Etiopia:
la diga della discordia

13/06/2013

A fine maggio l’Etiopia ha cominciato a deviare le acque del Nilo Azzurro per permettere la costruzione della Grande Diga della Rinascita Etiope, un impianto idroelettrico da 6000 megawatt (mappa a lato).

Una volta ultimata (si prevede nel 2017), la Grande Diga della Rinascita sarà una delle dieci dighe più grandi al mondo e canalizzerà parte delle acque del fiume in un bacino idrico da 74 miliardi di metri cubi. 

Nonostante l’Etiopia continui a sostenere che ne beneficeranno anche i paesi che si trovano più a valle, la realtà è che la portata del Nilo non permette di accantonare grandi quantità di acqua. Ecco perché il progetto suscita le preoccupazioni del Sudan e ancor più dell’Egitto, che ne sarebbe particolarmente danneggiato. La tensione ha raggiunto il culmine quando l’Egitto ha ventilato la possibilità di impiegare la forza per impedire che la diga riduca a livelli inaccettabili la quantità di acqua che giunge alla foce.

Nel 1959 il Sudan e l’Egitto hanno stipulato un accordo circa l’impiego delle acque del Nilo, fissando delle quote: ogni anno l’Egitto ha a disposizione 55,5 miliardi di metri cubi e il Sudan 18,5. Nonostante il Nilo sia il fiume più lungo al mondo, la sua portata annua – 85 miliardi di metri cubi circa – è relativamente modesta (quella del Mississippi, per esempio, è di 500 miliardi di metri cubi). Oggi l’Egitto consuma interamente la quota di acqua fissata dall’accordo e entro il 2050 si pensa che saranno necessari 21 miliardi di metri cubi in più per sostenere la crescita della popolazione. Il Sudan, invece, non consuma interamente la quantità di acqua che gli spetta, perché questa viene ridotta dall’evaporazione, il che implica che ci sia ben poca acqua da poter accantonare e conservare.

Le storiche tensioni tra Etiopia ed Egitto rendono poco probabile una rapida soluzione diplomatica. Anche se è poco plausibile che si giunga a uno scontro militare vero e proprio, Il Cairo e Khartoum faranno congiuntamente tutte le pressioni possibili perché l’Etiopia modifichi i suoi piani.  

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