Russia in ascesa
prove di egemonia

08/05/2009

8 maggio 2009   I recenti eventi georgiani assomigliano molto a quelli che hanno condotto alla guerra con  la Russia nell’agosto del 2008. La tensione fra Tbilisi e Mosca è infatti cresciuta nuovamente il 5 maggio 2009, quando il presidente georgiano Mikhail Saakhashvili ha accusato la Russia di aver organizzato un colpo di stato – in occasione di un ammutinamento – e di voler attaccare nuovamente la Georgia.   Nell’ultimo periodo si sono verificati alcuni importanti eventi:   ·         a partire dallo scorso aprile la Russia ha incrementato le truppe nelle regioni secessioniste georgiane, passando da 3.000 a 7.600 soldati. 
  ·         la presenza navale russa al largo della costa dell’Abkhazia è cresciuta
  ·         numerose sparatorie hanno infiammato il confine fra Georgia e Ossezia del Sud – esattamente dove ebbe inizio il conflitto dello scorso agosto.   La tensione politica in Georgia ha raggiunto picchi che non si vedevano dalla Rivoluzione delle Rose nel 2003 - con numerose manifestazioni di massa contro il governo. Alcuni membri dell’establishment politico prima vicini a Saakashvili hanno defezionato unendosi all’opposizione e accusando il presidente di voler trascinare il paese verso una nuova guerra contro la Russia.   Il recente ammutinamento di Gori non sembra però un “colpo di stato”: al contrario indica invece che una parte dell’esercito non è più disposto ad appoggiare l’operato del governo per paura di dover affrontare nuovamente una guerra suicida. Saakashvili ha comunque colto la palla al balzo per accusare i Russi di tentato golpe e dare un giro di vite in Georgia, accusando gli oppositori politici di collaborazionismo e incarcerandoli.  Lo scorso 6 aprile l’ex rappresentante presso la NATO Vakhtang Maysa – in carica dal 2004 al 2008 – è stato incolpato di aver venduto informazioni militari ai Russi. È però difficile credere che il materiale passato al Cremlino da Maysa sia di fondamentale importanza, perché la Georgia in quanto semplice “osservatore” della NATO non ha accesso ai documenti più importanti. Sembra ancora più improbabile pensare che Mosca abbia vinto la guerra dello scorso agosto grazie alle informazioni dell’ex rappresentante NATO.   La Russia sta facendo sentire tutto il proprio peso sugli ex paesi satelliti per riconquistare il terreno necessario a proteggersi dalla concorrenza delle grande potenze, e la Georgia è un obbiettivo appetibile e vulnerabile – perché l’Occidente, indebolito dalla crisi finanziaria e impegnato in Afghanistan,  difficilmente potrà correre in aiuto di Tbilisi. Inoltre la situazione nel Caucaso meridionale sta rapidamente mutando: la Turchia recentemente ha avviato negoziati per riallacciare i rapporti con l’Armenia – da sempre vicina alla Russia - mentre l’Azerbaigian si è avvicinato a Mosca. Su iniziativa russa il 7 maggio a Praga il presidente armeno e quello azero si sono riuniti a un tavolo per discutere della delicata questione del Nagorno-Karabakh – un’enclave armena all’interno del territorio azero – in modo pacifico. La Georgia rischia quindi di venire accerchiata e finire inevitabilmente nella sfera d’influenza russa.   La politica espansionistica russa ha sortito anche altri risultati: molti paesi - Kazakistan, Moldavia, Serbia, Estonia, Armenia, Estonia e Lettonia – non hanno partecipato alle esercitazioni della NATO in Georgia per non irritare il Cremlino. L’assenza degli stati baltici è particolarmente rilevante in quanto sin dall’indipendenza – ottenuta nel 1991 – si sono sempre strenuamente battuti contro l’espansionismo russo e si sono avvicinati all’occidente entrando nell’Unione Europea e nella NATO nel 2004. Ma con l’insorgere della crisi finanziaria la situazione è rapidamente mutata: i paesi baltici hanno vissuto un periodo di estrema instabilità a causa delle violente manifestazioni antigovernative e hanno dovuto rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale per salvarsi dal collasso economico. Tallinn e Riga hanno quindi deciso di non partecipare alle esercitazioni per non irritare il potente vicino russo, che ha ancora a disposizione molti mezzi  per condizionare la politica estera delle repubbliche baltiche.   L’Unione Europea ha avviato da circa un anno un programma chiamato Eastern Partnership con lo scopo di migliorare le relazioni con i sei paesi confinanti che facevano parte dell’Unione Sovietica – Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Georgia, Armenia e Azerbaigian. Ma alla prima riunione del 7 maggio scorso alcuni importanti ospiti – ovvero il leader della Bielorussia Lukashenko e il presidente moldavo Voronin – non si sono presentati all’appuntamento. L’Unione Europea dovrà lavorare sodo se vorrà ottenere qualche risultato concreto e proiettare la propria influenza sugli ex paesi satelliti, specialmente ora che Mosca continua a guadagnare terreno.   Davide Meinero    

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