Elegia per Hong Kong

28/11/2019

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Ci arrivai la prima volta a inizio agosto 1972, perché di lì sarei entrata in Cina. Fu una magia. Conoscevamo la maggior parte degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, avevamo esplorato in auto tutti i paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo, tutto il Medio Oriente e parte dell’Asia Centrale, la Persia dello Shah, l’Afghanistan di re Zahir, dalla medievale Herat tutta turchesi fino all’orgogliosa Mazar-i-Sharif, l’antica Bactria. Ma Hong Kong era un unicum, un miscuglio di culture, di stili, di panorami molto più affascinante e ribollente di vita di qualunque altro posto avessi conosciuto. Più vivace e moderna di New York, più colorata e tradizionale di Marrakesh, brulicante di personcine agili e magre che vivevano in case simili a termitai e lavoravano giorno e notte, attraversavano incessantemente il braccio di mare fra l’isola e la penisola su giunche motorizzate, costruivano grattacieli arrampicandosi senza protezione su lunghissime griglie di bambù, vestivano pigiami da lavoro in tela, usavano con eleganza le bacchette di legno monouso per mangiare le pietanze di Maxim’s (in cinese Meixin, bel cuore), luoghi di fast food cinese tutti beige e bordò, minuziosamente puliti, efficienti, con cibi appena cotti di eccellente qualità.

L’isola era attraversata da stretti tram a due piani, con sedili e scale minuscole, dove i miei 50 chili scarsi erano già troppo ingombranti. L’isola era una colonia inglese, ma non si vedeva un inglese in giro. Polizia e amministrazione, scuole e servizi pubblici, tutto era gestito in modo impeccabile dalla popolazione locale con grande precisione, gentilezza e rispetto. Fra i grattacieli c’erano ancora vasti spazi di cielo e di case basse, con qualche albero frondoso; si respiravano l’aria di mare e gli odori stordenti dei farmaci tradizionali cinesi, si cenava su chiatte illuminate dalle lanterne ad Aberdeen. Fra le saracinesche e sui marciapiedi spuntavano piccoli altari rossi in onore degli antenati e vecchie cassette di latta per la posta.

In aereo avevamo conosciuto un commerciante della Val Pellice che acquistava motorini elettrici fatti localmente ed esportati da un mediatore italiano di Hong Kong, il veneziano Gastone Drago. Così ci ritrovammo fin dalla prima sera al ristorante dello Sheraton con il produttore locale (un cinese che subito volle brindare in onore degli invitati ma, non tollerando l’alcool, cadde addormentato), Gastone e sua moglie Vivian, cinese nata in Indonesia. Fu l’inizio di una storia di amicizia e di lavoro lunga una vita. Gastone è morto un paio di mesi fa. Su sua richiesta, Vivian l’ha portato a morire nella loro casa in Veneto, una delle case in cui si spostavano frequentemente, le altre trovandosi a Singapore, Hong Kong, in Tailandia. Ma attraverso i decenni avevano vissuto anche a Torino (dove Vivian lavorò con me), in Svizzera e negli USA.

Anche se in quell’agosto del ’72 nessuno a Hong Kong credeva che noi avessimo davvero la possibilità di entrare in Cina, ci andammo (non basterebbe uno Thackeray per narrare quella Cina). Al rientro a Hong Kong non soltanto Drago e Vivian vollero sapere tutto, ma anche i fratelli e le sorelle di Vivian, tutti commercianti. Come la maggior parte degli abitanti di Hong Kong, i genitori di Vivian erano fuggiti dal vicino Fujiang per timore del dominio comunista di Mao Tse Dong. Erano andati in Indonesia, dove il padre aveva avviato un buon commercio e dove erano nati nove figli. Ma le persecuzioni contro i Cinesi sotto Suharto li avevano costretti a fuggire di nuovo. Avevano trovato accoglienza a Hong Kong, dove avevano ricominciato un intrico di fitti commerci internazionali, attraverso una rete di parenti e conoscenti in Australia e in Canada. Erano di spirito vivace, curiosissimi, intelligenti, assetati di conoscenza. Alcuni fratelli avevano scelto mogli intellettuali, dedite alle arti calligrafiche e ceramiche, con la pelle trasparente come porcellana, l’ossatura sottile, i gesti di un’eleganza estenuata. Sembravano gazzelle appena uscite dall’utero, incuriosite dalla luce della prateria ma timorose di iniziare a correre. Una si suicidò a 50 anni. Alcuni ambienti della mia casa ancora oggi traboccano dei suoi lavori.

Dal 1972 al 2005 continuai a passare frequentemente da Hong Kong. Vi ebbi anche un ufficio e un alloggio per i collaboratori, prima di poter trasferire, verso la fine degli anni ’80, uffici e alloggi presso alberghi in varie città della Cina, dove avevamo joint ventures con decine di fabbriche locali. Le giornate e le serate a Hong Kong erano sempre una festa, per quanto dense di lavoro. Oramai avevo decine di amici con cui andare a cena e discutere di tutte le novità al mondo. Che si trattasse di economia o di politica, di arte e architettura o di tecnologia, fra gli amici di Hong Kong c’era sempre qualcuno all’avanguardia, che sapeva e spiegava o raccontava in modo appassionato o divertente. Si davano ottimi concerti, e ai concerti si vedevano anche gli Inglesi, che mantenevano un basso profilo e non facevano mai parlare di sé i giornali.

Osservavo e incontravo anche frotte di impiegati, quelli che costituivano l’ossatura della città, la sua forza. Già nell’autunno del 1972, in un viaggio successivo per partecipare alla fiera di Canton, eravamo andati per le case-alveare dove vivevano impiegati e operai a cercare qualche brava sarta volonterosa, intelligente e creativa. Volevamo provare a tagliare e cucire con lei dei prototipi di pantofole in peluche che sembrassero musi di animali, cuccioloni con occhi da cartoon e orecchie morbide (col marchio Moppine de Fonseca ne avremmo poi riempito le case degli Italiani). Se fossimo riusciti a realizzare qualche campione che corrispondesse all’immagine che avevamo in testa, avremmo forse potuto farle produrre in Cina, dove schiere di ottime cucitrici, tagliatrici e ricamatrici lavoravano dieci ore al giorno nelle cupe fabbriche di proprietà pubblica per un pugno di riso al giorno, letteralmente. Ma non avevamo la possibilità di comunicare con gli operai in Cina, né di trovare materiali o fare esperimenti: la Cina della Rivoluzione Culturale era uno sterminato campo di lavoro e di paura, dove tutto era proibito e la miseria era estrema.

Visitammo così decine di minuscoli alloggi a Hong Kong dove intere famiglie lavoravano, studiavano, mangiavano e dormivano occupando il minimo spazio possibile, con gesti misurati e attenti e il grande rispetto reciproco delle popolazioni abituate da secoli a vivere in otto o dieci per stanza. Ma a Hong Kong, come in altre città dell’ex Impero britannico, si percepiva anche il grande senso di orgoglio di masse di persone che erano entrate nella modernità da relativamente poco tempo ma a pieno titolo, si erano adattate alla cultura inglese ma non ne erano schiave, apprezzavano a fondo il rispetto delle regole e delle persone che l’amministrazione inglese aveva saputo diffondere fra la popolazione locale.

A Hong Kong la buona educazione e le buone maniere erano molto apprezzate anche dagli strati più umili della popolazione, che aspiravano a far diplomare i figli, o addirittura mandarli all’università. Lavoravano e risparmiavano come formiche, per l’ascesa sociale dei figli. Tutto ciò contrastava profondamente con la situazione del resto della Cina, dove le scuole erano state chiuse e gli studenti venivano mandati a spaccare le opere d’arte del passato ‘borghese’, oltre a prendere a bastonate chi aveva modi ‘borghesi’, si mostrava colto e ben educato. In Cina bisognava sputare spesso, perché così faceva Mao, per una disfunzione personale (i pochissimi ospiti occidentali ne erano esentati perché, per quanto borghesi, cooperavano a sviluppare l’amicizia fra i popoli del mondo, perciò dovevano essere accolti così come erano), bisognava mangiare ingozzandosi e usando le bacchette in modo rigido privo di eleganza, avere gli abiti stracciati, rivolgersi al prossimo con durezza. Né si poteva pulire bene la casa o badare molto alla pulizia personale, non soltanto perché mancavano i bagni, le docce, i gabinetti e i saponi, ma perché curare l’igiene privata avrebbe significato dedicare più tempo al benessere personale, come fanno i ‘borghesi’, che a ‘servire il popolo’. La pena per i comportamenti ‘borghesi’ era la deportazione in campi di lavoro e di ‘rieducazione’, anche per tre o quattro anni, da cui si tornava − se si tornava − col fisico e il morale spezzato. E non c’era famiglia che non ne avesse avuto esperienza tramite qualche suo componente. Noi pochi occidentali invitati a ‘sviluppare l’amicizia e la cooperazione fra i popoli del mondo’ tramite il commercio non potevamo far molto danno con i nostri comportamenti borghesi alla Rivoluzione dei milletrecentocinquanta milioni di Cinesi: nell’agosto del 1972 eravamo otto in tutto, oltre ai primissimi diplomatici che stavano trasferendosi a Pechino. Tuttavia eravamo tenuti lontani da incontri diretti con la popolazione.

A Hong Kong la popolazione è orgogliosamente cinese, ma è anche orgogliosamente hongkoniana, il che ai loro occhi significa più pulita, più libera, più civile, più raffinata di quei ‘maleducati’ villani ignoranti nel resto della Cina. Ho in mente i miei impiegati di Hong Kong negli anni ’80, di livello sociale ed economico relativamente modesto, ma così dignitosi e orgogliosi di essere contemporaneamente cinesi e british, di avere il meglio di entrambe le culture e di essere liberi cittadini, che non tremavano davanti alle autorità o alla polizia. Già allora molti Hongkoniani andavano in Cina, commerciavano con la Cina, visitavano le famiglie rimaste in Cina nel 1946, aprivano fabbrichette in Cina. Capivano che la Cina si stava sviluppando, che sarebbe diventata ricca e potente, ma continuavano a sentirsi altro rispetto ai Cinesi: loro avevano un sistema di regole certe e rispettose della dignità di ogni persona, un sistema ordinato ma libero, molto british. Nessuno glielo avrebbe potuto togliere. Ora invece si sono accorti di poterlo perdere davvero, di poter persino perdere la certezza dell’habeas corpus. Hanno già perso l’ascensore sociale, possono soltanto difendere le loro posizioni. Negli uffici pubblici e nelle imprese economiche i quadri dirigenti arrivano dalla Cina. Se la manodopera scarseggia non si negoziano aumenti salariali e non si organizza il lavoro in modo da renderlo più produttivo, ma si fanno arrivare più Cinesi dall’interno, con le loro rozze maniere.

A reagire non sono stati i grandi commercianti e imprenditori come la famiglia di Vivian. Loro hanno fiutato il pericolo trent’anni fa e si sono procurati un doppio passaporto, se non triplo, hanno società e case a Singapore, in Canada, negli USA, in Australia. Le fabbriche le hanno in Cina, dove si pagano pochissime tasse e il costo del lavoro è ancora conveniente, ma hanno attività anche in altri paesi, vanno e vengono liberamente usando il passaporto più conveniente a ogni frontiera. I loro figli o nipoti studiano al MIT a Boston, a Londra o in Giappone o in California, non all’università di Hong Kong. All’Università di Hong Kong studiano i figli degli impiegati, dei poliziotti, dei negozianti, dei cittadini che non hanno né un secondo passaporto né i soldi per acquistare case all’estero, ma sentono forte l’orgoglio di essere cittadini di Hong Kong, soggetti soltanto alle regole della buona educazione e della civile convivenza fra persone libere.

I vecchi amici di allora – i loro discendenti − sono diventati parte dell’élite economica e culturale globale e sono contrari ai manifestanti: negli ultimi tempi mi hanno quasi quotidianamente mandato via WhatApp video sottotitolati in inglese contro i manifestanti, contro la violenza degli studenti. Video in cui si sostiene che la grande maggioranza della popolazione di Hong Kong è contraria ai manifestanti, ne è vittima. Ma le elezioni per le circoscrizioni locali hanno dimostrato che la popolazione è con gli studenti e non si rassegnerà facilmente.

In tutte le altre grandi città cinesi lungo la costa la popolazione ha goduto decenni di crescita non soltanto della ricchezza, ma anche della libertà di studiare, di viaggiare, di intraprendere: ha tutte le libertà eccetto quelle politiche. Ma le libertà politiche non possono essere negate a lungo a chi si sente classe dirigente per capacità di progettazione e per livello di conoscenza. Il governo cinese è tornato a usare i campi di rieducazione e di lavoro forzato per gli Uiguri, che sono relativamente pochi e sono ancora isolati dal mondo, ma sarà pronto a mandarci anche i colti e ben curati rampolli della nuova borghesia di Shanghai o di Pechino o di Tianjin? Tornerebbe a bloccarsi lo sviluppo economico e culturale del paese. Il comportamento che il governo cinese terrà nei confronti di Hong Kong nell’arco del prossimo anno costituirà probabilmente il modello del comportamento che adotterà anche nelle possibili future situazioni di irrequietezza politica nelle altre grandi città costiere. Spero che non sarà repressione dura.

Addio bellissima Hong Kong della mia gioventù (e maturità), addio alla città più vibrante di vita e più interessante nel mondo di allora.

 

Laura Camis de Fonseca

 

 

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