Il nazionalismo e la società industriale
nell’Europa moderna

17/07/2014

Scrive Jerry Muller: “Oggi le persone tendono a dare per scontato che gli stati nazionali siano la forma naturale di associazione politica e considerano gli imperi una anomalia. Ma se diamo uno sguardo più ampio alla storia è vero esattamente l’opposto. La maggior parte delle persone hanno vissuto in passato sotto un impero e gli stati nazionali erano l’eccezione piuttosto che la regola”.

Che cosa è una nazione? È un gruppo umano, all’interno del quale i membri si considerano legati da reciproca solidarietà. Come ogni altro gruppo umano, la nazione può formarsi per scelta dei suoi componenti, o per la pressione di circostanze esterne. Una nazione è caratterizzata dal condividere una cultura, cioè un insieme di norme fondamentali di condotta e di comunicazione.

Il nazionalismo è l’aspirazione a far coincidere il territorio dello stato con quello su cui vive uno stesso gruppo nazionale. Tale aspirazione sorse e si sviluppò in Europa, e poi in altre parti del mondo, parallelamente allo sviluppo delle società industriali.

Scrive Ernest Gellner che “oggi le persone possono vivere soltanto in gruppi definiti da una cultura condivisa, ma mobile e fluida al suo interno”. I limiti del gruppo non sono mai chiari e netti, proprio perché le società industriali moderne sono mobili e fluide. I limiti del gruppo vengono definiti dalla politica. Ne era ben consapevole a inizio del 1900 il sindaco di Vienna Lueger, nazionalista, razzista e antisemita, che voleva cacciare gli Ebrei dalla società, però dicendo “decido io chi è ebreo”.

È il nazionalismo a definire le nazioni, non il contrario. Le prime bandiere nazionali vennero create e adottate alla fine del 1700. Prima le bandiere, così come gli stati, erano dinastiche, non nazionali. Questa ad esempio era la bandiera di Francia prima della Rivoluzione, e questa quella adottata in epoca napoleonica, che non ha più riferimenti a dinastie regali.

Come avvenne il passaggio degli stati dinastici agli stati nazionali? Alla trasformazione contribuirono sia l’evoluzione del pensiero, sia l’evoluzione della società industriale.

Alla base del pensiero politico moderno c’è l’opera di Thomas Hobbes ‘Il Leviatano, o la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile ’, che apparve nel 1651 e diede l’avvio ad accese discussioni in tutta Europa. Hobbes per la prima volta sostenne che il diritto naturale fonda la libertà dell'individuo, ma per l’esistenza stessa della libertà si rende necessaria la scelta di stipulare un contratto sociale, che fonda di diritto e di fatto lo stato. Venne così abbandonata la concezione che il potere fosse ‘di diritto divino’, cioè attribuito direttamente da Dio a una dinastia. Si diffuse invece la convinzione che il potere statale è frutto di un ‘contratto’ o patto tra governanti e governati. Per evitare la situazione di lotta di tutti contro tutti, che porta a violenze continue, gli uomini con questo patto riconoscono alle istituzioni poteri coercitivi, in cambio di protezione e aiuto.

Il concetto di sovranità popolare e di delega ai governanti trovò una definizione più precisa in quello che Rousseau chiamò la ‘volontà generale’, che si realizza quando tutto il popolo agisce come se fosse riunito in assemblea, e quando si manifesta il carattere dell’uomo in quanto cittadino. Da allora il potere politico si legittima oscillando fra questi due poli: i democratici considerano preminente il contratto sociale , dunque il dovere della politica di servire, di amministrare bene lo stato nell’interesse di tutti, anche degli oppositori; gli autoritari considerano preminente attuare la volontà del popolo, dunque della maggioranza. Mussolini presentava il suo governo come ‘l’espressione della Patria che non voleva morire’, personificazione del ‘sentimento del popolo tradito ‘ e ‘volontà tenace della stirpe’. Hitler presentò sempre la volontà della nazione come sola giustificazione del potere. Il comunismo esplicitamente si basa sulla dittatura della maggioranza proletaria, espressa dal Partito e dal suo capo, e propaganda costantemente la preminenza della volontà popolare.

Al concetto che i governanti debbono attuare la ‘volontà generale’ del popolo, Georg Wilhelm Friedrich Hegel apportò variazioni e aggiunte. Esisterebbe, secondo Hegel, un nesso inscindibile tra lo spirito di un popolo, la sua storia, la sua religione e il grado di libertà di cui gode. Le teorie di Hegel sollecitarono studi e ricerche sulle culture popolari antiche, alla ricerca delle caratteristiche dello ‘spirito’ del popolo locale, che ne farebbe una ‘nazione’ con caratteristiche proprie. Questa ricerca avvenne soprattutto nei paesi del centro e del nord Europa, alla ricerca delle poche tracce lasciate dalle culture antecedenti la conquista romana.

Le élite liberali borghesi, che nei decenni successivi alla Restaurazione aspiravano a quelle libertà di cui avevano avuto un assaggio in epoca napoleonica, coniugarono i principi libertari della Rivoluzione Francese e di Rousseau con il nazionalismo hegeliano per rivendicare il diritto all’autogoverno, perciò all’indipendenza da poteri di tipo transnazionale. I moti rivoluzionari del 1821 − in larga parte anche quelli del 1848 − furono opera di piccole élite nazionaliste e libertarie. Ma nei decenni successivi la fusione pragmatica di principi e di interessi in nome del nazionalismo permise l’alleanza operativa fra gruppi che avevano in comune soltanto l’aspirazione a rendersi indipendenti dai poteri sovranazionali. L’Italia offre un caso esemplare: Mazzini, liberale e riformista, Garibaldi, libertario e rivoluzionario, e il moderato filo-monarchico Cavour collaborarono in nome di un nazionalismo che ognuno di loro interpretava in modo diverso, e compirono l’unità e l’indipendenza d’Italia.

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