Se la divisione fra multiculturalisti e nazionalisti diventa lotta di classe

20/03/2017

Media e politici europei esultano per la ‘sconfitta’ di Geert Wilders alle elezioni olandesi − non è chiaro perché. Formare un governo sarà estremamente difficile, Wilders si è rafforzato − anche se meno del previsto − e la crescente divisione culturale e politica delle società europee (e di quella americana) non ha certo trovato soluzione.

Il ‘nuovo nazionalismo’ spaventa molti, che non ne capiscono le cause e le dinamiche e lo vedono come un ritorno al passato. Ma il passato non torna, il presente non evolve all’indietro.

Il principio all’autodeterminazione dei popoli, su cui è fondato non soltanto l’ordine internazionale ma anche il principio della libertà dei singoli cittadini, presuppone che i popoli esistano e che abbiano identità distinguibili. Presuppone ad esempio che gli Olandesi non siano Polacchi, che i Polacchi non siano Turchi e viceversa. La stessa Unione Europea presuppone stati e popoli diversi, non mira alla creazione di uno stato unico e di un popolo unico. Piaccia o non piaccia, possiamo sentirci Europei viaggiando in Giappone, perché le differenze fra Europei sono modeste se paragonate a quelle che avvertiamo nei confronti del Giappone, ma in Europa continuiamo a essere e a sentirci Italiani o Tedeschi, Portoghesi o Inglesi, anche se viviamo in uno stato diverso dal nostro. Qualunque tentativo di creare una sola lingua ufficiale per tutta l’Europa creerebbe subito ribellioni. Possiamo essere cosmopoliti e parlar bene varie lingue, ma amiamo la nostra lingua madre.

Il nazionalismo è una forma di amore per la comunità di appartenenza. Hitler ha mostrato al mondo che il limite fra l’amare la propria comunità e l’odiare e opprimere le altre è labile, tuttavia abolire o condannare l’amore per il proprio gruppo è umanamente impensabile. Significherebbe il livellamento delle differenze, l’imposizione di una identità collettiva unica, un potere centralizzato unico: uno scenario da incubo, la perdita di ogni libertà. La libertà è basata sulle differenze. Che uso fanno della libertà di movimento le formiche? Rimangono legate al proprio formicaio, e questa è l’unica differenza percepibile fra le formiche di formicai diversi. Che uso fanno della libertà politica gli elettori? Votano per il ‘loro’ partito, il che presuppone l’esistenza di gruppi con identità e interessi diversi.

In occasione di pericolo o di gravi difficoltà, ci stringiamo nella nostra comunità, nel gruppo in cui diamo e riceviamo aiuto. È di solito il gruppo in cui siamo cresciuti, di cui condividiamo la lingua e altri aspetti culturali, di cui percepiamo spontaneamente struttura, regole e comportamenti, fin nelle minuzie dell’abbigliamento e del modo di salutare.

Questo ci porta ai problemi dell’immigrazione, che sono concreti e dolorosi.

Gli Stati Uniti sono una terra di immigrati che sono rapidamente divenuti nazione, ma la nazione americana è stata costruita su tre condizioni essenziali: che tutti abbandonassero la lingue d’origine e parlassero inglese, che tutti accettassero le stesse leggi fondamentali (e per raggiungere tale accettazione si combatté anche una guerra civile) e che ci fossero buone possibilità economiche per tutti. Se non ci sono buone possibilità economiche l’immigrazione porta a rivalità fra gruppi diversi, produce amarezza rifiuto e povertà per tutti. Senza queste tre condizioni, l’assimilazione degli immigrati nella comunità che li accoglie è impossibile. In mancanza di integrazione, l’immigrato rimane un ospite temporaneo e tale si sente. Non sviluppa senso di appartenenza al paese in cui vive e le persone in mezzo alle quali vive lo sentono come un intruso che porta loro via case, posti a scuola e possibilità di lavoro, e pretende anche di cambiare le regole sociali della comunità.

I ricchi e le élite di tecnocrati e burocrati sono sempre cosmopoliti, non nazionalisti, sia perché non sarebbero diventati ricchi se fossero rimasti chiusi dentro il gruppo di origine anziché affrontare il vasto mondo, sia perché sono ben protetti dalla concorrenza e persino dal contatto con gli immigrati poveri: vivono sempre in quartieri dove un immigrato arriva soltanto se è ricco. Se è ricco non pone problemi, ma offre l’occasione di creare nuove iniziative insieme – inoltre probabilmente ha una cultura cosmopolita anche lui, o aspira ad averla. La ricchezza crea una identità che supera le differenze nazionali. Ma non tutti sono ricchi.

La divisione culturale e politica fra multiculturalisti e nazionalisti è anche – forse soprattutto − una divisione socioeconomica, che tende a creare fratture all’interno della popolazione di uno stesso stato, con possibilità di sfociare in una brutta lotta di classe, se non viene gestita in tempo e con accortezza.

Ora perlomeno i problemi sono sul tappeto. Fino a un anno fa riconoscerne l’esistenza era anatema. Non si poteva dire che l’immigrazione è un problema, che l’islamismo politico è un problema, o che i trattati sovranazionali possono esser denunciati e rinegoziati se creano problemi alla nazione. Fino a un anno fa tali affermazioni provocavano immediatamente accuse di razzismo, di arretratezza culturale ed economica, di meschinità di cuore.

Hitler ottenne un larghissimo seguito proprio perché le classi dirigenti europee e tedesche mostravano incomprensione per le difficoltà di vita e per il senso di umiliazione delle masse di Tedeschi impoveriti. Non avendo nulla da perdere e in mancanza di una alternativa migliore, i Tedeschi poveri e umili, che avevano perso tutto durante la guerra eccetto il senso di appartenenza al popolo tedesco, abbracciarono il nazismo, che prometteva di rivalutare e difendere l’identità tedesca e l’interesse del popolo tedesco. Qualche cosa di simile, anche se in forma molto meno grave, sta succedendo ora in Europa e in USA. Forse le élite internazionali se ne rendono finalmente conto: ora vedremo se sapranno intervenire a modificare le situazioni.

 

La divisione culturale e politica fra multiculturalisti e nazionalisti è anche – forse soprattutto – una divisione socioeconomica, che tende a creare fratture all’interno della popolazione di uno stesso stato

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