Il terrorismo in Iraq non è morto

05/11/2009

Lo Stato Islamico dell’Iraq (ISI) ha rivendicato gli attentati contro il Ministero della Giustizia e contro il Consiglio Provinciale di Baghdad del 15 ottobre 2009. L’ISI aveva già rivendicato i due attacchi del 19 agosto  contro il Ministero della Finanza e il Ministero degli Esteri.

Da quanto si evince dai recenti attentati, l’ISI gode ancora di un’ottima capacità operativa e con ogni probabilità intensificherà gli attacchi  in vista delle elezioni nazionali del gennaio del 2010.

 

Lo Stato Islamico dell’Iraq

Lo Stato Islamico dell’Iraq non è una singola entità, bensì una coalizione di gruppi, fra cui la filiale irachena di al Qaeda. Questa coalizione è stata creata con lo scopo di unificare i gruppi jihadisti iracheni ed evitare che vengano comandati da un leader straniero - come ad esempio da Abu Musab al-Zarqawi, giordano. Alla guida dell’ISI siede ora l’iracheno Abu Omar al-Baghdadi, e anche Abu Ayyub al-Masri, leader egiziano di al Qaeda in Iraq, che ha preso il posto di al Zarqawi dopo la sua morte, ha giurato fedeltà all’ISI a novembre del 2006.

Con la pacificazione dell’Iraq l’ISI è stato duramente represso dalle forze armate occidentali e quindi molti ribelli stranieri sono stati costretti ad abbandonare il paese e fuggire in altre regioni (soprattutto in Pakistan e in Afghanistan). Tuttavia il nocciolo duro dei jihadisti iracheni è rimasto in Iraq ed è diventato più forte ed esperto grazie all’esperienza acquisita nei numerosi scontri. L’ISI con i recenti attacchi ha dimostrato di essere ancora una forza dotata di ottime capaci organizzative e che non va quindi sottovalutata.

Va poi sottolineato che le due autobombe hanno funzionato estremamente bene. Chiunque abbia costruito questi due grandi ordigni esplosivi aveva senz’altro a disposizione molto esplosivo e sapeva bene che cosa faceva. Molti politici iracheni sostengono che questi ordigni possono passare i controlli e raggiungere l’obiettivo soltanto grazie alla collaborazione di qualche elemento all’interno delle forze di sicurezza.

I jihadisti dell’ISI stanno cercando di sabotare il processo politico in Iraq. Infatti se Sunniti, Sciiti e Curdi raggiungessero un’intesa, ai ribelli verrebbe precluso lo spazio d’azione. Inoltre se le varie componenti irachene riuscissero a formare un governo stabile il sogno jihadista del califfato in Iraq se ne andrebbe in fumo. L’ISI ha bisogno di creare il caos in Iraq se vuole avere qualche speranza di successo – proprio come hanno fatto i Talebani in Afghanistan.

I leader regionali sunniti in parte appoggiano l’ISI, oppure chiudono un occhio sulle sue attività illegali – infatti l’ISI opera soprattutto nelle zone controllate dai Sunniti. Di fatto gli sceicchi sunniti si servono dell’ISI per ricordare al primo ministro Nouri al-Maliki che soltanto attraverso un accordo con la fazione sunnita sarà possibile garantire pace e tranquillità all’Iraq. Una buona parte dei membri dei Consigli Awakening (sunniti) non è stata integrata nelle forze di sicurezza come pattuito in precedenza, e perciò i Sunniti sono ancora irrequieti. D’altra parte Curdi e Sciiti si servono degli attentati proprio per accusare i Sunniti e screditarli, innescando così un circolo vizioso.

La situazione politica in Iraq è decisamente complessa e i problemi legati alla sicurezza non sono di facile soluzione, anche a causa dell’interferenza di numerosi attori esterni che stanno cercando di influenzare la politica interna irachena a proprio beneficio. Non va dimenticato che l’Iraq è terreno di scontro fra Iran e Stati Uniti per il controllo della regione, ed anche Arabia Saudita, Siria e Turchia intendono giocare un ruolo per condizionare l’esito delle prossime elezioni.

In un contesto così delicato è decisamente arduo garantire pace e stabilità a lungo termine.

 

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