Etiopia senza pace

04/09/2016

L’Etiopia è nuovamente sull’orlo della guerra civile. È un paese molto povero e densamente popolato di una grande varietà di etnie diverse (94 milioni di abitanti). È privo di sbocchi al mare.

Ha la forma di una Repubblica federale, il cui governo centrale è dominato dall’etnia Tigri, che costituisce circa il 6% della popolazione. L’Etiopia è spesso in guerra o in stato di tensione con i paesi confinanti, soprattutto con l’Eritrea, alla quale contende periodicamente una via di sbocco al mare. Da alcuni anni le truppe eritree sono impegnate nelle operazioni contro al Shabaab in Somalia. 

Ora è l’etnia Amara, che costituisce circa il 28% della popolazione, a ribellarsi. Gli Amara nelle regioni del nord si sono creati istituzioni amministrative proprie in alternativa a quelle del governo centrale, cui non vogliono più obbedire né pagare le tasse. Il governo ha inviato l’esercito a reprimere la ribellioni. Si sono avuti pochi scontri per ora, perché gli Amara attaccano direttamente i rappresentanti del governo nei loro uffici e nelle loro case, evitando se possibile gli scontri all’aperto con l’esercito.

Nella storia l’Etiopia ha avuto anche il nome di Abissinia. Noi Italiani combattemmo due guerre in Abissinia/Etiopia e nel 1936 ne facemmo una colonia, che durò pochi anni. Gli Amara si ribellarono sempre al nostro dominio, così come i Tigrini, etnia cui apparteneva l’imperatore Menelik. Disse Mussolini a un raduno fascista: “La mancanza di dignità razziale….è stata una delle cause della rivolta degli Amara. Gli Amara non avevano nessuna volontà di ribellarsi al dominio italiano, nessun interesse a farlo (...). Ma quando hanno visto gli Italiani che andavano più stracciati di loro, che vivevano nei tucul, che rapivano le loro donne, ecc. hanno detto: ‘questa non è una razza che porta la civiltà’. E siccome gli Amara sono la razza più aristocratica dell’Etiopia, si sono ribellati (...). Perché l’impero si conservi bisogna che gli indigeni abbiano nettissimo, predominante, il concetto della nostra superiorità”. Ovviamente l’interpretazione di Mussolini  delle ragioni per cui gli Amara si ribellavano è priva di senso, oggi come allora. Era un modo apparentemente ‘nobile’ per dire agli Italiani che occorreva essere più duri e spietati, più razzisti, perché trattare i popoli soggetti da pari a pari non ci avrebbe permesso di dominarli. 

A 80 anni di distanza l’Etiopia non ha ancora trovato pace al suo interno. Le istituzioni centralizzate non sono ancora pienamente legittimate agli occhi delle diverse etnie, nonostante 17 anni di statalismo comunista (dal 1974 al 1991) e nonostante l’attuale politica di sviluppo di nuove infrastrutture abbia già portato miglioramenti significativi all’economia nel suo complesso. La povertà del territorio sembra indurre i gruppi a rinnovare la lotta per la spartizione delle nuove fonti di possibile ricchezza.

L’ultima ondata di proteste è iniziata a novembre del 2015 a seguito della proposta di riforma agraria presentata dal governo per rendere più produttive le terre. La proposta riguardava soprattutto le terre dell’etnia Oromo, che costituisce il 34% della popolazione. Di fronte alle proteste il governo da un lato è ricorso alla repressione, dall’altro ha deciso di abbandonare la proposta di riforma. Ma ora il malcontento ha dimenticato i fatti recenti, ha risvegliato antiche e profonde rivalità etniche. Così nei mesi scorsi sono entrati in agitazione gli Amara, che vivono prevalentemente in città, mentre gli Oromo sono prevalentemente contadini. Si dice che la repressione abbia già fatto 100000 vittime. I dati sono difficili da verificare, dato il rigido controllo sull’informazione da parte del governo, ma si sono visti molti morti per le strade. In agosto gli Amara hanno fermato totalmente la città di Gondar con la proclamazione di uno sciopero generale. È una nuova forma di protesta  che ha molta forza comunicativa e può rivelarsi più dannosa per il governo degli scontri per le strade.

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