civilizzazione e la vita politica.  La modernità ha trasformato l’uomo occidentale da ‘animale politico’ in ‘animale da lavoro e da proprietà’. La politica perciò viene trattata con disdegno, mentre motori del cambiamento  paiono diventate la scienza e l’economia. 

Manent sostiene che la politica  è una dimensione fondamentale della vita umana. Come James Madison, Manent vede nella politica ‘il massimo riflesso della natura umana’. Ma la politica fiorisce  soltanto in circostanze particolari. Per prima cosa devono esserci ‘in agenda’ abbastanza temi che coinvolgano la popolazione, ma non troppi: la presenza di pochi temi rischia di rendere la politica banale, se ve ne sono troppi la politica cede il passo a un conflitto senza fine. Non esiste politica autentica nelle tribù, nelle tirannie e negli imperi. Sono poi necessari confini e limiti dello spazio pubblico in cui la politica possa realizzarsi, e all’interno di questi confini deve esserci una popolazione che si considera ‘cittadina’ a tutti gli effetti. Senza tali condizioni i cittadini non possono esercitare il loro diritto a prendere decisioni collettive, perciò la libertà e a rischio.   

Parafrasando Churchill, Manent  trova che lo stato-nazione è  la peggior forma politica, eccetto tutte le altre che l’Occidente ha provato. È la forma in cui la democrazia liberale è fiorita, e che offre le migliori prospettive per una sana politica. La conclusione di Manent è severa: dimenticatevi la politica, e vi dimenticherete anche la libertà.

 


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